Strage di Modena, Paolo Crepet a Open: «Serve la perizia psichiatrica su El Koudri. Che in passato abbia avuto problemi non significa nulla»

«Serve una perizia psichiatrica approfondita e attuale». A parlare a Open è il noto psichiatra Paolo Crepet sul caso di Salim El Koudri, il 31enne che il 16 maggio ha travolto alcuni pedoni nel centro di Modena lanciandosi con l’auto contro la folla. Il bilancio è di otto feriti, tra cui una donna che ha subito l’amputazione delle gambe e un’altra ricoverata in condizioni critiche. L’uomo ora è in carcere con l’accusa di strage aggravata dalle lesioni gravissime. La Gip, al momento, ha escluso un collegamento diretto tra il gesto e i suoi disturbi psichiatrici. Secondo quanto emerso, tra il 2022 e il 2024 El Koudri era seguito dai servizi territoriali per un disturbo schizoide di personalità, percorso avviato spontaneamente e poi interrotto di sua iniziativa. Non aveva precedenti penali, non era noto alle forze dell’ordine e non era mai stato sottoposto a TSO. E la famiglia non sarebbe stata a conoscenza del percorso terapeutico. Il suo avvocato ha chiesto una visita medica e una terapia farmacologica che possa stabilizzarlo e favorire la collaborazione con la magistratura. «Siamo di fronte al disastro di una grave condizione psichiatrica non adeguatamente curata», ha affermato il legale. Per la Gip, per ora non ci sono elementi per ritenerlo incapace di intendere e di volere al momento dei fatti, ma ha disposto un periodo di osservazione delle sue condizioni psichiche in isolamento in carcere.
Dottor Crepet, cosa ne pensa della decisione della giudice di escludere, almeno in questa fase, un collegamento diretto tra la strage e il disturbo psichiatrico per cui il 31enne era stato seguito?
«Io non avrei azzardato tanto, non perché io supponga cose che non posso supporre, ma perché credo che neppure chi giudica possa farlo con certezza in questa fase. Mi spiego, come si fa a dire che questa persona è “sana come un pesce”? Non è che uno è psicotico solo se parla con la luna. Immagino che questo ragazzo si sia comportato senza dare segni evidenti di squilibrio. Non ha detto che era stato mandato da qualche capo religioso, non ha parlato di vendicare il suo popolo. Insomma, tutte frasi che avrebbero potuto allarmare anche un non specialista. Credo che sia necessario un ulteriore passaggio, conferire una perizia psichiatrica approfondita su questa persona. Direi quasi obbligatoria».
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Dal punto di vista clinico, si può distinguere se un comportamento violento è davvero conseguenza diretta di un disturbo psichiatrico oppure se dipende da altri fattori, anche quando una persona ha già una diagnosi psichiatrica?
«Certo, è possibile, ma è un lavoro molto complesso e non rapidissimo. Serve un periodo congruo di osservazione. Bisogna parlare con le persone che eventualmente lo hanno avuto in cura, ma questo non toglie che il giudice possa comunque ritenere la responsabilità totalmente a carico dell’imputato, senza attenuanti legate al vizio totale o parziale di mente. Il giudice si chiede se, nel momento in cui è stato compiuto l’atto, la persona fosse capace di intendere e di volere. È quello il punto. Sabato, in quel preciso momento del comportamento, non anni fa. Ed è giusto così, perché si giudica un atto avvenuto in un determinato tempo. Bisogna capire se, in quel momento e in quel comportamento, ci fossero segni tali da indicare una mancata piena consapevolezza».
Come si definisce la capacità di intendere e di volere al momento del gesto?
«Attraverso una perizia. Pensi al caso di Annamaria Franzoni. Fu fatta una perizia e lei stessa sosteneva di stare bene, e i periti conclusero che fosse così. Nel caso attuale, credo che il giudice dovrà nominare dei periti. La difesa lo chiederà sicuramente. Ma una perizia richiede tempo, almeno novanta giorni. Non si tratta di una semplice valutazione immediata. Ci sono tanti quesiti che il giudice pone».
Alla luce di questo, allora quanto pesa davvero il fatto che El Koudri anni fa fosse stato seguito da un centro di salute mentale?
