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Pannelli solari, la stretta della Cina fa salire i prezzi: cosa cambia per le famiglie e perché può essere la fine di un’era

06 Maggio 2026 - 14:04 Gianluca Brambilla
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Proprio mentre la crisi di petrolio e gas spinge le energie rinnovabili, cresce anche il prezzo del fotovoltaico. Ma secondo gli analisti il solare resterà la fonte più a buon mercato
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Proprio ora che l’ultima crisi dei combustibili fossili sembrava convincere l’Europa ad accelerare verso le rinnovabili, i pannelli solari rischiano di diventare sempre più cari. Dopo anni di ribassi quasi ininterrotti, i prezzi dei moduli fotovoltaici sono tornati a salire. Secondo i dati citati dal Financial Times, le quotazioni sono passate dai 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre agli 11,4 centesimi di metà aprile scorso. Una variazione piccola, almeno in apparenza, ma che tra gli addetti ai lavori viene interpretata come il possibile segnale della fine di un’era: quella dei pannelli solari cinesi venduti a prezzi sempre più bassi.

La rapida ascesa del fotovoltaico

Da più di un decennio, il fotovoltaico è il simbolo della transizione energetica dai combustibili fossili – principali responsabili del riscaldamento globale – alle fonti rinnovabili. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le politiche industriali cinesi e le economie di scala hanno contribuito a ridurre i costi del solare di oltre l’80%, trasformandolo in una delle fonti più economiche per produrre nuova elettricità in molte aree del mondo. Questa corsa al ribasso dei prezzi ha avuto un effetto dirompente sulla transizione energetica. Secondo il think tank Ember, nel 2025 le rinnovabili hanno superato il carbone come prima fonte di generazione elettrica mondiale, con il solare a trainare gran parte della crescita.

Perché i prezzi stanno risalendo

Il paradosso è che proprio il successo della tecnologia ha messo sotto pressione chi la produce. L’enorme espansione della capacità produttiva cinese ha creato un eccesso di offerta, schiacciando i margini e innescando una concorrenza sfrenata tra i maggiori produttori. Ad oggi, Pechino controlla oltre l’80% del mercato per i diversi componenti del fotovoltaico: polisilicio, lingotti, wafer, celle e moduli. Una situazione che ha contribuito senz’altro ad abbattere i costi, ma ha anche reso il mondo intero dipendente dalle scelte della Cina.

Negli ultimi mesi, il regime di Xi Jinping ha iniziato a intervenire per frenare la sovraccapacità produttiva e mettere fine a una concorrenza diventata insostenibile. La novità più rilevante è la cancellazione, dal 1° aprile 2026, dei rimborsi Iva all’export per i prodotti fotovoltaici. Ma a contribuire è anche il rialzo del costo dell’argento, componente essenziale delle celle, e dalla necessità dei produttori di recuperare margini dopo mesi di vendite a prezzi molto bassi. Per il momento, gli analisti non prevedono un crollo della domanda. Questo perché anche con prezzi più elevati il solare resta competitivo rispetto a molte alternative, soprattutto in un contesto di forti rincari anche per gas e petrolio.

EPA/Xinhua/Wang Peng | Pulizia di pannelli solari in un parco fotovoltaico a Yinchuan, in Cina

La dipendenza dell’Europa da Pechino

Nonostante gli ambiziosi obiettivi introdotti con il Green Deal, l’Europa importa ancora gran parte dei pannelli solari installati proprio dalla Cina. Anzi, di recente i numeri hanno continuato a crescere. Secondo i dati più aggiornati, a marzo 2026 la Cina ha esportato 37,32 gigawatt di moduli solari, più del doppio rispetto a febbraio e il 60% in più su base annua. L’Europa ha assorbito il 35% dell’export totale di Pechino, con Paesi Bassi, Francia, Spagna, Polonia e Italia tra le principali destinazioni.

Ad oggi, produrre pannelli solari in Europa e negli Stati Uniti è molto più costoso. Innanzitutto, per via dei prezzi più elevati dell’energia e della necessità di importare dall’estero molte materie prime. Ma anche perché le aziende occidentali non dispongono dell’esperienza e del know-how accumulato dalle concorrenti asiatiche negli ultimi decenni. Detto questo, qualche passo per ridurre la dipendenza tecnologica c’è stato. Proprio nelle scorse settimane, la Commissione europea ha chiesto alle banche partner di non finanziare più progetti di rinnovabili che utilizzano componenti di rete prodotti in Cina, Iran o Russia.

Il punto più delicato riguarda gli inverter, spesso descritti come il “cervello” degli impianti solari: sono i dispositivi che trasformano l’elettricità prodotta dai pannelli in corrente utilizzabile dalla rete. Le nuove linee guida si applicano ai fondi europei, inclusi quelli gestiti dalla Banca europea per gli investimenti e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, con una fase transitoria per i progetti già avanzati e una piena applicazione per i nuovi contratti dal 2027.

Quanto costa mettere i pannelli solari a casa

Va detto che per chi installa un impianto fotovoltaico domestico, il prezzo dei pannelli è solo una piccola parte del conto finale. Anche se i moduli oggi costano molto meno rispetto al passato, una famiglia paga anche inverter, strutture, cavi, progettazione, pratiche e manodopera. In Italia, un impianto standard da 3 kW può costare indicativamente 5-6.500 euro senza batteria, mentre una taglia più comune per una villetta, da 6 kW, si aggira spesso attorno ai 7-8.500 euro. Con una batteria di accumulo, utile per usare la sera l’energia prodotta di giorno, il preventivo può salire facilmente verso i 12-15 mila euro. Il bonus casa alleggerisce la spesa, ma nel tempo: per l’abitazione principale la detrazione è al 50%, ma il recupero fiscale si spalma su dieci anni.

Foto copertina: EPA/Roman Pilipey

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