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Ditonellapiaga: «Ho fatto un disco per chi si sente sempre inadeguato, per chi come me sorride nella foto e ha l’insalata tra i denti». L’intervista

25 Aprile 2026 - 14:56 Gabriele Fazio
In estate la cantautrice romana porterà i brani dell'album in tour nei principali festival, a novembre poi due speciali appuntamenti nei club: il 27 novembre all’Atlantico di Roma e il 30 novembre al Fabrique di Milano

Il vincitore del Festival di Sanremo non si scopre mai alla fine della settimana, molto più credibili i risultati che arrivano sul medio-lungo periodo, quando escono i dischi, quando si prende dimestichezza con i brani. Secondo questo incontrovertibile principio, Ditonellapiaga con la sua Che fastidio! esce certamente vincente dalla kermesse. Miss Italia, il disco uscito la scorsa settimana, e che si è dovuto guadagnare con le scartoffie di un tribunale il diritto di intitolarsi così, ne è certamente la prova, perché raramente nella nostra discografia troviamo album che uniscano così bene colori sgargianti e contenuti così significativi. In estate la cantautrice romana porterà i brani dell’album in tour nei principali festival, a novembre poi due speciali appuntamenti nei club: il 27 novembre all’Atlantico di Roma e il 30 novembre al Fabrique di Milano.

Una delle cose che mi è piaciuta di più del disco è il punto di vista che hai scelto, che riesce a rappresentare contemporaneamente sia il personale che l’universale…
«Ho fatto delle considerazioni a posteriori, queste cose sono personali, effettivamente sono molto autentiche, e magari sono legate principalmente al mondo del mio lavoro, della mia carriera, secondo me è un disco molto legato a come mi vivo io il mio lavoro, che poi ovviamente ha delle riflessioni, cioè si riflette molto sulla mia vita personale emotiva e psicologica, in maniera anche molto pesante. Però sono d’accordo, io quando l’ho fatto sentire alle mie amiche o ai miei amici, loro si sono ritrovati in delle cose che comunque sono estremamente personali. Stavolta però c’ho tenuto a fare una cosa…cioè, non è che c’ho tenuto, mi è venuto proprio spontaneo: avevo proprio delle cose da dire, c’avevo proprio un’urgenza da tirare fuori e questo disco veramente è stato un modo per capire tante cose di me in quel momento e superarle».

Tutte le canzoni sono permeate di un senso di liberazione…
«Non so se era uno scopo, sicuramente stavolta ho proprio fatto uno schema, un brainstorming, riguardo le tematiche che volevo affrontare, volevo che ci fosse un universo da raccontare rispetto a come mi sentivo io, quindi delle cose che a me stavano a cuore, delle questioni che mi facevano stare male, degli episodi da raccontare poi magari in musica, ovviamente raccontati in modo diverso rispetto alla realtà, perché ovviamente poi io mi diverto anche un po’ a costruire, fare, inventare».

Hai trovato un compromesso storico tra pop e contenuto. Spesso le canzoni che hanno tutti questi colori finisce che non riescono a dire niente…
«Musicalmente credo che questo disco sia un pop giocoso, un pop dance contaminato, perché ci sono anche episodi tipo Hollywood, la stessa Bibidi bobidi bu, ci sono delle batterie suonate, c’è un pezzo che si chiama Tropicana hotline che ha tutta la parte elettronica pazza con le batterie elettroniche e poi l’outro rock. Io credo che, a maggior ragione se ci sono delle finalità narrative, giocare con la musica e mettere insieme più elementi che magari non sono estremamente coerenti tra loro può aiutare a sottolineare il significato o comunque la narrativa della storia. Stavolta forse l’ho saputo gestire meglio, ho rimosso qualsiasi tipo di reference, durante tutta la scrittura del disco ho ascoltato veramente poca musica e in generale ho cercato di assecondare molto di più le storie, i significati. Mi ero posta l’obiettivo di fare un disco che aveva un senso dall’inizio alla fine, come se fosse un musical, poi mi sono resa conto che per quello che volevo dire io e per i pezzi che stavano venendo fuori, non aveva senso concepirlo così, ho cercato di dargli comunque un senso a livello di ordine cronologico, però non mi sono incaponita, perché in quel momento per me la cosa importante era la libertà di far fluire i pensieri e le idee».

Cosa ti ha insegnato la composizione di questo disco?
«Che mi devo fare più domande e badare al concept. Il mio modo di fare musica è veramente molto sperimentare, sperimentare, sperimentare; stavolta dopo la sperimentazione c’è stata una fase in cui ho levato dei brani, che erano belli, mi piacevano molto, ma non erano adatti musicalmente o tematicamente. Alcuni erano romantici, ma ho scelto deliberatamente di non mettere canzoni d’amore in questo disco, perché non penso fosse un disco sull’amore o comunque era un disco talmente sul rapporto con me stessa che metterci qualcun altro mi faceva troppo strano. Credo che quello che ho imparato sia fottermene di come vanno fatte le cose».

