Ultime notizie Crisi Usa - IranDonald TrumpGiorgia MeloniPapa Leone XIV
ATTUALITÀArteColombiaEtiopiaIndiaMarocco

Chi è Chantal Pinzi, la fotografa italiana che è in finale al World Press Photo Contest 2026 – L’intervista

22 Aprile 2026 - 08:37 Roberta Brodini
Chantal Pinzi Marocco Farisat della Tbourida
Chantal Pinzi Marocco Farisat della Tbourida
Il suo progetto sulle combattenti a cavallo marocchine della Tbourida, le farisāt, è tra i sei finalisti europei che concorrono al premio finale del World Press Photo Contest 2026. Il vincitore sarà annunciato il 23 aprile

Si chiama Chantal Pinzi, ha 29 anni, è italiana ed originaria di Como, ma da dieci anni vive a Berlino. Questo, quando non gira il mondo per cercare di catturare con la sua fotocamera l’essenza delle persone, soprattutto quella delle donne che non hanno voce. I suoi scatti, appartenenti alla serie Farisāt: Gunpowder’s Daughters, ritraggono le cavallerizze marocchine dello spettacolo tradizionale che rievoca le tecniche degli scontri a cavallo della Tbourida, e sono stati selezionati portandola tra i sei finalisti del World Press Photo Contest 2026. Giovedì 23 aprile verrà decretato il vincitore. Nel frattempo, Open ha parlato con lei per conoscere un po’ meglio la sua storia.

Chantal, quando hai cominciato a interessarti alla fotografia?

«Ho cominciato a fotografare quando avevo 16 anni, durante le autogestioni del liceo. Gli studenti mi mandavano le loro foto e c’era una selezione per un concorso all’interno delle mostre. Poi mi occupavo delle fotografie di classe, perché c’era poco budget, quindi scattavo fotografare durante le gite. Successivamente ho trovato un’università a Berlino con alcuni professori come Michael Danner, che è ancora uno dei miei mentori, i cui progetti mi affascinavano molto. Così ho iniziato a studiare fotogiornalismo: non mi interessavano la fotografia di moda e quella commerciale, su cui si focalizzavano maggiormente le università a Milano, per esempio. Per questo ho deciso di restare in Germania».

Che significato aveva per te fotografare?

«Era un modo per avvicinarmi a varie culture e avere quel privilegio di riuscire a entrare nella vita dell’altro, seppur per poco, includendo nuove voci e creando nuovi dialoghi. Ho iniziato a lavorare su progetti, inizialmente vari. Inizialmente, in Colombia, ho parlato di distruzione ambientale, ma ho fatto anche delle storie sulla break dance, grazie al fotografo Henry Agudelo, che aveva una scuola per fotografi amatori nel Paese e che avevo conosciuto ai tempi dell’università. Lui mi ha invitata. Poi da lì ho iniziato a fare i miei primi progetti e a focalizzarmi più sulle voci femminili».

Che valore ha il ruolo della donna nei tuoi lavori?

«Io uso la fotografia anche per il mio attivismo, anche se non è l’unico strumento con cui lo faccio. La lotta femminile mi identifica e io ho cercato, anche attraverso la mia curiosità, di capire in quali di questi gradini di lotta femminile le altre donne si trovassero. Lo sport, anche negli ultimi anni, ha preso molto spazio nella mia narrazione, ma penso che sia un naturale evolversi della mia personalità. Io infatti da cinque anni pratico a livello agonistico kickboxing e vedo ogni giorno in questo mondo quali discriminazioni di genere esistono. Trovo efficace vedere nel microcosmo dello sport le ingiustizie che poi invece si riflettono nella società».

Quali sono stati i tuoi primi progetti?

«I miei primi lavori sono stati in Colombia, quando ancora studiavo. Ho iniziato un progetto con una comunità indigena Wayuu, un gruppo nativo che vive tra Venezuela e Colombia, nella regione della Guajira, che è stata oggetto di molte violenze legate al narcotraffico e all’abbandono statale. All’inizio ero più focalizzata sulla loro cultura e sulla struttura matriarcale e poi sono tornata lì per studiare perché i gruppi nativi lasciassero la loro terra per andare a vivere di elemosina nella città: il problema era una miniera, proprietà di un’azienda svizzera, che aveva contaminato l’acqua. Ho deciso di raccontare la situazione attraverso le voci delle madri: un loro collettivo cerca di difendere il territorio e ha intrapreso dei processi legali contro la miniera. I loro figli sono nati con malformazioni e problemi respiratori e tuttora ne soffrono».

