Perché Salim El Koudri non era più seguito dal centro di salute mentale? Il caso di Modena e cosa prevede la legge italiana per chi è in cura in queste strutture

Com’è possibile che Salim El Koudri, il 31enne che si è lanciato con la sua auto contro i passanti, investendo diverse persone in centro a Modena, fosse libero di circolare, guidare un’auto e vivere senza restrizioni nonostante fosse stato seguito dai centri di salute mentale e, secondo quanto emerso, presentasse segni di forte instabilità? È la domanda che molti si stanno facendo dopo quanto accaduto nella città emiliana sabato 16 maggio. E la risposta parte da un assunto troppo spesso frainteso (o dimenticato): in Italia essere stati in cura presso un Centro di salute mentale non significa automaticamente essere sottoposti a controlli speciali, né tantomeno perdere diritti civili come quello di muoversi liberamente, rifiutare cure o avere la patente.
Il caso di Salim El Koudri
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, El Koudri, nato nel 1995 in provincia di Bergamo e residente a Ravarino, laureato in Economia aziendale e al momento disoccupato, era stato seguito tra il 2022 e il 2024 dai servizi territoriali per disturbi schizoidi, cui si era rivolto autonomamente. Non aveva precedenti penali, non risultava noto alle forze dell’ordine e non era nemmeno mai stato sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Nel 2022 El Koudri, come ha riferito lui stesso al suo avvocato Fausto Giannelli, nominato di fiducia dalla famiglia, si era rivolto al centro di salute mentale perché si sentiva perseguitato. Per questo aveva iniziato a prendere delle pastiglie. Dopo circa due anni, il 31enne aveva deciso di interrompere il percorso di sua iniziativa, come peraltro era suo diritto fare. Il tutto tenendo all’oscuro la sua famiglia che, da quanto emerso, sembra non fosse consapevole del suo profondo malessere.
Come funzionano i centri di salute mentale in Italia
Il sistema di salute mentale italiano, costruito dopo la legge Basaglia – il provvedimento storico del 1978 che ha chiuso i manicomi in Italia -, si fonda infatti sul principio del consenso. Una persona adulta, se non sottoposta a misure specifiche e se ritenuta capace di autodeterminarsi, può scegliere di non assumere più farmaci, non presentarsi agli appuntamenti o smettere di seguire un percorso terapeutico. Il Centro di salute mentale può provare a ricontattarla, proporre colloqui, attivare interventi territoriali, ma non può costringerla a curarsi solo perché in passato ha ricevuto una diagnosi psichiatrica.
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Quando scatta il TSO
È qui che entra in gioco il tema del Trattamento sanitario obbligatorio, spesso evocato dopo fatti di cronaca. Il TSO però non è uno strumento che scatta semplicemente perché una persona appare instabile o ha una storia clinica complessa. Per legge deve esserci una combinazione precisa di condizioni: una alterazione psichica tale da richiedere cure urgenti, il rifiuto delle cure e l’impossibilità di adottare alternative extraospedaliere. Inoltre l’intervento deve essere disposto con provvedimento del Sindaco, in qualità di massima autorità sanitaria del Comune di residenza o del Comune dove la persona si trova momentaneamente, dietro proposta motivata di due medici (di cui almeno uno appartenente alla Asl di competenza territoriale). El Koudri, almeno secondo quanto emerso finora, non era mai stato sottoposto a TSO. Questo significa che, dal punto di vista giuridico e sanitario, non c’erano le condizioni per privarlo della libertà personale o obbligarlo a un ricovero.
L’intervento coercitivo in via preventiva
Il fatto che nel caso di El Koudri siano emersi «forti segni di instabilità mentale» non cambia automaticamente il quadro precedente. Molti elementi che dopo un fatto grave appaiono allarmanti possono non essere stati sufficienti, prima dell’evento, per giustificare un intervento coercitivo. Il sistema infatti interviene sulla base di comportamenti attuali e documentabili, non sulla possibilità che una persona possa un giorno compiere un gesto violento.
I finanziamenti ai Centri di Salute Mentale
A rendere ancora più complesso il quadro c’è anche lo stato della rete pubblica di assistenza psichiatrica in Italia. Secondo il terzo rapporto del Gruppo di lavoro su equità e salute nelle Regioni dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato a febbraio 2026, i servizi di salute mentale sono diffusi su tutto il territorio nazionale ma soffrono di criticità strutturali, a partire dal sottofinanziamento: l’investimento pro capite italiano resta tra i più bassi d’Europa e la dotazione di personale nei Dipartimenti di Salute Mentale è inferiore di quasi il 30% rispetto agli standard fissati dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas).
Il report segnala inoltre una forte disparità geografica, con il Sud e le Isole in condizioni mediamente peggiori rispetto al Nord. A fronte di un aumento delle persone prese in carico, i servizi specialistici riescono a seguire stabilmente solo l’1,6-1,7% della popolazione, mentre il numero di persone che ogni anno soffrono di disturbi mentali è stimato fino a dieci volte superiore. Negli ultimi anni, inoltre, sono diminuite sia le strutture territoriali sia quelle residenziali e semiresidenziali, un dato che alimenta il dibattito sulla capacità del sistema di monitorare in modo continuativo i pazienti più fragili anche dopo l’interruzione volontaria delle cure.
Il nodo della patente
C’è poi un altro aspetto su cui si sono scatenate le polemiche relative alla vicenda di Modena: la patente. Come poteva guidare, se era stato seguito dai servizi psichiatrici? Anche qui la risposta è nel solco di quanto detto fin qui: in Italia una diagnosi psichiatrica non comporta automaticamente il ritiro della patente. La legge giudica una persona sulla base della sua concreta idoneità alla guida. Una persona in cura per depressione, disturbo bipolare o anche disturbi psicotici può mantenere la patente se, al momento della valutazione, è considerata in grado di guidare in sicurezza.
Lo psichiatra del Centro di salute mentale, inoltre, non ha il potere di togliere la patente. Può limitarsi a segnalare una condizione clinica o a redigere una relazione, ma la decisione spetta agli organi previsti dal Codice della strada, in particolare alla Commissione Medica Locale nei casi dubbi. E non esiste una segnalazione automatica alla motorizzazione per chi viene seguito in psichiatria. In altre parole: essere stati in cura non equivale a essere inseriti in una lista che limita il diritto a guidare.
Perché El Koudri non era seguito
È per questo che Salim El Koudri non era seguito da specialisti. Perché in assenza di precedenti penali, di un TSO, di provvedimenti restrittivi o di una dichiarazione formale di non idoneità alla guida, restava a tutti gli effetti un cittadino con pieni diritti. Poteva interrompere le cure, poteva circolare e poteva guidare, perché non sono mai emersi elementi concreti e attuali che giustificassero una limitazione.

