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Sputa in faccia a un collega e viene licenziata, ma la Cassazione le dà ragione: «Sanzione sproporzionata»

16 Giugno 2026 - 15:23 Francesca Milano
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La donna aveva insultato e sputato in faccia all'ex collega nel parcheggio dell'azienda. Ma per i giudici il gesto va letto nel contesto della relazione finita e delle «insistenti pressioni» subite
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Sputare in faccia a un collega e insultarlo non è sempre sufficiente per giustificare un licenziamento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha confermato l’illegittimità del provvedimento disciplinare adottato da un’azienda farmaceutica nei confronti di una dipendente che, al termine di una relazione sentimentale con un collega, gli aveva rivolto offese e sputato addosso nel parcheggio aziendale.

La fine della relazione sentimentale

Dalla ricostruzione accolta dai giudici emerge che lo scontro tra i due colleghi, datato 2020, era stato causato dalla fine della relazione sentimentale. Secondo quanto riportato nell’ordinanza 19848/2026, l’uomo «non aveva infatti accettato la fine della relazione sentimentale» e aveva tenuto nei confronti della donna «un comportamento insistente nel quale le lusinghe si alternavano alle offese». In questo contesto era scoppiato il litigio nel parcheggio dell’azienda farmaceutica. La lavoratrice aveva rivolto al collega espressioni offensive e gli aveva sputato più volte addosso, colpendolo al volto e raggiungendo anche la sua automobile.

Lo sputo e il tema della proporzionalità

L’azienda in cui i due lavoravano aveva ritenuto che il gesto fosse talmente grave da integrare una giusta causa di licenziamento, anche perché era avvenuto durante il periodo dell’emergenza pandemica (2020).

La Cassazione, però, ha ribadito che la legittimità del licenziamento disciplinare deve essere valutata caso per caso e che la sanzione espulsiva è giustificata soltanto quando la condotta sia «idonea a ledere, in modo tanto grave da farla venire meno, la fiducia che il datore di lavoro deve poter riporre in chi collabora nell’impresa».

Nel caso concreto, i giudici hanno ritenuto decisiva la particolare situazione personale che aveva causato l’episodio e il fatto che non fosse emerso «con riferimento allo sputo una situazione di concreto pericolo per la salute del collega attinto».

Il ricorso respinto

La società farmaceutica aveva impugnato la decisione con cinque motivi di ricorso, contestando tra l’altro la valutazione della gravità della condotta, la ricostruzione dei fatti e la quantificazione dell’indennità risarcitoria riconosciuta alla lavoratrice. La Cassazione ha però respinto tutti i motivi del ricorso. In particolare, ha ritenuto corretta la valutazione di proporzionalità compiuta dalla Corte d’Appello, osservando che la gravità oggettiva dello sputo non esaurisce l’analisi richiesta dalla legge e che devono essere considerate anche le circostanze soggettive e il contesto in cui il fatto si è verificato.

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