Influencer finanziari, ora la Ue propone un bollino di qualità per ridurre truffe e conflitti di interesse – Il video
Basta con i consigli su investimenti e guadagni shock sui social media. L’Unione europea vuole mettere un freno al proliferare dei “finfluencer”, i creator digitali che cercano di attrarre l’attenzione dei ragazzi (e non solo) con raccomandazioni d’investimento spesso di dubbia credibilità. O meglio, regolare il settore. Oggi il Parlamento europeo voterà il primo rapporto interamente dedicato al fenomeno. I social media sono ormai la piattaforma principale su cui la Gen Z si informa su ogni tema e perfino scelta di vita, e i finfluencer in quest’ottica possono giocare un ruolo importante per raggiungere nuove audience sui temi finanziari, riconosce la Commissione Ue. Ma queste opportunità «presentano anche rischi» perché quei creator «possono diffondere informazioni fuorvianti, possono avere conflitti d’interesse e anche operare schemi fraudolenti», e in ogni caso «i loro interessi commerciali non sempre sono allineati con quelli dei consumatori», ha ricordato nel dibattito in Aula la Commissaria ai Servizi finanziari Maria Luís Albuquerque. Prospettiva identica a quella adottata nel rapporto del Parlamento europeo, che chiede pertanto ora interventi strutturali per regolare il settore.
Come dare una regolata ai finfluencer
In linea con il nuovo predicato Ue di semplificare e non accumulare norme su norme, l’assemblea di Strasburgo non chiede in realtà nuovi atti legislativi ad hoc. Se mai di applicare le regole già esistenti, e di predisporre una serie di altre azioni e strumenti “soft”. I primi responsabili dei contenuti che viaggiano sui social media, ricorda preoccupato il Parlamento europeo, sono le piattaforme stesse. Che a norma del Digital Services Act – il regolamento sul tech in vigore da novembre 2022 – sono tenute a identificare e rimuovere tempestivamente i contenuti fraudolenti incluse le truffe finanziarie. Le grandi piattaforme come Instagram e TikTok dovrebbero anche segnalare i contenuti dei “finfluencer” mostrando avvisi sui rischi dei prodotti finanziari ad alto rischio, ed etichettare chiaramente i contenuti commerciali, propongono pure gli eurodeputati. Va poi creata una “pressione istituzionale” sugli influencer finanziari perché dimostrino di avere i titoli per dare i consigli che danno: per esempio sviluppando un marchio di qualità che i creator potranno esibire (su base volontaria) nei loro reel/post, ma anche corsi di formazione professionale che i finfluencer debbano seguire per potere “esercitare” sui social. Alla fine però l’unica chiave di volta vincolante potrebbe essere la revisione delle direttive Ue già esistenti per includere nella categoria dei consulenti finanziari – sottoposti a regole precise – anche i finfluencer.
Lo «scudo» per i cittadini dell’educazione finanziaria
Sul lungo termine comunque, concordano le istituzioni Ue, la vera ricetta per prevenire truffe finanziarie digitali che possono seriamente danneggiare le persone è investire nella loro educazione finanziaria. Oggi appena il 18% dei cittadini europei, secondo un sondaggio Eurostat, dichiara di avere conoscenze finanziarie avanzate. L’Italia è allineata al livello medio Ue, ma preoccupare per il nostro Paese anche un altro dato correlato: oltre due terzi dei cittadini ammette di non fidarsi davvero dei consigli d’investimento forniti dagli operatori tradizionali, come i consulenti delle banche. Il che rischia di renderli ancora più vulnerabili a chi si presenta appunto come consigliere “amichevole” in maglietta e jeans con contenuti digitali accattivanti. Proprio nei mesi scorsi la Commissione ha varato una Strategia europea di educazione finanziaria volta a coordinare al meglio le iniziative già esistenti in vari Paesi e incoraggiare l’adozione delle migliori pratiche. Il Parlamento preme ora perché quell’iniziativa si traduca in una vera campagna d’informazione su vasta scala, e chiede ai Paesi Ue di introdurre corsi di educazione finanziaria nei curricula scolastici «a tutti i livelli», ma anche negli stadi successivi della vita, compreso sui luoghi di lavoro. E chiede infine di concentrare sforzi e investimenti per sostenere iniziative di educazione finanziaria rivolte alle categorie più vulnerabili: donne, giovani, cittadini di aree rurali o più arretrate. «Maggior alfabetizzazione finanziaria significa più libertà, fare in modo che le persone possano decidere con più responsabilità e sicurezza», ha rimarcato in Aula la relatrice del rapporto Lidia Pereira.
