A Brescia nasce la «Pizza-terapia» per gli adolescenti con problemi di salute mentale. Lo chef Ciro Di Maio: «Ecco perché funziona»

«Pizza-terapia». Fa sorridere sentirla nominare per la prima volta. Ma dietro questo nome c’è un progetto molto serio, nato per aiutare adolescenti con fragilità psicologiche a ritrovare fiducia in sé stessi attraverso qualcosa di semplice e concreto, fare una pizza e imparare così un mestiere molto richiesto. Succede a Brescia, nella pizzeria San Ciro dello chef napoletano Ciro Di Maio, dove farina e lievito sono diventati strumenti educativi e relazionali. Il progetto si chiama «Mani Im-Pasto» ed è nato insieme alla cooperativa Fraternità Giovani, realtà che si occupa di salute mentale in età evolutiva. «La pizza mette tutti a proprio agio ed è qualcosa che conosciamo tutti», spiega a Open Ciro Di Maio. «Ma dentro quel gesto c’è la collaborazione e la soddisfazione di vedere che sei riuscito a creare qualcosa con le tue mani», aggiunge.
Come funziona il laboratorio di pizza-terapia per i ragazzi
Il laboratorio di pizza-terapia coinvolge adolescenti tra i 12 e i 18 anni. Ragazzi che spesso convivono con ansia, isolamento, difficoltà relazionali o percorsi scolastici interrotti. Per loro, entrare in una cucina professionale significa uscire da spazi protetti e confrontarsi con un ambiente reale, ma senza sentirsi giudicati. «Si parte dalle basi. Impasto, lievitazione, stesura, ingredienti, cottura», racconta lo chef. Ma quello che conta davvero è il percorso e la relazione che si crea attorno al tavolo di lavoro. «Facciamo tutto insieme dalla preparazione dell’impasto fino alla pizza finita. E nel mentre piccole sfide come chi la fa più bella o più rotonda. È un modo per stimolarli e giocare sulla competizione ma senza farli sentire sotto pressione», spiega Di Maio.

Come è nata l’idea della pizza-terapia
L’idea della pizza terapia è nata quasi per caso. A proporla, riferisce lo chef, è stato Matteo Pasetti, un educatore della cooperativa e amico di Di Maio. «Un giorno mi disse “perché non organizziamo qualcosa con questi ragazzi? Magari facciamo una pizza insieme. Da lì abbiamo iniziato a parlarne seriamente», ricorda. Prima un incontro informale nel locale, poi il confronto con i responsabili della cooperativa e infine il via libera al progetto. «Questo è stato il primo anno e sinceramente è andato oltre le aspettative», dice Di Maio. «Mi hanno raccontato che alcuni ragazzi non partecipavano quasi mai alle altre attività. Ma quando c’era il corso di pizza si presentavano sempre. Questo mi ha colpito tantissimo».
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Perché la pizza ha un valore sociale e terapeutico
Secondo lo chef, il valore della pizza-terapia è molto semplice. La pizza è concreta e non crea distanza. «I ragazzi sono intelligentissimi, capiscono subito quando qualcosa li annoia o meno. Se una cosa non gli piace, non vengono. Qui invece si divertono davvero», commenta. E in effetti la cucina riesce a creare un equilibrio particolare perché ci sono regole precise e tempi da rispettare, ma allo stesso tempo c’è libertà e condivisione. «Per questi adolescenti, indossare il grembiule e affondare le mani nella farina significa iniziare a immaginare il proprio futuro con una fiducia nuova. Non si tratta solo di imparare un mestiere, ma di capire che, con la giusta guida e il giusto impegno, si può essere protagonisti della propria vita, un impasto alla volta», spiega la presidente della cooperativa, Laura Rocco.

Chi è Ciro Di Maio, la storia di riscatto dello chef
Per Di Maio, però, il progetto ha anche un significato personale molto forte. Nato a Frattamaggiore nel 1990 con un passato burrascoso, ha iniziato a lavorare giovanissimo. «Io ho lasciato gli studi a 18 anni e mi sono buttato completamente sul lavoro. E il lavoro, sinceramente, mi ha salvato. Mi ha tenuto lontano dai guai», racconta Di Maio. Nel 2015 arriva a Brescia per lavorare come pizzaiolo. Anni dopo diventa titolare unico della sua pizzeria, San Ciro, oggi uno dei locali più conosciuti della città. Ma quella parte della sua storia non l’ha mai dimenticata. «Quando hai passato certe cose, capisci quanto sia importante trovare qualcuno che ti dia fiducia e un’occasione concreta», commenta.
I laboratori con i ragazzi detenuti in carcere
È anche per questo che negli anni passati ha deciso di collaborare con gli istituti penitenziari per insegnare l’arte bianca ai ragazzi detenuti. «Facevamo corsi per giovani con pene brevi. L’idea era aiutarli a uscire con un mestiere già in mano. Perché la verità è che senza opportunità è facile tornare a fare gli stessi errori», spiega. «Oggi il pizzaiolo è un lavoro importante. Un bravo pizzaiolo può girare il mondo, guadagnare bene e lavorare ovunque. In tanti ristoranti hai anche vitto e alloggio. Per uno che parte da una situazione difficile, significa avere subito una possibilità concreta per reinserirsi nella società».
La relazione con gli adolescenti
Lo stesso approccio lo ritrova oggi nei ragazzi coinvolti nel progetto di Pizza-terapia. «Ognuno ha una storia diversa. Alcuni si aprono subito, altri ci mettono più tempo. Devi capire come prendere ogni persona e c’è chi ha bisogno di una parola in più», racconta. E qualcosa, durante il laboratorio, cambia davvero. «Abbiamo parlato tanto, scherzato e lavorato insieme. Si crea una connessione. E vedere ragazzi con difficoltà che riescono a mettersi in gioco, a superare certe paure, è qualcosa che ti resta dentro», conclude.