Di cosa parla invece il progetto Shred the Patriarchy?

«È un progetto nato per parlare dello sport femminile e del significato che riveste per molte ragazze. Con Shred the Patriarchy («Distruggi il patriarcato»), sono andata in Etiopia e in India, dove ho seguito le giovani skater: «shred» infatti, nello slang dello skateboard significa «andare in skate». Così in Etiopia ho scoperto come questo sport aiuti a creare un senso di comunità e abbia permesso alle ragazze di muoversi e viaggiare di più. Per le skater indiane, invece, ha un significato di emancipazione: per una ragazza che cresce in una zona dell’India rurale, considerata come appartenente a una casta inferiore, ha un significato diverso praticarlo rispetto a una ragazza che cresce in una grande città come Mumbai, per esempio. Lo skate permette alle ragazze di vestirsi come vogliono e andare contro alle regole della famiglia. Esemplare il caso di una madre di loro, che è stata bruciata con l’acido perché ha deciso di indossare in jeans. In Marocco ci sono donne che hanno raggiunto le Olimpiadi di Parigi, dopo aver lottato contro una famiglia che non capiva il significato di questo sport per loro».

donna marocchina a cavallo farisat Tbourida
Titolo: Farīsāt: Gunpowder’s Daughters – Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures

Come è nato il progetto che ti ha portata tra i sei migliori fotografi d’Europa?

«Quando uno viaggia in Marocco, vede ovunque, anche solo negli hotel, quadri che raffigurano le Tbourida, un combattimento marocchino tradizionale a cavallo riconosciuto dall’UNESCO che risale al XVI secolo. Si vedono anche le sue tipiche armi esposte e si percepisce quanto sia diffusa la cultura del cavallo arabo. Ho iniziato così a fare delle ricerche, soprattutto su Instagram, ma non trovavo donne farisāt («cavallerizze»), ma solo uomini. Loro mi hanno aiutata a conoscere la storia di Ghita Jhiate, che fa parte della truppa Zahia Aboulait (una delle sette in tutto il Marocco composte da sole donne, ndr). Il padre di Zahia era un famoso cavaliere e lei è stata una delle prime Maqadma, ovvero leader di una truppa composta solo di donne: in passato, infatti, una donna poteva solo cavalcare a fianco di uomini. Tuttora comunque le farisāt non possono competere in festival con premi in denaro, cosa che rende loro molto difficile sostenere le spese degli allenamenti e del cavallo. Il mio intento è stato quindi quello di riuscire a capire come avessero riconquistato il loro posto legittimo all’interno di questo patrimonio culturale, appannaggio di soli uomini».

Festival di Tbourida in Marocco
Titolo: Farīsāt: Gunpowder’s Daughters (Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures)

Com’è stato per te sapere di essere tra i finalisti?

«Questa non era la mia prima partecipazione al World Press Photo Contest: mi sono iscritta ad almeno altre 6 edizioni in passato, a volte riuscendo a superare solo le selezioni iniziali. Quest’anno avevo partecipato sia con il mio progetto Shred the Patriarchy, che è stato selezionato ma non ha vinto, sia con il progetto Farīsāt, che contiene 10 fotografie. Quando mi hanno comunicato che avevo vinto, ero in Thailandia. Ho letto l’email e…che dire, per un fotogiornalista è un riconoscimento molto importante. Ma sono anche contenta per l’attenzione che ha poi la storia stessa: quando ricevo i messaggi dalle protagoniste dei miei lavori, come Ghita o Zahia, sento che loro stesse sono orgogliose di questo successo e la cosa mi riempie il cuore. Sento sempre la responsabilità della fiducia che le persone che racconto ripongono in me».

Farīsāt: Gunpowder’s Daughters- Ritratto della truppa di Bouchra Nabata, donne marocchina farisat Tbourida
Titolo: Farīsāt: Gunpowder’s Daughters – Ritratto della truppa di Bouchra Nabata
(Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures)

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

«Shred the Patriarchy non finisce qui. Sto lavorando per aggiungere un capitolo, tornando in Colombia, dove la scena skate di donne e attiviste è molto forte. Poi c’è un altro progetto che vorrei realizzare in Senegal, che è il seguito di una delle storie che ho realizzato in India sul wrestling femminile. E poi, sicuramente, Farisāt deve continuare…».

FOTO copertina: Farīsāt: Gunpowder’s Daughters (Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures)

leggi anche