Jack Savoretti: «Mio figlio tifa Genoa. Dalla musica alla tv, c’è tanta Italia a casa nostra». L’intervista

Quando sta in Inghilterra si sente più italiano, quando sta in Italia si sente più inglese, ovunque è riconosciuto come un grande cantautore. Parliamo di Giovanni Edgar Charles Galletto Savoretti, per tutti Jack, londinese classe 1983, figlio dell’italianissimo Guido, che lasciò Genova negli anni ’70. Un legame che il figlio non ha mai perso, anzi, non perde mai occasione per rinnovare orgogliosamente. Nel 2024 addirittura un intero album nella nostra lingua dal titolo Miss Italia, mentre due anni dopo torna con We Will Always Be The Way We Were, disco inciso con un approccio molto artigianale, ritornando un po’ alle origini di una carriera che ad oggi conta ben due decadi.
In che momento della tua carriera e della tua vita ti coglie questo disco?
«Un po’ nel mezzo, a fine primo tempo, un po’ scherzando a un certo punto stavo per chiamare l’album “Crisi di mezz’età”. Perché arrivato a 42 anni, con 20 anni di carriera, sposato, tre figli, mi sono chiesto: “E adesso cosa si fa?”. È stato incredibile perché questo disco mi ha liberato da questa cosa che poteva stendermi, poteva veramente anche uccidermi. Così invece di andarle contro, di affrontarla con nostalgia, ho deciso di accettarla, di dar retta a questa sensazione invece di far finta che non stesse succedendo niente, che era tutto ok. Mi sono proprio fermato e ho deciso, invece di cercare di controllare o decidere quello che farò, di aprirmi e vedere che esperienze mi vengono incontro. E anche musicalmente è stato così, di solito io ho sempre protetto le mie emozioni o le mie esperienze, usando un concetto o uno stile per la mia musica, ho sempre deciso come vestire le mie emozioni, con questo disco ho detto no, “Andiamo proprio in jeans e t-shirt, non ho voglia di decidere niente, voglio imparare da quello che esce quando mi metto davanti a un pianoforte, voglio studiare chi sono e cosa mi sta succedendo intorno, quando prendo la chitarra in mano, voglio imparare dal processo, non controllarlo”».
Questo nuovo approccio ti ha sorpreso in qualcosa poi alla fine?
«In tutto, non mi aspettavo niente di tutto ciò che pensavo. Ma quello che ho trovato più favoloso è accorgermi che questo disco mi ha liberato dalla nostalgia, mi ha fatto accettare che sono quello che sono e sarò sempre così, sono sempre stato così. Certo, cresco, mi sviluppo, cerco di migliorare, con la crescita cambiamo, ma l’anima rimane sempre quella, non sono sparito, io sono sempre quel ragazzino di 16 anni che ha preso in mano la chitarra e ha detto: “Mi basta questo”, sono sempre il ventunenne che uscendo da un bar ha incontrato l’amore della sua vita. Quando vedo i miei figli, anche se crescono, per me rimangono sempre gli stessi, e anche l’anima è sempre la stessa. Il regalo che mi ha dato l’album è accettare questo, che la gente cresce ma non necessariamente cambia».
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Parlavi poco fa di 20 anni di carriera, sarei curioso di sapere la prima immagine che ti viene in mente pensando a 20 anni di carriera…
«Non so se posso dirlo. Se ci penso vedo le facce di chi mi sta intorno, vedo le facce di chi è ancora con me, perché la cosa di cui sono più fiero è che di solito chi sale a bordo questo circo ci rimane e non per i soldi. Vorrei forse a volte che fosse così, almeno sentirei meno responsabilità, ma no, è proprio perché ci credono. Sono circondato da gente che ci crede anche per quanto riguarda i miei fan, che mi seguono da tanto, sono leali. Non ho mai avuto quel tormentone che fa tutto il lavoro per me, sono stati i fan a fare tantissimo di quel lavoro che mi tiene ancora a 42 anni su questa sedia, dove posso fare quello che faccio, su questo palco. Se chiudo gli occhi quindi vedo tante facce».
