Tosca: «Cantare è diventato fare soldi, fama, sold out e streaming. Resta poco spazio per l’emozione. Ma io me lo prendo». L’intervista

Il nuovo disco di Tosca si intitola, su suggerimento diretto di Renzo Arbore, Feminae. Perché è un disco inequivocabilmente femminile, negli intenti, nei richiami, nelle interpreti che ne sono protagoniste insieme a Tosca, artista sempre più centrale in quell’universo, vasto, profondo e luminoso, lontano dai circuiti mainstream più beceri. Ma è anche un disco che traduce la sua femminilità in una sorta di splendida provocazione politica, in cui la donna canta ma fa valere la potenza dirompente del concetto ancor prima di quella miserrima dell’immagine patinata, una provocazione che coinvolge soprattutto l’approccio squisitamente intellettuale e sentimentale dietro l’architettura di un album che non si può che definire una perla rara.
Partirei dal titolo, che ti è stato suggerito da una persona speciale, Renzo Arbore…?
«Io ho iniziato con Renzo, ero proprio una ragazzina del clan, mi aveva scoperta in un locale e poi mi aveva fatto partecipare ad alcune sue registrazioni. Io da Indietro tutta in poi ho fatto tutti i cori possibili e immaginabili, quindi sono cresciuta sotto quell’egida di libertà, di curiosità, di follia, di artigianalità. Quando finiva Doc andavamo a mangiare da Natalino a Corso Francia e lì si continuava, si faceva il sarau brasiliano, ci si metteva intorno al tavolo e si cantava, si suonava. Insomma io gli devo tantissimo, lui viene sempre a vedere i miei spettacoli, si diverte molto quando gli porto le canzoni, lui è ancora un uomo di una curiosità unica».
E il titolo, come è venuto fuori?
«Gli ho detto: “Non trovo il titolo, pensavo a Sorores”, però non mi convinceva. È come quando c’hai un figlio, cominci a immaginare, però istintivamente senti che dei nomi ti piacciono ma non gli stanno bene. Allora lui mi ha detto: “Ma chiamalo Feminae, siete tutte femmine!”. Feminae anche in senso di accoglienza, di creatività, dare la vita a qualche cosa di nuovo, l’opposto di quello che oggi vogliono dare al termine femminismo. Il femminismo in questo momento è usato come lotta, ma il femminismo in realtà doveva essere qualcosa che riconosceva i nostri diritti, adesso è diventato quasi una mascolinizzazione, cioè per essere considerati femminile bisogna passare ad essere maschi, quindi “C’ha le palle”. Ma invece originariamente la femmina era altro, la femmina ti dà la vita, ti insegna la lingua, ti insegna a mangiare, ti protegge, la femmina fa squadra, si riconosce, se le femmine si mettono insieme sono cavoli tuoi, quindi capisci che è tanto. Solo che sta a noi riabilitarlo, ecco perché mi è piaciuto tanto questo termine e l’ho trovato perfetto per questo disco, già declinato tutto al femminile».
Apri il disco con Vissi d’arte dalla Tosca di Puccini, che è un po’ una dichiarazione d’intenti rispetto il tuo approccio alla musica, la scelta netta che hai fatto nella tua carriera…
«Vissi d’arte per me è un mantra, chiamandomi Tosca puoi capire; però è proprio vero per me: io “Vivo d’arte, vivo d’amore e non feci mai male ad anima viva”. E alle volte penso sconfortata: “Ma perché non si può vivere d’arte e d’amore? Perché si deve vivere di compromessi e di soprusi?”. Anche nelle nuove generazioni c’è tanto pressappochismo, tanto cinismo, vengono saccheggiati. A me piacerebbe che in un mondo ideale ci fosse un po’ di spazio per tutto e non spazio solo per qualcosa che serve a fare numeri, che poi in realtà ne vogliono altri e poi altri ancora e poi altri ancora, non siamo mai sazi, diventa bulimia numerica, bulimia di profitto. Questa corsa verso il niente non serve a niente, magari ci può stare l’intrattenimento, perché ci sta, però sempre intrattenimento sincero, non intrattenimento stupefacente, quello che sembra che chissà che è e poi in realtà è come una cosa stupefacente, che dura il tempo che deve per darti quell’effetto, ma poi ne devi andare a cercare altra. Oggi fare il nostro mestiere è status, fare il nostro mestiere è soldi, successo, fama, grandi eventi, sold out, streaming. Ma come fai a emozionarti? È una cosa molto difficile. Però c’è una riserva di determinati artisti che scelgono la libertà, sicuramente pagano uno scotto, però in quella libertà c’è anche questo lusso, perché alla fine è un lusso».
