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«Ho quasi perso le gambe ma non odio i ragazzi che mi hanno aggredito: vorrei solo tornare a ballare»

14 Maggio 2026 - 10:37 Alba Romano
davide simone cavallo
davide simone cavallo
Davide Cavallo, picchiato e accoltellato per 50 euro a Milano. A chi l'ha ridotto così dice: «Non siete perduti»
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Davide Simone Cavallo, 22 anni, studente della Bocconi, è stato picchiato e accoltellato fuori da una discoteca a Milano. Due maggiorenni e tre minori volevano rubargli 50 euro. Per sei mesi è stato ricoverato al Niguarda a causa di una lesione midollare: ha quasi perso l’uso delle gambe. Ma adesso, dice, ha perdonato. A chi l’ha ridotto così dice: «Non siete perduti». Con La Repubblica oggi dice «sono vivo. E non è scontato. Certi giorni va meglio, faccio progressi. Altri inciampo, e vorrei solo rimanere per terra: sento il peso del cielo sulle spalle».

La storia di Davide Cavallo

Di quella notte vorrebbe ricordare, ma non ci riesce: «Mi sono svegliato in ospedale, pieno di tubi. Non esisteva il passato, solo il presente. Quella notte c’erano le telecamere di sorveglianza ma non ho visto il filmato per intero, solo quello che è passato in tv. Prima o poi lo farò». In ospedale «ho avuto una paura disperata di morire. A volte ce l’ho ancora. Mi sembra di risentire la coltellata e fa male. Cerco di ripetermi: “Adesso sei al sicuro”». E spiega: «Nessuno ti dice che le situazioni come la mia sono una sorta di funerale. Da un momento all’altro devi convivere con una perdita. Mi mancano i piccoli momenti di libertà: saltare, arrampicarmi su un albero. E ballare: mi manca moltissimo».

Il sogno

Racconta: «Una notte in ospedale ho fatto un sogno: stavo ballando. La mattina mi sono svegliato felice, una gioia che non provavo da mesi. Poi ho visto le mie gambe, ho provato a muoverle, ho sentito il peso come ogni mattina. Si muovono ma con fatica, sconnesse. Mi sembra di avere attaccato al corpo qualcosa di non mio. Vorrei sentirmi di nuovo come nei giorni migliori. Come quando mi svegliavo e avevo voglia di andare a correre».

La speranza di cambiare

In Aula è pronto a incontrare i responsabili: «E non mi fa paura. Non escludo la possibilità, un giorno, di parlare con loro. Forse comincerei con qualche brutto insulto. Il fatto è che hanno l’età di mio fratello, poco più piccoli di lui. Penso: perché l’hanno fatto? Non voglio perdere la mia umanità, non voglio odiare o sperare nella loro rovina. Spero che ne escano migliori e possano sorridere, che alla fine del loro percorso non siano rovinati, che abbiano una vita normale. Non giustifico quello che hanno fatto. Non c’è un solo motivo per farlo. Ma credo che le persone abbiano la speranza di cambiare».

Guarire

Nel futuro spera di «Guarire il più possibile. I medici non mi sanno dire se riprenderò a correre, fare sport, ballare, urinare spontaneamente. È stato intaccato l’ambito sensoriale, potrebbe rimanere un deficit. Ma non sono più su un letto, immobile. Non sto male. Non sono rimasto paralizzato». Nella sua lettera ringrazia tante persone. Fra cui Angelica: le ha fatto capire che poteva rialzarsi. «Un’operatrice socio sanitaria. Il mio angelo. Veniva a trovarmi quando era in pausa. Nei passaggi dal letto alla sedia a rotelle mi teneva per le braccia. Una volta mi ha lasciato: le gambe sono rimaste ferme, immobili, per tre secondi soltanto. Non ci credevo, è stato incredibile, ho pianto. Avevo paura di arrendermi ma lei mi ha detto: tu sei in grado di farlo».

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