Questo disco ha due caratteristiche molto controcorrente. La prima è che, come hai spiegato tu stesso, rappresenta un ritorno al passato. La seconda è che conferma il tuo spiccato romanticismo. Due caratteristiche che nella discografia di oggi di solito non premiano… Tu lo hai fatto apposta, te ne sei accorto, ci hai pensato a questo aspetto del tuo lavoro?
«No, assolutamente no. È stato il regalo più bello di questo album: ho coscientemente deciso di non essere cosciente di quello che stavo facendo. Mi sono detto: “Togliamo le strategie, prendi in mano la chitarra, vai al pianoforte e vediamo cosa esce”. Ed è uscito questo. Poi possiamo vederlo come un ritorno al passato ma per me questo è l’album più moderno che ho mai fatto, perché rappresenta veramente dove sono adesso. Il ragazzo che ha fatto il primo album vent’anni fa è ancora qua e si sente nel modo in cui suono, nel modo in cui canto. Ironicamente, pur avendo 42 anni, è l’album più naif che ho mai fatto. È quasi da ragazzino, senza pensieri. Magari avessi potuto fare un album così vent’anni fa, forse avrei avuto un grande successo, ma non avevo il coraggio, non credevo in me stesso».
Oggi credi di più in te stesso?
«Non è che adesso sono più sicuro, ma accetto che sono quello che sono. Vivo il pomeriggio della vita, come lo chiama Carl Jung, non una crisi di mezz’età, che è un bruttissimo termine, in cui penso “I Am What I Am”, ovvero: è quello che è. Poi lascio definirlo agli altri, ma stranamente per me non è nostalgico questo album. È un ritorno alle radici, ma non al passato. Sono tornato nel quartiere da dove è iniziato tutto, alle mie radici musicali, sulle strade dove ho iniziato a suonare per la prima volta, vicino al bar dove ho suonato live per la prima volta, con i musicisti con cui lavoro da vent’anni. Sono tornato alle radici per scoprire chi sono adesso e chi sono adesso ha tantissimo di quel ragazzino ancora dentro. Solo che forse ho fatto finta che non esistesse più o mi sono totalmente distratto dal fatto che cercavo di costruire un altro uomo, ma nel frattempo lui è rimasto sempre lì».
Visto che questo disco così sincero corrisponde ai vent’anni della tua carriera, viene da pensare come sarà il prossimo?
«Bella domanda. Non lo so, però mi piace questa cosa di non pensarci troppo, questo nuovo non essere troppo in controllo delle cose. Vediamo come va questo album, forse sarà una tragedia discografica e non ci sarà un prossimo album, ma se ci sarà, sono curioso di vedere cosa sarà. Non sarà lo stesso, perché io cerco di non ripetere la stessa cosa due volte».
Hai deciso di incidere una versione di I Hear You Calling insieme a Mille, come è andata questa collaborazione?
«Io la trovo un’artista veramente straordinaria. Mille rappresenta tutto ciò che di bello c’è nella musica italiana e, allo stesso tempo, tutto ciò che di brutto c’è nell’industria musicale italiana. Perché il fatto che Mille non sia una delle più grandi e famose artiste in Italia (ma non solo in Italia, anche all’estero) mi fa incazzare. Io faccio sentire la musica di Mille qui all’estero e impazziscono. Sono proprio incazzato con l’industria musicale italiana che non capisce quanto valore ha un’artista come Mille e questa cosa secondo me dice tanto sullo stato dell’industria musicale italiana. Perché Mille non è spinta abbastanza, specialmente all’estero, ed è un fenomeno. Io oggi preferisco la nostra versione che la versione originale della canzone, adesso stiamo facendo la promo di questo singolo fuori dall’Italia e quando faccio la versione inglese originale mi viene sempre da cantare la parte di Mille. Spero che avremo tante altre possibilità di cantarla insieme, perché la adoro, non solo come artista, ma anche come donna. Ma come artista è veramente tanta roba, la trovo veramente eccezionale. Io dico sempre: se Lou Reed e Patty Pravo avessero avuto una figlia, sarebbe Mille».
