«Fatti crescere le tette per allattare»: demansionato e licenziato dopo la nascita del figlio, il tribunale ordina il reintegro

Era stato licenziato il 28 luglio 2022, dopo esser stato progressivamente retrocesso da capomacchina, fino a svolgere mansioni di pulizia della stampatrice che, solo pochi mesi prima, era sotto la sua responsabilità. Era stato anche oggetto di derisioni da parte dei superiori. Nel 2017, dopo aver richiesto alcuni permessi di paternità per il figlio appena nato, si era sentito rispondere dal caporeparto: «Fatti crescere le tette così lo puoi anche allattare». La vicenda era poi finita al Tribunale del lavoro di Trento, che alla fine gli ha dato ragione, riconoscendogli anche un danno permanente «all’integrità psicofisica pari al sei per cento» e ne ha disposto il reintegro.
La depressione e le assenze
Come si legge dalla sentenza del giudice Giorgio Flai, le condotte hanno contribuito «all’insorgenza e allo sviluppo nel ricorrente di un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso». I consulenti psichiatrici nominati dal giudice, Marco Scillieri e Angelo Bolaffi, descrivono infatti «un quadro clinico di depressione cronica». Per questo, tra l’altro, il lavoratore aveva accumulato almeno 194 giorni di assenza dal lavoro tra il 23 novembre 2019 e il 28 luglio 2022, fino al successivo licenziamento.
La sentenza
La sentenza è datata 17 febbraio 2026, ma è stata resa pubblica solo pochi giorni fa. Il Tribunale del lavoro di Trento ha quindi ordinato all’azienda in questione, la Lego spa, Legatoria editoriale Giovanni Olivotto, di reintegrare il lavoratore. Inoltre, dovrà essere rimborsato di tutti gli stipendi arretrati a partire dal 2 agosto 2022, fino al 14 ottobre 2024 compresi gli interessi legali, oltre a tutti i contributi previdenziali. Non finisce qui. La società dovrà pagare 11.351 euro al quarantenne a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale. Una diatriba legale che ha la sua parola fine dopo quasi tre anni. Il legale dell’operaio 41enne, l’avvocato Maurizio Roat, aveva depositato il ricorso contro il licenziamento operato della società trentina i 23 febbraio 2023.
L’inizio dei problemi nel 2015
Come riporta la sentenza, i fatti partono dal 2015, quando nella società entrano un nuovo direttore di stabilimento e un nuovo capo reparto. Il lavoratore specializzato, assunto dal 1997 e diventato capomacchina nel 2004, viene progressivamente demansionato a partire dal 2016. «Mi sento in imbarazzo a dirti cosa fare» o «ti hanno messo in castigo» erano le frasi degli altri colleghi, stupiti dalla situazione. Il lavoratore aveva anche cercato di chiedere informazioni per il trattamento, ma il capo reparto «reagiva deridendolo», si legge nella sentenza.
«Fatti crescere le tette se stai in allattamento»
Nessun provvedimento a suo favore, quindi. L’episodio più grave coincide con la nascita del figlio, nel 2017. L’operaio, 41 anni, si era preso dei giorni di riposo in alternativa con la madre, causando lo scherno del suo capo reparto: «Almeno fatti crescere le tette se stai in allattamento, vergogna». Un testimone, a processo, aveva spiegato l’origine di questo comportamento: «Un giorno, mentre stavo lavorando, nelle vicinanze vi erano il direttore F. e il capo di reparto C., i quali, conversando in ordine all’assenza del ricorrente per il godimento dei permessi di paternità, dicevano che occorreva punirne uno per educare gli altri».

