Usucapione, vivono per decenni nella casa di famiglia ma per la Cassazione non basta per acquisire le quote degli altri eredi

Abitavano negli immobili di famiglia dagli anni Settanta e, dopo la morte dei genitori, ne avevano continuato a curare gestione e manutenzione. Per il Tribunale di Pisa e la Corte d’appello di Firenze questi elementi bastavano a riconoscere l’usucapione. Ma vivere per decenni in una casa ereditata non dimostra automaticamente un possesso esclusivo, soprattutto quando tra le parti esistono stretti rapporti di parentela.
A stabilirlo è la seconda sezione civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza 23115/2026, pubblicata il 13 luglio.
La disputa sulle case ereditate
La vicenda nasce nel 2010, quando alcuni eredi hanno chiesto lo scioglimento della comunione relativa a una serie di immobili a Pisa. I familiari che li occupavano si sono opposti, sostenendo di esserne diventati proprietari per usucapione.
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Vivevano nel complesso immobiliare dai rispettivi matrimoni, celebrati nel 1970 e nel 1972, e dopo la morte dei genitori, avvenuta nel 1987, avevano continuato a occuparsi degli appartamenti.
Nel 2014 il Tribunale di Pisa aveva riconosciuto l’usucapione di due abitazioni e di alcuni beni comuni. La Corte d’appello di Firenze aveva confermato la decisione, valorizzando il possesso protratto per oltre vent’anni e il fatto che gli occupanti non avessero chiesto il consenso degli altri coeredi né pagato un’indennità.
Quando il coerede può usucapire
La Cassazione ha ricordato che un coerede può usucapire anche le quote degli altri, ma deve dimostrare di aver esercitato sul bene un «potere esclusivo», incompatibile con quello degli altri comproprietari.
Non bastano «atti soltanto di gestione», comportamenti tollerati in famiglia o il pagamento delle spese. Il bene deve essere utilizzato in modo «inconciliabile con la possibilità di godimento altrui», manifestando la volontà di possederlo come unico proprietario.
Nel caso esaminato, la madre aveva continuato a utilizzare l’appartamento al piano terra fino alla morte, avvenuta nel 2008. Le figlie, inoltre, avevano le chiavi ed entravano liberamente per farle visita.
Secondo la Corte, questi elementi indicano «un compossesso esercitato sul comune bene» e non necessariamente un possesso esclusivo.
Il fattore tempo
Il passare degli anni, da solo, non è decisivo. La lunga durata dell’occupazione può normalmente far presumere un vero possesso, ma questa presunzione perde forza nei rapporti di parentela, nei quali è plausibile «il mantenimento di un atteggiamento tollerante, anche per un lungo arco di tempo».
La Cassazione ha quindi annullato la sentenza d’appello. La Corte di Firenze, in diversa composizione, dovrà ora rivalutare se vi sia stato davvero un possesso esclusivo oppure una semplice situazione di comunione tollerata tra familiari.

