Frankie hi-nrg mc: «Vi spiego perché non ho messo nel disco “Quelli che ben pensano”». – L’intervista

Si intitola Voce e batteria il nuovo album di Frankie hi-nrg mc, uno dei più autorevoli padri della scena rap italiana. In realtà di nuovo c’è solo un’idea, ma fondamentale: rispolverare vecchi classici del suo repertorio in versione, appunto, voce e batteria. Un modo per riportare il rap alla propria matrice, il rappato su beat, cosa che, ed è questo il secondo obiettivo totalmente centrato dal progetto, mette in straordinaria evidenza i testi delle canzoni. Ecco, appunto, risulta assolutamente strabiliante, quasi inquietante, la potenza e l’attualità di brani che hanno diverse decadi alle spalle, il che non può fare altro che farci constatare come il rap nel frattempo abbia perso quella vena irriverente, quella necessità della denuncia politica, che la rendeva meravigliosamente disturbante una volta, prima che conquistasse tutte le vette raggiungibili in un mercato musicale, diventando così puro mainstream. Voce e batteria è anche il titolo del tour che durante la primavera e l’estate 2026 porterà Frankie hi-nrg mc e Donato Stolfi a esibirsi sui palchi di tutta Italia, in una formula essenziale e inedita che riporta al centro voce, ritmo e parole, facendo ballare il pubblico dei principali festival e venue all’aperto.
In che momento della carriera ti coglie (o hai colto) questo disco?
«Questo bisognerebbe chiederlo ai miei biografi. Sicuramente è nato come un’idea originale per poter affrontare la vita, affrontare le giornate, le mie perlomeno, e sicuramente arriva dopo un bel trentennio in cui sicuramente amici, collaboratori, fan, ascoltatori estemporanei, tutti insomma, mi dicono: “Oh, ma lo sai che questa canzone è ancora attualissima”, qualunque fosse la canzone alla quale si riferissero. E quindi mi sono andato a prendere i testi, me li sono letti e ho detto “cavoli, effettivamente l’umanità alla quale facevo riferimento, che avevo in mente quando ho deciso di raccontarla, utilizzando queste parole, non è che abbia fatto tutti questi passi avanti, anzi forse addirittura in alcuni casi è un po’ regredita”. Poi parlando con Donato Stolfi ci siamo detti “Sarebbe interessante provare a fare uno spettacolo in cui si restituisce un po’ quello che era il rap delle origini, quando ancora non era così diffuso l’hip hop, e nella fattispecie il rap, e si era soliti descriverlo come una sorta di parlare cantando su una base molto ritmata”. Spogliare le canzoni da tutti gli orpelli musicali, che non dico che le abbiano gravate, ma che sicuramente rendono più complesso e articolato l’ascolto di un testo e tenerlo sostenuto soltanto da uno scheletro ritmico, poteva essere un’idea interessante».
Questo approccio va in totale controtendenza con il rap dalle megaproduzioni di oggi, possiamo considerarlo un esercizio di stile con una certa lieve forma di protesta?
«No no, perché l’hip hop, e nella fattispecie il rap, è un grande delta che con il passare degli anni si amplia in un reticolo di rigagnoli, non ci si può arrabbiare se si scopre che una parte di questo fiume sta andando in territori che tu determini acquitrinosi, perché altri, che sono gente di palude, lo amano e lo rispettano per quello che è. No, non c’è assolutamente nessun tipo di revanchism in questo disco, c’è però un grande piacere personale nel riscoprire delle mie canzoni e nell’aver realizzato un progetto che è estremamente entusiasmante da suonare live e spero che questo tipo di entusiasmo si trasformi in una euforia da parte del pubblico nel volerlo ascoltare tante volte».
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Quello che il pubblico noterà certamente è che manca Quelli che ben pensano, come mai?
«Perché Quelli che ben pensano già esiste, fatta e finita nell’immaginario collettivo, quindi ha poco senso proporre una nuova versione di quello che è il mio brano più conosciuto e forse uno dei più amati. Probabilmente avrebbe rubato spazio ad altre canzoni, avrebbe rubato l’attenzione ad altre canzoni, e semplicemente non ho avuto voglia di riservare il trattamento voce/batteria a un brano che è così profondamente radicato, toccando il quale io stesso avrei avuto una forma di disagio».
Te lo facevo notare perché spesso gli artisti sviluppano un rapporto un po’ particolare con i propri grandi successi. Tu che rapporto hai mantenuto con quell’incredibile canzone?
«Fortunatamente un ottimo rapporto, la canto sempre con grande piacere quando mi viene richiesto e sono più che contento di farlo, al contrario di altri artisti che invece per loro, secondo me, sfortuna vedono il tanto amore del pubblico nei confronti di una singola canzone come eccessivo, come se temessero che quella canzone possa rubare amore alle altre, mentre in realtà non è così. Se una canzone fa successo è fisiologico che la gente lo riconosca come tale e la voglia sentire, perché quando si risente una canzone si viene trasportati nello spazio e nel tempo ai momenti che ognuno di noi collega a quella canzone. Quindi nel momento in cui ho canto Quelli che ben pensano davanti a un pubblico parte un immediato viaggio collettivo per destinazioni che nessuno può immaginare degli altri. Questa è una cosa molto bella e mi dispiace che ci siano dei colleghi che vedano alcuni propri moloch musicali come ostacoli e non gli vogliono più bene».
