Elezioni in Ungheria, la Gen Z che si ribella a Orbán: «Votiamo per riconquistare la libertà» – Le interviste

In Ungheria il voto della Gen Z può scrivere la fine dell’era Orbán. Per la prima volta, l’attuale primo ministro, in carica da 16 anni, arriva sfavorito alle elezioni parlamentari di domenica 12 aprile. La maggior parte dei sondaggi danno avanti il suo sfidante, Péter Magyar, ex membro di Fidesz e ora leader di Tisza. Un risultato che sembra essere trainato soprattutto dalle nuove generazioni, cresciute in una fase in cui il Paese ha progressivamente assunto i tratti di una democrazia solo formale e sempre più «illiberale», più vicino alla Russia che all’Europa, e caratterizzato da un’ingerenza dello Stato in tutti gli ambiti, dalla magistratura all’economia fino ai media. «Siamo cresciuti sotto il governo di Viktor Orbán, è l’unica realtà che conosciamo. Proprio per questo abbiamo avuto il tempo di viverla davvero, e siamo certi che non sia quella che vogliamo», dice a Open Fanni, giovane ungherese che in questi mesi si è attivata politicamente, attraverso un tour nazionale, per convincere i suoi coetanei ad andare alle urne. «Il futuro è nostro, saremo noi a viverlo – prosegue – e abbiamo il diritto di trascorrere gli anni migliori della nostra vita in un Paese che non sia più oppresso dal regime di Orbán».
Cosa vogliono (e cosa rifiutano) i giovani ungheresi?
In Ungheria gli elettori tra i 18 e i 29 anni sono circa un milione e mezzo, oltre il 12% del totale. Una fascia che può rivelarsi decisiva. Secondo un sondaggio dell’Istituto Median, il più affidabile del Paese, il partito di governo Fidesz – nato come movimento giovanile di opposizione durante la Guerra Fredda – è attualmente sostenuto soltanto dall’8 per cento degli elettori di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Se si allarga la fascia fino ai 39 anni, secondo Zavecz Research, il consenso per l’attuale primo ministro si ferma al 22 per cento. I giovani ungheresi hanno le idee chiare. «Chiediamo uno stato di diritto solido, democrazia, inclusività e migliori condizioni di vita – ci dice Fanni – Guardiamo all’Europa occidentale come modello, rifiutiamo la Russia e vogliamo un’Ungheria integrata nell’Unione europea, distante da derive autoritarie». Le richieste sono concrete: salari equi, servizi pubblici funzionanti – in particolare sanità e istruzione – e un ambiente in cui sia possibile esprimere liberamente opinioni critiche senza essere stigmatizzati. «Vogliamo essere fieri della nostra identità nazionale – aggiunge – e invece il governo Orbán ha fatto di questo Paese qualcosa di cui vergognarsi, non di cui essere orgogliosi».