«Abbastanza poco. Conta relativamente. Non è risolutivo del problema. Occorre stabilire un nesso di continuità tra allora e oggi, e non è semplice. Se una persona ha assunto psicofarmaci dieci o vent’anni fa, non può portarsi dietro per sempre uno stigma. Altrimenti, uno potrebbe dire “Non può sposarsi perché una volta non stava bene”. Noi oggi siamo diventati più civili su questo piano».
Questo rimanda al fatto che le patologie mentali non sono necessariamente condizioni permanenti?
«È la storia della psichiatria. All’inizio si pensava che la follia fosse irreversibile, in quanto malattia organica. I vecchi alienisti ritenevano che chi era “matto” lo sarebbe rimasto per sempre, e infatti nacquero i manicomi. Tanto non sarebbe guarito, quindi lo si rinchiudeva. Poi è arrivato il cambiamento, tra cui gli psicofarmaci che aiutano le persone a stare meglio e a recuperare almeno in parte la propria vita sociale e affettiva. Se uno prende uno psicofarmaco è proprio perché può servire a stare meglio, altrimenti non avrebbe senso».
E tutte le patologie mentali, anche quelle più gravi, come nel caso del disturbo schizoide di personalità di EL Koudri, sono curabili?
«Secondo me, sì. Ma la psichiatria la pensa in tanti modi diversi. Non dimentichiamoci che nel mondo ci sono ancora manicomi. E quando qualcuno da noi starnazza dicendo che “bisognerebbe riaprirli”, è bene ricordargli che negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono, ma le stragi non sono mica diminuite».
In Italia i manicomi li abbiamo chiusi alla fine degli anni ’80 con la legge Basaglia e ora un percorso psichiatrico si intraprende volontariamente. Ma i dati ci dicono che c’è un alto tasso di abbandono delle cure nei centri di salute mentale. Come mai?
«Perché i servizi non funzionano e non sono attrattivi. Lei non torna in un negozio che non le piace o che non le offre il servizio che cerca. Un servizio territoriale deve essere capace di attirare le persone e di dare risposte. La salute mentale ha subito tagli continui fin dagli anni Ottanta, perché non abbiamo mai davvero capito cosa significhi prevenzione. Prevenzione vuol dire creare servizi adeguati ai bisogni della popolazione, con personale sufficiente. Io stesso ho proposto in diverse regioni italiane la creazione di centri di aiuto per adolescenti in crisi, ma non sono stati realizzati perché non è stata riconosciuta la necessità. Dove questo è stato fatto, le cose funzionano. Poi interrompere un rapporto terapeutico è un diritto e deve valere per tutti».
Le risposte politiche di fronte a casi come quello di Modena non sembrano andare nella direzione che lei auspica. Basti pensare anche ad altri episodi recenti di cronaca, come l’accoltellamento di una professoressa a scuola da parte di uno studente. In quel caso, la risposta è stata l’introduzione dei metal detector a scuola.
«Sono idee deliranti. È il tentativo di risolvere il problema “qui e ora” per avere consenso immediato. Ma non si affronta la questione vera. Su questo fronte, è una delusione politica totale. E sottolineo totale, non solo dell’attuale governo».
Quando accadono casi come quello di Modena si tende spesso a cercare spiegazioni sociali o familiari. Il supporto ricevuto, il contesto familiare, le origini. Ma esiste davvero un nesso tra questi elementi e il disturbo psichiatrico?
«No, i nessi automatici non esistono. Esistono invece disuguaglianze nei diritti, nell’accesso alla sanità, nell’assistenza. Quelle sì. Io magari ottengo una visita in pochi giorni, un altro aspetta un anno. Questa è una disparità reale».
Quindi il punto centrale resta il funzionamento dei servizi territoriali?
«Assolutamente. E aggiungo che la prevenzione non è solo un fatto etico o democratico, è anche una questione economica. Se un ragazzo ha problemi di dipendenze o psichiatrici, tutta la famiglia entra in crisi. Il padre perde giornate di lavoro, la madre magari deve passare al part-time. Sono costi indiretti enormi. Aiutare quel ragazzo significa aiutare lui, ma anche la famiglia, il lavoro, la società. La prevenzione riduce i costi futuri e il rischio di situazioni più gravi».