Una cosa che viene istintivo pensare ascoltando questi pezzi di un’attualità effettivamente quasi inquietante è che brani rap di questo tipo, politicamente impegnati, non ne fanno più. Come mai secondo te? Possiamo parlare di crisi di valori nel rap italiano?
«Non so, negli anni ‘90 anni a me veniva spontaneo, come tuttora viene spontaneo, parlare di temi sociali di grande diffusione. Con il passare degli anni, entrati negli anni 2000, ma soprattutto il 2010/2020, lo sguardo si è rivolto sempre più verso l’individuo, si parla molto più di se stessi, si parla molto più anche delle proprie fragilità, negli anni ‘90 era impensabile che un rapper raccontasse di proprie fragilità e delle proprie difficoltà e delle proprie turbe. Oggi c’è un diverso approccio, il rap rappresenta l’emanazione del pubblico di riferimento e in questi anni i ragazzi hanno più uno sguardo verso il proprio intimo; mai negli anni ‘90 ci si poneva il problema dell’analisi psicologica, del ricorso ad analisti, perché non erano chiaramente problemi, erano modi di essere, non problemi, non cose che si possono in qualche maniera risolvere. Mentre oggi c’è questo tipo di sensibilità e quindi chiaramente cambia il modo di esprimersi».
Il mondo è molto cambiato, nella musica c’è un fattore nuovo che non ti piace?
«Purtroppo quello che condiziona molto il mondo della musica contemporanea è la modalità di fruizione, è questo meccanismo super accelerato che incoraggia una sindrome da deficit di attenzione, proponendo sempre più di frequente nuova musica, nuove star di riferimento, nuovi trend, nuovi cazzi che, chiaramente, rendono discontinua la frequentazione di un artista e, lato artisti, rende difficile l’approfondimento di un tema. Il lavoro necessario per fare una canzone, per fare un disco, deve essere compresso nel tempo, perché poi bisogna prepararne un altro e un altro ancora, bisogna costantemente essere “fuori a mezzanotte”. E questo da un lato genera difficoltà, dall’altro causa un annacquamento dei temi, un appiattimento dei testi. Una cosa che, per esempio, una volta era inimmaginabile, ma oggi in molti ambiti è la norma, è che i testi rap vengono scritti non da chi li interpreta ma da un pool di autori. Io mai mi sarei immaginato né immaginerò mai che qualcuno possa scrivere un testo e io divento poi interprete di quel testo, senza esserne autore, mentre oggi è una cosa molto molto molto più diffusa».
Quando hai cominciato ti saresti aspettato che il rap sarebbe diventata questa cosa gigante?
«Non pensavo si posizionasse così al centro della discografia italiana, ma sì, pensavo che sarebbe diventato una cosa gigante, perché l’ho vista crescere dai primi anni ’80, quando sono entrato in contatto con questa dimensione, ai primi anni ’90, quando mi sono messo in gioco. La direzione era quella di una crescita ancora più smisurata che non poteva essere arginata. Ci hanno provato nei primi mesi a definirla come una moda, quando l’hip hop è emerso passando dal culto misterico che c’era nel South Bronx, ad Harlem e a Brooklyn, per entrare nei locali di Manhattan e nelle orecchie di un pubblico bianco; però nessuno ci ha creduto neanche per cinque minuti che fosse una moda, era una cosa solida che rapidamente si è capito avrebbe influenzato tutta la musica e il costume mondiale. Perché non c’è ambito che non sia in qualche maniera interessato dall’hip hop, dalla musica alla letteratura, alla moda».
Tu fai parte della primissima generazione di rapper italiani, quindi anche della primissima generazione di rapper italiani che stanno fisiologicamente invecchiando…ma come invecchia un rapper?
«A tempo. L’importante è invecchiare a tempo. Perché nel momento in cui inizi ad andare fuori tempo si invecchia male, se invece si riesce a mantenere la stessa delivery, lo stesso lo stesso flow, con lo stesso ritmo, si può invecchiare bene. Non so come invecchino gli altri, non so come posso invecchiare un panettiere o un commercialista, ma non credo in maniera troppo difforme rispetto a me che faccio sicuramente un mestiere diverso, più divertente, più curioso, che mi porta a 57 anni sui palchi di tutta Italia a cantare delle canzoni e a far ballare la gente, come faccio durante i miei dj set, così come ho la fortuna di fare quando mi esibisco. Insomma, dal mio punto di vista invecchio bene. Non mi sento un pesce fuor d’acqua, cerco sempre di mantenere una certa attenzione rispetto quello che mi capita intorno, visto che comunque nuoto nella stessa acqua nella quale nuota un ventenne».
Negli ultimi anni il rap ha raggiunto degli enormi risultati, dalla vittoria della Targa Tenco a interi tour negli stadi, fino alla presenza fissa al Festival di Sanremo. C’è stato un momento preciso in cui ti sei reso conto che le cose stavano cambiando per il rap italiano?
«Non te lo saprei dire, perché a me sembra tutto talmente naturale che non sono stupito del fatto che un mc possa riempire uno stadio più volte. Forse uno dei momenti in cui io sono stato colpito dalla efficacia del rap è stato quando “Supercafone” è diventato un modo di dire, quando gli antagonisti politici venivano definiti “Supercafoni”. Non ho detto semplicemente “bravo” a Piotta, ho pensato che se si riesce ad arrivare anche nella lingua di persone che magari quella canzone l’hanno, sì, sentita, ma hanno colto quel frammento, hanno campionato quel pezzetto, e lo utilizzano a loro volta nei loro discorsi, questo di per sé è quanto di più pop esista».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«La voglia di venirci a sentire dal vivo».
