Cassazione, lo smart working non basta per ottenere più tempo con i figli

La possibilità di lavorare in smart working due lunedì al mese non è bastata a un padre per ottenere più tempo con i figli. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’uomo, che chiedeva di modificare il calendario degli incontri e di trasferire la collocazione prevalente dei due bambini dalla casa della madre a Vicenza alla propria abitazione di Milano. Per i giudici, il lavoro da remoto non era stato descritto in modo abbastanza preciso e non superava l’esigenza dei minori di avere un ambiente stabile e di riprendere regolarmente la scuola ogni lunedì. La decisione è contenuta nell’ordinanza 24005/2026 della prima sezione civile.
Il caso della famiglia divisa tra Vicenza e Milano
La vicenda riguarda due bambini nati nel 2017. Nel 2019 il Tribunale aveva disposto l’affidamento condiviso, stabilendo però che vivessero con la madre a Vicenza. Il padre poteva tenerli con sé a Milano un fine settimana ogni quindici giorni, dal giovedì sera alla domenica, oltre che durante parte delle vacanze. Doveva inoltre versare 3mila euro al mese, ossia 1.500 euro per ciascun figlio, e sostenere il 75% delle spese straordinarie.
Nel 2023 l’uomo aveva chiesto che i figli fossero collocati presso di lui, sostenendo che la madre fosse inadeguata alla loro cura. Aveva anche richiesto la revoca dell’assegno e la divisione al 50% delle spese straordinarie. Ma dopo una consulenza psicologica sulle capacità genitoriali e una verifica contabile, il Tribunale aveva confermato la collocazione presso la casa della madre. La Corte d’appello di Venezia ha poi aumentato da tre a quattro le settimane estive il periodo da trascorrere con il padre, respingendo però le altre richieste.
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Perché lo smart working non è bastato per la Corte
L’uomo ha poi basato il suo ricorso in Cassazione sul fatto di aver ottenuto lo smart working, cosa che gli avrebbe permesso di prolungare fino al lunedì la permanenza dei figli. La Suprema corte ha però osservato che questa possibilità era già stata valutata e che il padre non aveva chiarito in modo sufficiente come fossero organizzati i suoi impegni lavorativi. Modificare il calendario, inoltre, avrebbe potuto creare un disagio ai bambini, privandoli di un «habitat stabile e continuativo» e complicando la regolare ripresa della scuola.
Tra i motivi del ricorso, l’uomo aveva denunciato anche una discriminazione di genere, sostenendo di essere stato penalizzato a causa dei suoi impegni professionali. La Cassazione ha però escluso che la decisione fosse fondata su stereotipi relativi ai ruoli dei genitori: i giudici avevano considerato l’età dei bambini, le loro esigenze, il lavoro del padre e le difficoltà legate agli spostamenti tra Milano e Vicenza.

