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La premio Nobel per la pace Narges Mohammadi in fin di vita. I figli: «Negarle le cure è una forma di tortura. Da 10 anni non possiamo abbracciarla»

10 Maggio 2026 - 20:28 Alessandra Mancini
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L'attivista per i diritti umani iraniana, da giorni in terapia intensiva a Zanjan, è stata trasferita nell'ospedale di Teheran. Kiana e Ali Rahmani a Open: «Crescere senza lei è stato doloroso, ma il legame è forte»
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«Nessun bambino dovrebbe essere separato dalla propria madre». Poche parole, che pesano ancora di più nel giorno della festa della mamma. A scriverle è Kiana Rahmani, figlia di Narges Mohammadi, la premio Nobel per la Pace trasferita oggi all’ospedale di Teheran dopo una settimana trascorsa in terapia intensiva nella struttura di Zanjan, la città iraniana che ospita il carcere dove è detenuta da oltre cento giorni. «Non sentiamo la sua voce da dicembre», raccontano a Open i figli. «Da quasi dieci anni – ci dicono – non possiamo né vederla né abbracciarla». Le condizioni fisiche e psicologiche dell’attivista per i diritti umani sono critiche. «La sua vita è appesa a un filo. Un trasferimento temporaneo non basta, necessita di cure permanenti e specialistiche. Narges non deve mai più essere riportata nelle condizioni che hanno distrutto la sua salute. Chiediamo l’immediato annullamento di tutte le ingiuste condanne contro di lei e l’archiviazione di ogni accusa costruita per metterla a tacere», è l’appello del marito Taghi Rahmani. I medici sospettano una forma di angina vasospastica – nota anche come angina di Prinzmetal – una grave patologia cardiaca capace di provocare infarti e aritmie letali. «Rifiutare a mia madre l’accesso a cure cardiologiche adeguate va ben oltre la negligenza», dice il figlio Ali Rahmani. Dopo oltre dieci anni di detenzione, numerosi scioperi della fame e un grave deterioramento delle sue condizioni – aggravato dalle violenze subite, come racconta lei stessa nelle memorie “clandestine” anticipate dal Guardian – privarla di assistenza medica «equivale a una forma deliberata di tortura», sottolinea.

«Da quasi dieci anni non posso né vederla né abbracciarla»

Per gran parte della loro vita, racconta Kiana che vive a Parigi con il fratello e il padre, almeno uno dei due genitori è stato detenuto. «Non ci si abitua mai davvero alla distanza, anche quando diventa parte della vita quotidiana», spiega. Eppure, i ricordi legati alla madre – «fatti di affetto e dolcezza» – restano intatti, così come quelli della sua «straordinaria forza e determinazione». «Siamo orgogliosi di lei», dice. Anche per il fratello Ali «è stato doloroso crescere lontano» da Mohammadi. «Sin da piccolo non l’ho vista solo come una madre, ma come una donna che ha consacrato la propria vita alla difesa dei diritti umani, della libertà e dell’uguaglianza in Iran», racconta. «Ho capito presto che in lei esisteva una sorta di “seconda donna”, totalmente dedicata alla lotta per la dignità, la vita e la libertà». 

«In una famiglia politicamente attiva in Iran si cresce molto presto»

In una famiglia impegnata politicamente in Iran, spiega ancora Kiana, «si è costretti a crescere molto presto» assumendosi responsabilità importanti. «Io e Ali abbiamo iniziato a preoccuparci per i nostri genitori fin dall’infanzia – sottolinea -. In un contesto simile si comprende subito che restare in silenzio non è possibile. Eppure la speranza è qualcosa che non ci è mai stata tolta. Anche oggi, mentre nostra madre è detenuta in un reparto di sicurezza e l’angoscia resta forte, continuiamo ad aggrapparci a quella speranza, proprio come ci ha insegnato lei. Speriamo di poterci riunire un giorno e di vedere liberi tutti i prigionieri politici». Anche per questo, i due fratelli hanno scelto di trasformare la loro voce in uno strumento di testimonianza. «Da questo impegno è nata la Narges Foundation – spiegano – con l’obiettivo di portare all’attenzione internazionale la storia di nostra madre e denunciare le esecuzioni e le condizioni dei prigionieri politici, in particolare delle donne attiviste per i diritti umani come Sepideh Gholian, Golrokh Iraee e Nasrin Sotoudeh».

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NARGES MOHAMMADI FOUNDATION | La premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi

L’arresto, le torture, il ricovero: come sta la Premio Nobel?

Mohammadi è stata arrestata almeno 14 volte dalle autorità iraniane, e ha finora accumulato, in diversi procedimenti giudiziari, condanne a 44 anni complessivi di carcere e 154 frustrate. L’ultimo fermo da parte del regime iraniano risale a dicembre 2025, durante un comizio, e in quell’occasione l’attivista è stata condannata a quasi otto anni di detenzione. Nei mesi successivi è stata trasferita dal carcere di Mashhad a quello di Zanjan, nel nord-ovest del Paese. Una misura definita «irregolare» dal marito Rahmani, che in un’intervista a marzo con Open ha anche denunciato le violenze subite dalla moglie in carcere: «È stata picchiata con estrema brutalità». Una settimana fa Mohammadi è stata ricoverata dopo aver perso conoscenza due volte nel giro di poche ore. Oggi, domenica 10 maggio, è stata finalmente trasferita a Teheran, dopo che le autorità hanno disposto la sospensione della pena su cauzione, così da permetterle di ricevere cure mediche. Le sue condizioni, secondo quanto riferito, sarebbero gravi e tali da far temere per la sua vita, mentre dalla famiglia alle istituzioni europee si moltiplicano gli appelli per chiederne la liberazione. Perché oggi, più che mai, restare in silenzio non è più un’opzione.

Foto copertina: ANSA/JAVAD PARSA | Ali e Kiana Rahmani, figli di Narges Mohammadi, a Oslo per ritirare il Nobel per la pace, 10 dicembre 2023

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