Tra l’altro, tu sei un esperto di collaborazioni, nella tua lista hai Bob Dylan, Nile Rodgers…Qual è quella che ti rende più orgoglioso?
«Bob Dylan, devo dire, è una figata unica, anche perché mi piace vedere il mio nome attaccato al suo, però, devo dire, io sarò sempre eternamente grato a Elisa. A parte il fatto che Elisa, in generale, è fenomenale nel modo in cui dà supporto ad artisti nuovi, con me quindici anni fa, quando veramente in Italia non mi guardava o stava ad ascoltare nessuno, lei è stata incredibile, mi ha invitato a suonare con lei all’Arena di Verona, quindi le sarò sempre eternamente grato. Nel nuovo album poi c’è un duetto con Katie Townsend che quando ci penso mi viene da ridere, perché ci conosciamo da vent’anni, suonavamo negli stessi pub a Londra, il mio chitarrista di adesso era il suo chitarrista, quindi trovarci qua vent’anni dopo ci fa ridere a tutti e due, perché siamo ancora qua a fare questo, a suonare, a giocare con la vita, con la musica, insieme, è incredibile, quindi quello mi fa molto felice».
Tu vivi nella campagna inglese e giri moltissimo, qual è l’immagine della musica italiana nel mondo oggi?
«I due artisti che io vedo che all’estero vanno forte sono in questo momento Andrea Laszlo De Simone e Nu Genea, sono loro gli italiani che ovunque vado li sento e sono super orgoglioso e mi esalto. Devo dire che gli ultimi 5 anni sono stati stupendi per l’Italia all’estero, io l’ho scoperto sulla mia pelle perché ho fatto anche un album in italiano e il mio album in italiano ha fatto meglio in Inghilterra che in Italia. C’è molta curiosità e molto interesse per tutto quello che è italiano. L’Italia è bella quando non propone cliché, quando mantiene la propria identità. Andrea Laszlo De Simone e Nu Genea sono un esempio perfetto, perché sono tipicamente italiani ma non sono un cliché. Io credo che l’Italia non è totalmente consapevole di cosa piaccia di lei all’estero, io lo so perché quando mi trovo in Inghilterra mi sento più italiano che inglese e quando sono in Italia mi sento più inglese che italiano, sono sempre quello che gioca fuori casa. Ogni Paese europeo vede l’Italia da una prospettiva totalmente diversa, però la cosa bella è che suscita sempre fascino. Questa è una cosa di cui io sono sempre fiero».
Tu cosa ci tieni che i tuoi figli conoscano dell’Italia?
«Non è che voglio insegnargli niente, perché non è necessario insegnargli, voglio che loro abbiano più esperienze possibili in Italia e poi impareranno da soli quello che è l’Italia per loro, perché è diverso per loro, perché io sono nato da padre italiano-italiano, loro sono nati da padre italo-inglese. Però nel mio piccolo, senza impormi o sforzare niente, cerco di portarli il più possibile in Italia. Non è facilissimo, anche perché ormai sono in tre, viaggiare è un incubo, però un viaggio all’anno in Italia cerchiamo di farlo sempre, quello garantito. E poi ognuno di loro ha un padrino italiano, quindi avranno sempre una connessione con l’Italia, hanno cugini italiani e nonni italiani. Questo è bello, mio figlio tifa l’Italia, non l’Inghilterra, tifa il Genoa, sono cose piccole, sciocchezze, ma sono importanti. Poi a casa si mangia italiano, si parla italiano il più possibile, ascoltano musica italiana tutto il giorno, guardiamo film italiani, è una cosa che cerco di non forzare, però voglio solo che abbiano delle esperienze».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Spero che sia utile nel dare conforto alle persone in un periodo della vita dove si sentono soli o non sanno chi sono, non si conoscono ancora del tutto. Spero che ascoltare questo album dia il tempo di conoscersi un po’ meglio»
