Oltre 1 milione di firme per chiedere la sospensione dell’Accordo Ue-Israele, esulta il mondo pro-Pal: cosa succede ora

Ha raggiunto e superato quota 1 milione di firme la petizione popolare europea che chiede all’Ue di sospendere l’Accordo di Associazione con Israele «in considerazione delle violazioni dei diritti umani» da parte dello Stato ebraico. La soglia raggiunta non è solo psicologica, ma avrà delle conseguenze politico-legali dirette. L’Iniziativa dei cittadini europei, strumento di partecipazione popolare al processo legislativo Ue, prevede infatti che le istituzioni Ue debbano prendere formalmente posizione sulla proposta che arriva dal basso se questa raccoglie almeno 1 milione di firme da cittadini di almeno 7 diversi Paesi. Requisito oltrepassato di slancio dalla petizione promossa dall’associazione “Justice for Palestine”, che tra adesioni digitali e cartacee ha raccolto un milione di firme in appena tre mesi in tutti e 27 i Paesi Ue. In concreto quindi ora la Commissione Ue entro sei mesi dovrà rispondere all’Iniziativa chiarendo in un documento formale se e come intenda dar seguito alla richiesta popolare, quella appunto di sospendere l’Accordo di associazione Ue-Israele. Prima di ciò, i referenti dell’Iniziativa saranno ricevuti sia al Parlamento europeo che alla Commissione per presentare e discutere la proposta.
Ue-Israele, cosa chiede la petizione popolare
Dopo mesi di pressione crescente da parte della società civile e di alcuni governi (Spagna e Irlanda in testa) per gli orrori della guerra a Gaza, lo scorso settembre Ursula von der Leyen aveva annunciato l’intenzione di sospendere alcune clausole dell’Accordo di associazione che regola i rapporti Ue-Israele dal 2000: nello specifico, la sospensione del trattamento preferenziale che si sarebbe tradotto in tariffe commerciali più elevate su beni valevoli per il 37% dell’export israeliano verso l’Ue. La presidente della Commissione aveva annunciato anche la sospensione del versamento di fondi Ue a Israele nel quadro di vari programmi bilaterali (esclusi quelli di sostegno alla società civile e allo Yad Vashem). Le organizzazioni pro-Palestina sostenute anche dalle forze di sinistra europee (la mobilitazione popolare ha beneficiato di circa 32mila euro di fondi dalla European Left Alliance) hanno considerato quelle proposte del tutto insufficienti a fronte delle azioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania e acceso quindi i motori dell’Iniziativa popolare. «I cittadini dell’UE non possono tollerare che l’Unione continui ad applicare un accordo che contribuisce a legittimare e finanziare uno Stato responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità. Invitiamo pertanto la Commissione a presentare al Consiglio una proposta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele», si legge nel testo della mobilitazione tuttora aperta.
Il ruolo dell’Italia e la sospensione degli accordi di difesa
Contando sul supporto della fitta di rete in Europa di associazioni pro-Palestina e di molti partiti di sinistra, in pochi mesi l’Iniziativa ha raccolto centinaia di migliaia di firme, con un boost impressionante nell’ultima settimana – complice probabilmente anche la rinnovata commozione per la guerra in Iran e le azioni israeliane in Libano, in particolare il bombardamento su Beirut di mercoledì scorso che ha provocato centinaia di vittime civile a poche ore dall’intesa Usa-Iran di cessate il fuoco. Il Paese che ha visto la mobilitazione più corposa è la Francia, da cui sono arrivate oltre 382mila firme per la sospensione dell’accordo Ue-Israele. Seconda per potenza della partecipazione l’Italia, da dove sono arrivate (sinora) oltre 245mila firme: il doppio della Spagna, terza nella “classifica” di chi ha portato più acqua al mulino. Da Ilaria Salis a Nicola Fratoianni, la sinistra italiana plaude entusiasta al risultato. Coincidenza o meno, la notizia del superamento della soglia del milione di firme arriva proprio nel giorno in cui il governo Meloni annuncia la sospensione del rinnovo dell’accordo di difesa tra Italia e Israele. Il ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe già informato ufficialmente il suo omologo Israel Katz della decisione, che arriva all’indomani della convocazione da parte del governo israeliano dell’ambasciatore italiano Luca Ferrari a seguito delle critiche del ministro Antonio Tajani ai raid israeliani sul Libano.
April 14, 2026
