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Cos’è lo «stipendio emotivo» e perché un giovane su due lascerebbe un lavoro ben pagato ma poco attento al suo benessere

18 Maggio 2026 - 14:43 Chiara Pancari
Non basta un buono stipendio: una ricerca internazionale realizzata dall’istituto di sondaggi Gad3 fotografa una generazione per la quale il rispetto della vita privata, la salute mentale e la coerenza valoriale sono requisiti irrinunciabile per accettare qualsiasi posto di lavoro
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Il 48% dei giovani lascerebbe un buono stipendio in cambio di una vita privata più serena e il 25% lo farebbe nel caso in cui i valori dell’azienda non dovessero coincidere con i propri. Secondo la ricerca Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs, condotta dall’istituto Gad3 su oltre 9mila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi (Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti), il contratto fra il lavoratore e il datore di lavoro sta diventando sempre più complesso. Le nuove leve, infatti, non sono più disposte ad accettare compromessi sul proprio benessere. Si tratta di un lusso generazionale o della reazione a una produttività senza confini?

Cos’è lo «stipendio emotivo»

In sociologia si parla di «stipendio emotivo», cioè dell’insieme di benefici non economici ai quali è diventato sempre più difficile rinunciare sul posto di lavoro. Sorprende, ma lo smart working non è fra i primi: secondo la ricerca, infatti, solo il 10% dei giovani darebbe le dimissioni se questo diritto non fosse garantito. Pesano molto di più il riposo, la coerenza valoriale e la soddisfazione personale: il 90% degli intervistati dichiara che il tempo per il riposo è essenziale per il proprio benessere psico-fisico (pur facendo fatica a ottenerlo), mentre il 25% sostiene darebbe le dimissioni per ragioni etiche e solo il 27% si definisce felice in mancanza di una chiara vocazione professionale.

Per i giovani, quindi, non c’è più stipendio che tenga se il costo psicologico è troppo elevato. Un obiettivo tuttavia difficile da raggiungere in contesti lavorativi governati da generazioni più anziane, che valorizzano al contrario l’iperproduttività e la reperibilità costante. Il 60% del campione intervistato dichiara di sentire la pressione di continuare a produrre anche in condizioni di stanchezza estrema, rischiando il burn-out. E i dati confermano la diffusione di questa sensazione: secondo l’ottavo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, il 31,8% dei lavoratori dipendenti ha provato sensazioni di stress ed esaurimento nei confronti del proprio lavoro. Uno stato emotivo che coinvolge in particolar modo le nuove generazioni.

Il benessere come forma di resistenza all’iperproduttività

A un primo sguardo, lo «stipendio emotivo» potrebbe sembrare il privilegio di una generazione cresciuta in una “società del benessere”, dove queste nuove esigenze emergono proprio perché sono stati soddisfatti i bisogni primari – la sicurezza economica, innanzitutto. La centralità attribuita al benessere personale, tuttavia, è sintomo di una trasformazione socio-culturale del sistema lavoro. In un mercato sempre più digitale e interconnesso, il lavoro non termina più con la fine dell’orario d’ufficio: invade gli spazi domestici, occupa il tempo libero, rende la reperibilità una condizione permanente e la richiesta di produttività diventa costante. In questo contesto, la necessità di staccare non è ascrivibile alla ricerca di comfort o al desiderio di “fare i capricci”, ma al tentativo di ricostruire dei confini in un sistema che tende a dissolverli.

Più che il rifiuto del sacrificio, allora, lo «stipendio emotivo» sembra raccontare una generazione che prova a sottrarsi a modelli produttivi percepiti come totalizzanti, nei quali anche il tempo personale rischia di essere assorbito dalla logica della prestazione continua.

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