La verità secondo me è un pezzo fondamentale nell’arco narrativo di questo album. Quanto è importante come valore nella musica?
«Non so se in questo ambiente ho trovato poca verità, non è quello il tema, il problema è che a un certo punto io non mi sentivo vera, nonostante facessi in modo di sembrarlo tantissimo. Paradossalmente, per me fare dei pezzi più “normali”, più semplici, che possono risultare più autentici rappresentano il modo opposto per farmi essere vera, la mia autenticità nella creatività è estremamente teatrale, che è un paradosso, perché comunque la teatralità è costruita, è esagerata, e quindi diciamo che concettualmente potrebbe essere l’esatto opposto. E invece io frenando quella parte di me stavo cercando di essere qualcosa che non sono, o che perlomeno in musica non sono, quindi anche l’idea del nome era diventata ingombrante, perché non lo stavo rivendicando, non stavo sposando il concetto e l’attitudine che c’è dietro al nome, che è quella che poi c’era in Camouflage. Mentre nel periodo di Flash io ho cercato di sperimentare delle cose diverse, anche delle cose magari un po’ più meno teatrali e più autentiche, però probabilmente mi sono state un po’ strette, perché in realtà io stavo cercando di frenare il mio spirito un po’ più giocoso, esagerato. Intorno a me vedo che ci sono persone autentiche, nel senso che si vede che sono estremamente dentro quello che fanno e quello che dicono, quindi non sono costruite, non sono finte o studiate a tavolino. Poi c’è anche qualcosa di studiato a tavolino, ma a me non ispira, non arriva, però in qualche modo funzionerà, è evidente, solo che su di me questa cosa non funziona, su qualcun altro sicuramente funziona, perché ci sono i risultati che parlano, ma a me non interessa e non mi va di farlo. Però ci ho dovuto un po’ fare conti col fatto che è evidente che bisogna comunque anche fare il paio con i risultati, sto cercando di fregarmene un po’ di più, perché altrimenti poi vengono fuori cose meno ispirate e comunque i risultati non arrivano, nel mio caso».

Si sa: Sanremo non lo vince mai chi vince. Tu senti di aver vinto?
«Io sicuramente nel mio piccolo, per il percorso che ho fatto, sento di aver vinto. Ma perché mi sono imposta di fare le cose in un certo modo, tipo “Mi prendo un anno per scrivere questo disco”, “Lo scrivo senza reference, come voglio io”, una serie di imposizioni che ho fatto io a me stessa e anche poi alle persone che lavorano con me nel credere anche un po’ nel mio progetto, nonostante non fossi né A né B, non fossi né pop né underground, tipo “Facciamolo, fidatevi, proviamoci”, questa fiducia che mi è stata data poi è stata premiata da un palco così. Intanto come opportunità e poi da tutto l’affetto che ho ricevuto. Io penso che questo Sanremo per me è stato importantissimo perché mi hanno riconosciuta per quello che io sono e mi sono presentata senza compromessi, con un brano pazzo, perché è un brano che non è assolutamente sanremese, sul palco a fare la mia roba, “Vi piace bene. Non vi piace, mi dispiace”. E invece è andata molto meglio di come mi sarei aspettata, anche la scelta dell’ospite, che comunque inizialmente poteva essere un po’ un problema perché Tony non è proprio il personaggio più accessibile del mondo, perché comunque si sono create tante polemiche. Quindi per me ho già vinto per questa cosa qui, poi sono arrivata pure sul podio…».

Nella copertina del disco ci sono due tue foto in versione Miss, ma in una delle due ti sei disegnata baffetti e corna, come a volerti autodeturpare per renderti buffa…tu quale ti senti più delle due?
«Non lo so, forse più questa…(e indica la sua versione col viso disegnato, ndr). Il mio linguaggio è più questo secondo me, questa è un’ossessione che ho da sempre, da molto prima di fare questo mestiere, io ho l’ossessione per le cose perfette, però con l’errore, tipo appunto la foto della Miss con gli scarabocchi in faccia o le foto bellissime con l’insalata tra i denti, è proprio una cosa che mi piace tanto».

Cosa ti piacerebbe rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«La sensazione di aver fatto pace con se stessi, che è quello che ho provato io scrivendolo e producendolo e quando lo riascolto. Per esempio, l’ultimo brano è stato scelto apposta per la fine perché è proprio una liberazione, è un’accettazione della propria verità, è far cadere la maschera. L’ho scritto anche nell’interno del vinile, nei ringraziamenti: lo dedico a tutte le persone che si sentono inadeguate e incomprese, spero che in questo disco possano in minima parte trovare quantomeno uno specchio».