Effettivamente, ascoltando il disco, viene istinto chiedersi se è rimasto ancora spazio nella musica italiana per questo genere di approccio puro alla musica…
«Lo spazio c’è, è che si è convinti del contrario. Ma lo spazio c’è, te ne accorgi anche con determinati artisti più giovani che, non avendo nulla da perdere, in qualche maniera stanno provando a scrivere una nuova pagina. Se parliamo di donne ti parlo de La Nina, di Emma Nolde, de’ Lamante, di Lavinia Mancusi, di Anna Castiglia, di Sarafine, artiste che in qualche maniera ci stanno provando e sono anche delle belle ragazze. Perché poi c’è anche questo discorso per quanto ci riguarda: ci hanno inculcato che se non mostri non ce la fai, pure con me c’hanno provato tanti anni fa, invece poi non è così. Perché quello che sembra libertà in realtà è schiavitù, perché poi devi assolutamente mantenere quello standard. Un bel corpo attira, però dipende sempre un po’ da dove parti, se tu parti da un discorso culturale, quindi da un’esigenza artistica che hai, cioè “Io voglio cantare questo e mi piace mettermi col costume sul palco” è una cosa, un’altra cosa è: “Mi piace mettermi in costume sul palco e poi canto”. Sono due cose diverse, quindi devi capire qual è il tuo progetto, il tuo core business. Il core business in certi casi qual è? È non perdere pubblico, quindi non importa che cosa viene prima e cosa viene dopo. E questo è un dramma, soprattutto per noi femmine, perché io ho lottato, io uscivo con i vestiti tutti chiusi, ero vestita da Armani, e c’erano le sarte della Rai che mi dicevano “Ma tu hai il seno, ma perché non lo fai vedere?”, e io rispondevo: “Perché lo devo far vedere? Io canto”. Però, capisci, è tutto sbagliato».
Certo esiste anche un pop di concetto, che utilizza in un certo modo la sensualità della donna…
«Certo. Poi esiste una signorina che si chiama Rosalía, che secondo me è una bellissima donna, però viene prima il suo messaggio artistico. O Olivia Dean, o Raye, o Maro: tutte bellissime donne, però viene prima il loro messaggio culturale e dopo la loro bellezza, e così tra l’altro, potenza del fascino, sembrano ancora più belle. In Italia c’è stata una mercificazione manco tanto strisciante, era proprio ostentata, una mercificazione per cui non si può invecchiare, attrici che si deturpano per poter rimanere nel mercato, cosa che tutte le grandi artiste della musica mondiale, da Joan Baez a Mercedes Sosa, a Cesária Évora, o Chavela Vargas, che era una ruga vivente, non hanno mai fatto, perché la musica invecchia con te, ma diventa saggezza, diventa bellezza. Però siamo malati, vogliamo a tutti i costi rimanere sul mercato attraverso l’avvenenza fisica, ma se tu punti su quello, nel momento in cui non ce l’hai più, sei morta. Io questo te lo dico perché sono figlia di una donna che aveva puntato quasi tutto sulla sua avvenenza e nel momento in cui è invecchiata e si è ammalata, è morta dentro, quindi per questo ho giurato che mai e poi mai avrei fatto base su quello».
In un’intervista con Il Messaggero hai detto che qualche volta i tuoi ragazzi di Officina Pasolini fanno i provini per i talent di nascosto…
«Sì, te lo nascondono, perché è il fallimento del fallimento del fallimento. Cioè, quello è un posto in cui se non vinci niente sei fallito, ma addirittura se manco ti pigliano…Quindi di molto io lo vengo a sapere dopo, anche perché poi io, davvero, non li guardo i talent, perché mi fa proprio male vedere usare le persone così, perché ne sento la sofferenza. Per me il problema non è il talent, il talent di per sé è un ottimo mezzo, ma è come lo utilizzi. Cioè, pensa che in Portogallo dai talent sono usciti Salvador Sobral e Tiago Nacarato, e tanti altri, perché hanno una cultura molto profonda, legata alle loro radici. Tiago Nacarato cantava Tom Jobim, essendo anche di origini brasiliane; Salvador Sobral, invece, aveva già iniziato a portare una sua vena jazz, ma veniva comunque ascoltato. Anche in Francia ce ne sono tantissimi: lì c’è The Voice, non credo nemmeno più X Factor, e da lì sono usciti molti artisti. C’è, per esempio, Benjamin Clementine, che era fortissimo: anche lui viene da quel contesto. Però lì c’è proprio un’altra cura, e anche un rischio diverso. Qui invece abbiamo una discografia che si è spaventata quando è arrivata la rete, che si è salvata inginocchiandosi, servendo, voce del verbo servire, perché le regole dell’intrattenimento sono proprie dello sponsor, dell’audience, tutte cose che Renzo aveva detto trent’anni fa. Il problema è che qui è tutto gara, quindi non vengono presi degli artisti che alla fine devono accettare alcuni compromessi, in certi sistemi la canzone che devi cantare è quella, il produttore è quello. Io ho letto i contratti che vengono fatti, anzi abbiamo anche aiutato qualche ragazzo a togliersi da questi contratti, perché sono tremendi, perché ti prendono, magari ti parcheggiano e tu non puoi fare niente, quindi sei un alienato, ma ti senti qualcuno perché sei andato quattro o cinque volte in televisione, quindi c’hai sempre quella roba di sostanza stupefacente che ancora è in circolo, poi però devi vivere. Invece se quel mezzo venisse usato per far conoscere della musica nuova, allora diventerebbe davvero una cosa rivoluzionaria, anche perché avoglia se ci sono bravi artisti giovani. Il nostro è un mestiere serio, ha che fare con le emozioni, deve essere riempito di cose da dire, di qualità, e allora sì che funziona. Naturalmente bisogna educare lo sponsor e dire: “Amico, mi devi dar tempo”, ma qui è più importante il vestito del giudice, come ti sistema il parrucchiere, l’effetto speciale, quella non è musica, è intrattenimento».