Comprendere e praticare la democrazia: «Non ci accontentiamo»
La sfida più grande non è soltanto politica, ma soprattutto culturale: «Comprendere e praticare davvero la democrazia», spiega a Open Dora, giovane attivista ungherese che, insieme a Fanni e ad altri ragazzi e ragazze, si è mobilitata per convincere i suoi coetanei a votare attraverso il movimento felmilliofiatal (“mezzo milione di giovani”). Le generazioni precedenti hanno vissuto guerre, comunismo e la transizione del 1989, ma – secondo Dora – molte dinamiche mentali non sono mai cambiate davvero. La paura e l’abitudine ad “accontentarsi” continuano a influenzare il comportamento elettorale. «La propaganda di Fidesz funziona perché si basa su queste paure», afferma. «Dobbiamo smettere di accettare il “meno peggio” e iniziare a pretendere di più». E questo implica anche confronti difficili all’interno delle famiglie e una partecipazione più attiva alla vita pubblica, rompendo schemi radicati da decenni. «I giovani ungheresi non possono permettersi di restare passivi in questo momento, ma non sono preoccupata per la mia generazione – prosegue -. Siamo resilienti e lucidi».
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Le campagne elettorali di Orbán e Magyar e la fiducia dei giovani
Le campagne elettorali dei principali leader hanno messo in luce due visioni profondamente diverse del futuro dell’Ungheria. Da un lato, Fidesz e il suo messaggio di “orgoglio cristiano” hanno puntato a convincere gli elettori che l’Ucraina rappresenti la principale minaccia per il Paese e che Orbán sia l’unico in grado di garantirne la sicurezza. Dall’altro, Tisza ha posto l’attenzione sulla stagnazione economica, sul deterioramento dei servizi pubblici e sulla corruzione diffusa. Un ruolo decisivo nella diffusione del messaggio di Magyar – che è riuscito nell’impresa, fino a poco tempo fa impensabile, di scalfire quello che lui definisce un «sistema feudale» appoggiato da Trump e Putin – è stato giocato dalle grandi manifestazioni di piazza, concerti e soprattutto dai social media.
Giornalisti indipendenti, content creator, e pure politici dell’opposizione sono riusciti a ritagliarsi spazi in grado di aggirare la stretta morsa di Fidesz sui media tradizionali, dove si stima che il partito e i suoi fedelissimi controllino circa l’80 per cento del panorama mediatico. È anche grazie a questi nuovi canali e linguaggi che molti giovani sono scesi in piazza. Segno di una fiducia crescente tra le nuove generazioni. «Sono ottimista – ci dice Fanni – Se me lo avessi chiesto solo poche settimane fa, ti avrei dato una risposta piuttosto scettica, ma oggi l’energia è cambiata. Tra social media, manifestazioni e concerti prima delle elezioni, sento che l’Ungheria sta iniziando a guarire: c’è unità, speranza e una nuova fiducia nelle persone. E soprattutto una gratitudine diffusa, come un sollievo collettivo – l’idea che il cambiamento atteso da anni sia finalmente vicino».

Lasciare l’Ungheria o restare?
C’è fiducia sì, ma anche consapevolezza. Che l’esito possa arrivare a ridefinire persino le scelte di vita. Il desiderio di emigrare, in caso di vittoria di Orbán è molto diffuso tra i giovani. Le ragioni non sono solo economiche – sebbene il divario salariale con altri Paesi dell’Ue sia evidente – ma anche sistemiche. «Corruzione, clientelismo, servizi pubblici indeboliti e una percezione diffusa di ingiustizia contribuiscono a creare un senso di sfiducia», ci spiega Dora. E molti si chiedono se valga davvero la pena costruire il proprio futuro in patria. «D’altra parte, però, se l’opposizione dovesse vincere – aggiunge -, molti giovani darebbero un’altra possibilità al loro Paese. Ed è una cosa bellissima».
Ma anche se Magyar riuscisse a trionfare, gli ungheresi sono consapevoli che il sistema costruito negli anni da Orbán e dal suo partito non crollerebbe dall’oggi al domani. Eppure i giovani continuano a crederci. Che prima o poi, davvero, tutto possa cambiare. «Sappiamo che il giorno dopo le elezioni non ci sveglieremo in un’utopia. Per noi il cambiamento è la speranza che la nazione possa diventare diversa: più forte, più coraggiosa e più unita – prosegue Dora -. Significa che il sistema di Orbán possa essere superato definitivamente, e che non si ripetano mai più concentrazioni di potere simili. Non è solo un cambio di governo, ma di sistema. Liberarsi da menzogne, corruzione e manipolazione, e riconquistare la libertà. E noi – conclude – siamo pronti». E così il voto di domenica diventa non solo una scelta politica, ma un autentico passaggio generazionale. E, forse, l’inizio di un nuovo capitolo per l’Ungheria.
Foto copertina: GERGO SKRENYOK A OPEN | I giovani in piazza per la mobilitazione al voto di domenica 12 aprile in Ungheria
