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Perché più di un giovane su tre sul lavoro soffre della sindrome dell’impostore

26 Aprile 2026 - 16:15 Francesca Milano
gen z lavoro
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Dal Rapporto Censis-Eudaimon emerge la fragilità degli under 35: tra salari bassi e mancanza di feedback, il 71% ora sceglie l'azienda in base al welfare

La generazione più istruita è anche la più insicura. Tra i giovani lavoratori italiani, oltre uno su tre (38,1%) dichiara di soffrire della sindrome dell’impostore: la sensazione di non essere all’altezza, di non meritare i risultati ottenuti, di dover continuamente dimostrare il proprio valore. È uno dei dati più significativi del IX Rapporto Censis-Eudaimon, che fotografa un rapporto sempre più fragile tra giovani e lavoro. Il fenomeno riguarda il 21,7% degli occupati nel complesso, ma cresce tra gli under 35 e tra i laureati.

Più pressione significa più insicurezza

Il paradosso è evidente: la sindrome dell’impostore colpisce di più proprio chi ha titoli di studio più alti (27,1% tra i laureati). Più preparazione non significa quindi più sicurezza, ma spesso più pressione e più aspettative. A pesare, secondo quanto emerge dal rapporto, è anche la mancanza di feedback chiari: senza obiettivi definiti e senza riconoscimenti espliciti, il giudizio su sé stessi diventa incerto e instabile, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare da poco. Non a caso, il 78,9% dei lavoratori italiani dichiara di non sentirsi adeguatamente valorizzato. Il risultato è una fragilità che si traduce in insicurezza quotidiana: bisogno costante di approvazione, difficoltà a interiorizzare i successi, paura di essere “scoperti”.

Il lavoro ha perso centralità

Carriere meno lineari, feedback incerti, percorsi di crescita poco chiari: sono questi gli elementi che alimentano l’insicurezza dei giovani lavoratori italiani. E non è un caso isolato. Secondo il report, il disagio dei più giovani si inserisce in un quadro più ampio in cui il lavoro ha perso centralità: non è più il perno dell’identità, ma uno strumento per stare bene. Questo cambio di prospettiva riguarda tutti, ma tra i giovani appare più radicale: il lavoro conta se garantisce qualità della vita, equilibrio e senso. In pratica, non basta più “avere un posto”: serve che quel posto restituisca qualcosa, anche sul piano personale. Il problema è che questo spesso non accade.

Per la Gen Z il welfare conta più dello stipendio

Le retribuzioni sono scese dell’8,7% in termini reali dal 2007 e oltre la metà degli italiani considera la propria paga inadeguata. Per i più giovani, questo si traduce in una prospettiva ancora più incerta: lavorare non garantisce autonomia economica né stabilità. Ecco perché la Gen Z guarda altrove: il 71,6% dei lavoratori sceglie un’azienda anche in base al welfare offerto, e tra i giovani questo peso è ancora più alto. Non si tratta solo di benefit, ma di un segnale: l’azienda deve dimostrare di prendersi cura delle persone, non solo delle performance. I dati parlano chiaro: un giovane su due sceglierebbe un’azienda di cui condivide i valori anche a fronte di una retribuzione più alta altrove.

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