Tornando al disco, mi racconti quando Ornella Vanoni ti ha chiesto di “adottare un’orfanella”? Che poi è la canzone Per un’amica
«Io avevo sempre pensato di non starle simpatica, ma Ornella per me era una dea, aveva fatto questo disco, La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria, che è un disco spartiacque. Cioè, una artista donna che fa un disco con due uomini brasiliani e tira fuori la poesia in un momento in cui cominciava ad imporsi pesantemente la musica commerciale: coraggiosissima. Io subivo il suo fascino, mi inibivo, e allora lei mi chiamava “La musona”, diceva: “Ma chi si crede di essere questa che non ride mai?” In realtà io diventavo di sasso per timore reverenziale. Poi ci siamo riviste con Carmen Consoli all’omaggio a Rosa Balistreri, era la mia dirimpettaia di stanza, mi bussava e mi cantava “Mi voto e mi rivoto sospirando” e mi chiedeva “Come la faccio?”, e io: “La fai bene Ornella!”, e lei: “No, tu e quell’altra stronza mi prendete per il culo!”. Non era vero, la faceva davvero benissimo, fu una serata bellissima, ricordo che uno le ha chiesto l’età e lei ha detto “82”, quindi tutti si sono girati ed erano sorpresi. Io le ho detto “Madonna Ornella, come te li porti bene!”, quando quello si è allontanato mi fa: “Ne ho 72, ma se gli dicevo la mia vera età non faceva quella faccia stupenda”. Era geniale. Su di me diceva sempre: “Ma perché non si fa mai vedere? Si deve far vedere di più quella musona!”. Un giorno anche Pacifico mi ha detto: “Sai che Ornella mi ha chiesto di te? Mi ha detto che devi andare di più in tv”. Poi sono entrata nella sua casa discografica, la BMG, e lei ha chiesto a Dino Stewart se non poteva scegliere una delle sue orfanelle, sue canzoni che hanno avuto meno successo, da farmi fare. Io, capirai, sono andata in ansia da prestazione, ho fatto quattro versioni di Per un’amica, con una grande orchestra, con un quartetto d’archi, voce e chitarra, fino a che Joe Barbieri, il mio produttore, me l’ha levata, le abbiamo mandato tutte le opzioni e lei ha scelto il quartetto d’archi. Mi sarebbe piaciuto anche viverla insieme, questa cosa, ne sarei stata felice, perché questa è una canzone che amo tanto ed è un pezzo del suo cuore, insomma, è un grande regalo questo. Poi quando lei è morta ho pensato: “Vedrai che adesso non la faremo più”, invece il figlio ha detto, “No, no, io questa cosa la voglio fare”. È andata così».
Invece come mai hai scelto di interpretare La canzone popolare di Fossati?
«Quando decido di interpretare una canzone il primo ragionamento è sempre istintivo: mi piace, e questo già giustifica tutto. Perché quando una cosa ti piace, significa che ti fa stare bene. A me fa stare bene cantare quella canzone. Perché? Perché ancestralmente, dentro, nella testa, c’è un messaggio molto forte, La canzone popolare parla di noi, è come se dicesse “Alzati che si sta alzando la tua storia”, perché la canzone popolare racconta le nostre gesta. L’espressione “popolare” in questo caso è differente da “pop”. Pop rappresenta un’estrapolazione del popolare, un’estrapolazione che serve per omologare, per avere un qualcosa che unisce, la canzone pop ha delle regole ben precise, deve essere molto molto molto fruibile, mentre la canzone popolare racconta delle gesta di un popolo. Quindi la guerra, quindi il lavoro, i soprusi sul lavoro, le vicende storiche, le ninna nanne, le feste. È sempre qualcosa che ha a che fare con il nostro sangue. Poi devo dirti che ogni volta io ci vedo qualcosa di diverso: “Sono io, forse sei tu, che ha lottato più forte, che ha sbagliato più forte, che per avere tutto il mondo tra le braccia si è trovato anche la morte”; be, a me questa frase mi fa pensare a Trump, a Netanyahu, perché per volere tutto alla fine trovano la morte. È un grande atto politico cantare quella canzone».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Mi piacerebbe che le persone come me si facessero accompagnare da questo disco, cioè fare compagnia, perché io l’ho pensato così, spero che durante la giornata tu lo possa mettere sotto e che ti possa in qualche maniera fare compagnia, che è una sensazione bella. Questo mi piacerebbe, che restasse questo, niente ansia da prestazione, ma ansia da tranquillità».
