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«Dammi il tuo numero di telefono e ti tolgo la multa»: vigile romano condannato dalla Cassazione

26 Giugno 2026 - 09:39 Francesca Milano
vigili roma
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Il caso arrivato davanti alla Suprema Corte riguarda un agente che fermava automobiliste e poi chiedeva il contatto telefonico, l'account social e la promessa di uscire con lui
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Prima il posto di blocco, poi la proposta: niente verbale in cambio del numero di telefono dell’automobilista fermata. È la condotta contestata a un istruttore della Polizia Locale di Roma, finita all’esame della Corte di Cassazione. Secondo quanto stabilito dai giudici della Suprema Corte con la sentenza n. 23596/2026, depositata il 25 giugno, ottenere i contatti personali di giovani donne approfittando della propria qualifica può costituire un’indebita utilità e integrare il reato di induzione indebita.

Il caso del vigile romano

Il caso arrivato in Cassazione riguarda un agente della polizia locale di Roma al quale erano contestati diversi episodi avvenuti durante il servizio. In un caso aveva abusato della propria qualifica mettendo una automobilista «in stato di soggezione», per poi chiudere un occhio e non compilare il verbale di contravvenzione in cambio del numero di telefono, dell’account social e della promessa di uscire con lui. In un altro episodio, l’agente aveva invitato una studentessa universitaria a fargli uno squillo per evitare la multa; nei giorni successivi la ragazza avrebbe ricevuto «numerosi messaggi, anche di contenuto “viscido”», come si legge nella sentenza.

Per i giudici è un’utilità indebita

La difesa dell’agente aveva sostenuto che ottenere un numero di telefono o un contatto Instagram non costituisse un vantaggio giuridicamente rilevante. La Cassazione, però, ha respinto questa tesi: secondo i giudici, la nozione di «utilità» prevista dall’articolo 319-quater del Codice penale è molto ampia e comprende «tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile».

Nel caso concreto, prosegue la sentenza, sarebbe «riduttivo individuare l’utilità […] nel mero conseguimento del numero di telefono o di un indirizzo social», perché quei contatti erano funzionali «a creare un rapporto personale con le giovani donne». Un intento che, secondo la Corte, sarebbe confermato dal fatto che una delle ragazze ricevette successivamente «messaggi “viscidi”» mentre un’altra venne contattata più volte con inviti a cena fino a quando non bloccò l’utenza del vigile.

Per questo la Cassazione ha ritenuto sussistenti i gravi indizi del reato di induzione indebita, osservando che l’indagato, «abusando del ruolo e della qualifica e ponendo la G. in uno stato di soggezione», le avrebbe proposto di consegnargli il numero di telefono «in cambio dell’omessa elevazione del verbale di contravvenzione».

L’omissione di atti d’ufficio

La Suprema Corte ha invece accolto un altro ricorso della difesa dell’agente, annullando senza rinvio l’ordinanza relativa all’ipotesi di omissione di atti d’ufficio. Secondo i giudici, infatti, «la mera mancata redazione del verbale di infrazione per violazione del divieto di sosta non rientra ex se nelle suddette categorie» di atti urgenti previsti dall’articolo 328 del codice penale e non costituisce automaticamente un’attività indilazionabile per ragioni di sicurezza pubblica. Nel caso esaminato, le auto erano parcheggiate sullo spartitraffico o occupavano in parte l’area della fermata dell’autobus, ma la Corte ritiene che non emergessero «condizioni di fatto idonee a integrare la violazione di norme di sicurezza pubblica» tali da configurare quel reato.

Resta invece l’accusa di falso

La Cassazione ha però anche conferma i gravi indizi anche per il reato di falso. In uno degli episodi contestati, infatti, il vigile aveva indicato nel preavviso di accertamento un numero civico inesistente come luogo della violazione, anziché quello corretto, circostanza che per i giudici mantiene rilievo penale.

Foto: Ansa/Alessandro Di Meo

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