L’India ha trovato un modo per cucinare senza gas: usa lo sterco di mucca

Succede davvero, come racconta l’Afp: Gauri Devi, un’agricoltrice indiana, cucina un chapati, una tradizionale focaccia, sul suo fornello alimentato a biogas prodotto dallo sterco di mucca. In India le mucche sono venerate come incarnazione delle divinità indù e simbolo della madre nutrice. Dal blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 60% del fabbisogno nazionale di gas naturale liquefatto (GNL), gli indiani faticano a procurarsi bombole di gas. E allora usano il biogas.
Lo sterco e il biogas
Dagli anni ’80 Nuova Delhi ha incentivato la produzione di biogas nelle aree rurali. E ha sovvenzionato oltre cinque milioni di impianti di biogas che convertono i rifiuti agricoli in gas per cucinare e fanghi ricchi di azoto per il fertilizzante. Nel contesto attuale, la venticinquenne Gauri Devi è più che mai grata di possederne uno. «Ci si può cucinare di tutto», dice Gauri parlando con il giornalista di France Presse dalla sua cucina a Nekpur, un villaggio dell’Uttar Pradesh a circa 30 chilometri da Nuova Delhi, «dal te’ alle verdure alle lenticchie». L’India consuma oltre 30 milioni di tonnellate di GNL all’anno e ne importa più della metà. Il governo insiste sul fatto che non ci sia carenza. Ma a causa dei ritardi nelle consegne, degli acquisti dettati dal panico e del mercato nero, i residenti a volte devono aspettare ore per ottenere una bombola.
I secchi di letame con l’acqua
E allora meglio l’autoproduzione. L’Afp documenta come nel suo fienile Devi mescola secchi di letame con acqua, poi versa la miscela in una cisterna sotterranea delle dimensioni di un’auto, sormontata da un serbatoio di stoccaggio. Il metano, trasportato tramite gasdotto, le permette di fare a meno di una bombola di gas, tranne in caso di emergenza o per grandi raduni. Il residuo di letame viene poi utilizzato come fertilizzante. «Il letame è davvero eccellente», dice Pramod Singh, agricoltore che dal 2025 possiede un impianto di biogas per sei persone. Alimentato quotidianamente da 30 a 45 chili di letame proveniente da quattro mucche. Ed è diventato più prezioso da quando il commercio globale di fertilizzanti è stato gravemente colpito dalla guerra in Medio Oriente.
I fanghi come l’oro
«I fanghi sono oro nero», arriva a dire Pritam Singh, un funzionario del settore agricolo. Il settore impiega oltre il 45% della forza lavoro indiana. Il Paese più popoloso del mondo, con 1,4 miliardi di abitanti, possiede uno dei più grandi allevamenti di bestiame al mondo. Il gigante asiatico, terzo inquinatore al mondo dopo Cina e Stati Uniti, sta incoraggiando la produzione di biogas su larga scala dopo essersi impegnato a raggiungere la neutralità dal carbone entro il 2070. Decine di enormi impianti di biogas sono in costruzione in tutta l’India, con investimenti per milioni di dollari. Ma continuano a sorgere piccoli impianti nelle zone rurali. Con costi compresi tra 25 mila e 30 mila rupie (da 225 a 270 euro), spesso fortemente sovvenzionati dallo Stato.
Le vacche sacre e il combustibile
In un paese in cui il letame e l’urina di mucche venerate vengono utilizzati per intonacare i muri, come combustibile e nei rituali, convincere la gente a passare al biogas è stato facile, sottolinea l’agricoltore. Dopo aver costruito il suo primo impianto nel 2007, ha contribuito all’installazione di altri quindici impianti nel suo villaggio solo l’anno scorso, afferma, notando un crescente interesse in seguito all’offensiva statunitense e israeliana contro l’Iran. A oggi, il biogas rappresenta ancora solo una piccola quota del combustibile per cucinare, con il GNL considerato più pratico.
«Gli impianti a biogas non sono semplici apparecchiature; sono mini-impianti», spiega A.R. Shukla, presidente dell’Associazione Indiana del Biogas. «Richiedono installazione, funzionamento regolare e manutenzione», aggiunge. Anche con i sussidi, il costo iniziale rappresenta un deterrente per molti. «Lavoriamo tutto il giorno sulla terra altrui; non abbiamo un terreno nostro per questo», spiega Ramesh Kumar Singh, un bracciante che aspetta con un centinaio di altre persone di ricevere una bombola di gas nel vicino villaggio di Madalpur. «Sono qui, sotto il sole cocente, affamato e assetato», si lamenta Mahendri, 77 anni, che aspetta disperatamente da tre giorni di poter andare via con una bombola di gas.

