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Bakari Sako prima di esser ucciso si era rifugiato in un bar. La procuratrice: «Il proprietario lo ha cacciato via»

12 Maggio 2026 - 21:42 Stefania Carboni
bakari sako
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L'uomo è stato colpite a morte nel centro storico di Taranto da un branco di giovanissimi, ora fermati. La procuratrice Pontassuglia: «Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti»
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Bakari Sako, l’immigrato regolare ucciso da un gruppo di giovanissimi a Taranto lo scorso sabato aveva provato a rifugiarsi in un bar durante l’aggressione, ma sarebbe stato cacciato. A riferire del dettaglio è la procuratrice tarantina, Eugenia Pontassuglia. «Non ci sono decreti sicurezza che tengano – ha riferito in alcune parole raccolte dal Corriere della Sera – non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti».

Bakari lasciato solo

Bakari alle cinque del mattino percorreva la città in bicicletta per andare a lavorare e garantire sostegno economico alla propria famiglia. Il branco per gli inquirenti lo avrebbe scelto perché più fragile, più esposto, meno difeso. Il bersaglio diventa così «la persona vulnerabile», «la persona indifesa», fino a coincidere, nel caso specifico, con «la persona di colore». Secondo quanto riferito dalla procuratrice, l’uomo, invece di ricevere protezione, sarebbe stato allontanato dal proprietario senza che venissero chiamate le forze dell’ordine.

La procuratrice del Tribunale dei minori: «Ci vuole una nuova grammatica civile»

Anche le parole della procuratrice facente funzioni del Tribunale per i minorenni, Daniela Putignano, si muovono nella stessa direzione. Ha parlato di «un episodio gravissimo, violentemente immotivato. I minori coinvolti sono incensurati, ma non sconosciuti all’autorità giudiziaria minorile. Ci vuole una nuova grammatica civile: tutti si devono far carico del problema perché la repressione conta poco se non si interviene sulle agenzie educative».

In rete la solidarietà verso gli aggressori

Il Corriere della Sera parla dei messaggi solidali nei confronti dei minorenni fermati. «Una presta libertà fratelli miei, vi amo», recita un post. E c’è chi scrive: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Abbiamo affrontato la vita da adulti prima del tempo. Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, semmai il contrario. C’è tempo per recuperare la vita lunga e non abbiamo nulla da temere. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che qui fuori gli squali sono tanti». Sotto la scritta «Taranto vecchia».