Ungheria, la sconfitta di Orbán è l’effetto Trump al contrario

Da domenica notte Budapest è in festa. Le elezioni, che hanno registrato un’affluenza record dell’80% secondo i dati preliminari, hanno posto fine ai 16 anni di governo del primo ministro di destra Viktor Orbán. Per gli ungheresi che brindavano e sventolavano bandiere nella capitale, questo significava votare per l’orientamento europeo del paese. Il famoso Ponte delle Catene di Budapest è stato illuminato con i colori nazionali ungheresi. Lungo la riva del Danubio decine di migliaia di persone hanno festeggiato, sventolando la bandiera nazionale e quella dell’Unione Europea, e alcuni brindando con champagne in bicchieri di carta.
La sconfitta di Orbán
Il traffico si è bloccato lungo alcuni dei principali viali, con folle davanti ai pub che si accalcavano e persone che sventolavano bandiere nazionali, fermando le auto. Centinaia di persone hanno passeggiato sui ponti che attraversano il Danubio ben oltre la mezzanotte. La sconfitta del premier filorusso è un effetto Trump: da quando il presidente degli Stati Uniti è tornato alla Casa Bianca i leader che ha sponsorizzato hanno perso male le elezioni. E poi, spiega oggi Il Foglio, l’Ungheria è il laboratorio di molti esperimenti – dell’appartenenza all’Ue come bancomat; delle amicizie speciali con Mosca e Pechino; dell’atlantismo anti Nato. Negli ultimi tre anni il modello si è logorato, Orbán è invecchiato con il suo messaggio e le sue promesse e tutto quello che è accaduto in Ungheria ha preso la forma di una battaglia fra il vecchio e il nuovo. Che non coinvolge soltanto Budapest, ma tutta l’Europa.
…e quella del populismo
Marc Lazar, professore di Sciences Po a Parigi e della Luiss a Roma e grande esperto dei populismi europei, in un’intervista a Repubblica dice che si tratta dell’effetto Maga al contrario: «A gennaio la campagna di Orbán ha pubblicato un video con gli endorsement di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Marine Le Pen, Santiago Abascal, Benjamin Netanyahu, Javier Milei e Alice Weidel. Oggi possiamo dire che questa è anche la loro sconfitta. Almeno Meloni, intelligentemente, ha poi taciuto, mentre Le Pen e Salvini sono andati persino a Budapest. Ma soprattutto è una sconfitta di JD Vance e Donald Trump. Nonché di Vladimir Putin, anche se l’Ungheria rimane dipendente dall’energia russa. Mi ha colpito che nei comizi di Péter Magyar gli elettori urlassero “Russi fuori!”, che nel 1988 era lo slogan del giovane Orbán e che porta alla memoria anche la rivoluzione del 1956. Nella Ue lo slovacco Robert Fico ora sarà isolato tra i filorussi. Per l’Europa è una bella notizia, vedremo cosa saprà farne».
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Dio, patria e famiglia
Secondo Lazar a parte la retorica Dio, patria e famiglia «i sovranisti tra loro hanno forti divergenze: Le Pen più laica, Meloni più filoucraina. E quando vanno al potere spesso diventano più pragmatici, come ho mostrato in uno studio per l’Institut Montaigne. Orbán ha invece potuto governare in modo più radicale, contro la magistratura e i media, perché la tradizione democratica ungherese è molto più debole».
Anche se il sovranismo non è ancora sconfitto: «Sono comunque piuttosto in forma e dimostrano di essere dei fenomeni profondi e radicati che non abbandonano facilmente la scena dopo una sconfitta, anche perché sono abili a occupare posti di potere strategici. Guardiamo alla Polonia, dove dopo la vittoria dell’europeista Donald Tusk alle legislative sono riusciti comunque a trionfare alle presidenziali. La dinamica è favorevole anche per gli spagnoli di Vox e favorevolissima in Francia per il Rassemblement National. Mentre in Italia Meloni è in difficolta per la dura sconfitta al referendum e il sostegno a Trump».
E Trump?
Per questo «in molti Paesi c’è stato un effetto Trump al contrario. Tutte le indagini che abbiamo dimostrano che gli europei lo rigettano, per i dazi, il caso Groenlandia e le guerre in Medio Oriente. Tra i suoi alleati Jordan Bardella e Meloni lo sostengono ora con discrezione. Orbán invece era totalmente allineato, la sua Ungheria è il laboratorio politico dei Maga e della Heritage Foundation, con l’unica differenza che Trump vuole distruggere la Ue mentre i sovranisti vogliono cambiarla dall’interno e un po’ ci stanno riuscendo, come sull’immigrazione e l’ecologia. Vance è andato a Budapest martedì, con Trump che si è collegato durante il comizio. In Ungheria abbiamo assistito dunque a un grande scontro interno all’Occidente, degno della grande battaglia di secoli fa tra cattolici e protestanti: da una parte la democrazia illiberale di Orbán e Trump, dall’altra quella liberale europea. E ha vinto quest’ultima».
