Adinolfi, va tutto male: respinta la sua testimonianza al riesame e confermato il risarcimento da 20mila euro per molestia discriminatoria contro l’islam

Settimana di cattive notizie per il leader del Popolo della Famiglia: i legali hanno fatto sapere che il tribunale del riesame ha respinto la loro richiesta di ascoltare Mario Adinolfi nel corso dell’udienza che si terrà il 27 luglio. A riferirlo è il Corriere della Sera di Roma, riportando lo sdegno dei due avvocati, che continuano a definire il processo come «persecutorio». Ma non è l’unica notizia negativa degli ultimi giorni per il pokerista e scommettitore, dopo che il tribunale di Torino lo ha condannato nei giorni scorsi a risarcire 20mila euro per le sue dichiarazioni islamofobe dopo la discussa finale di Coppa d’Africa Senegal-Marocco.
Cosa ha deciso il tribunale del Riesame
In una nota di oggi, 23 luglio, gli avvocati Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo, difensori di Mario Adinolfi, ai domiciliari dall’8 luglio, tornano a denunciare la compressione dei diritti di cui sarebbe vittima il loro cliente, ma anche un procedimento da giorni definito come «persecutorio». Dopo la decisione del gip delle scorse settimane di confermare gli arresti domiciliari per le accuse di esercizio abusivo dell’attività finanziaria, raccolta abusiva del risparmio, truffa aggravata ed evasione fiscale, tornano i commenti al vetriolo dei due legali. Ad essere contestata, questa volta, la scelta del tribunale del Riesame, al quale si erano rivolti il 17 luglio, di negare al leader del Popolo della Famiglia il permesso di testimoniare in aula il 27 luglio.
Cosa chiederanno i legali
Un trattamento «pregiudizialmente punitivo», quindi, quello riservato anche dal tribunale del Riesame al loro assistito, secondo De Luca e Di Lorenzo, che riferiscono come Adinolfi ripeta di voler essere presente in prima persona in tribunale per far sì che il processo venga affrontato nel merito. Ma i due non demordono e fanno sapere di voler fare richiesta, oltre che per la revoca dei domiciliari, non sussistendo – a detta loro – alcun pericolo di reiterazione del reato, anche per un alleggerimento della misura detentiva. Nello specifico, l’Adinolfi avrebbe più volte chiesto di poter partecipare almeno alla messa settimanale, momento per lui importante per il suo equilibrio spirituale.
La condanna al risarcimento di 20mila per molestia discriminatoria
Risale al 20 luglio la decisione del tribunale di Torino, nella figura del giudice Lorenza Calcagno, di condannare Mario Adinolfi al pagamento di un risarcimento per le offese arrecate alla comunità islamica attraverso le sue dichiarazioni discriminatorie condivise in un post su Facebook, dopo la finale di Coppa d’Africa del 19 gennaio 2026. Nella sentenza emessa dal giudice si legge come le espressioni di Adinolfi «non rimangono circoscritte alla critica di una dottrina religiosa o di determinate situazioni politiche, ma estendono il giudizio negativo alle persone accomunate dalla provenienza e dall’appartenenza religiosa».
Di conseguenza, il leader del Popolo della Famiglia è stato condannato al pagamento di 20mila euro a titolo di «risarcimento di danno non patrimoniale subito dall’associazione ricorrente», ma anche a «pubblicare il dispositivo della sentenza sul Corriere della Sera e sulla sua pagina Facebook – anche se questa seconda disposizione non è stata ancora osservata – e a rimuovere i post incriminati».
Il post incriminato dopo la finale di Coppa d’Africa
«Si può affermare che le sceneggiate da sottosviluppati a cui abbiamo dovuto assistere nel corso della finale Marocco-Senegal comprovano l’inferiorità civile e culturale del mondo islamico»: si apriva così il post pubblicato su Facebook dal leader del Popolo della Famiglia il 19 gennaio 2026, nel giorno della finale della Coppa d’Africa che aveva visto sfidarsi in campo Marocco e Senegal. Una partita discussa, con abbandoni del campo, proteste e anche scontri.
Parole, quelle di Adinolfi, che hanno equiparato i tafferugli in campo alla violenza omicida subita da Giulio Regeni nelle carceri egiziane, fino alle «tagliole di Hamas che dominano Gaza» e ai «folli ayatollah che sparano in mezzo agli occhi dei manifestanti». E infine, forse, l’accusa che ha segnato il punto di non ritorno per le associazioni islamiche in Italia: quel riferimento alla «predicazione maomettiana» che è stata «crimine verso la dignità della persona umana».

La soddisfazione delle associazioni islamiche
Sulla sua pagina, ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), promotrice della causa contro Adinolfi portata in tribunale a Torino insieme a PROMUS (associazione di Professionisti Musulmani) e Progetto AISHA (associazione di tutela delle donne musulmane), ha accolto positivamente la decisione: «Piena soddisfazione per la sentenza che non solo sanziona comportamenti inaccettabili, ma costituisce un autorevole e vincolante invito a “disarmare le parole” e a far sì che il linguaggio, specie nella comunicazione pubblica, sia lo strumento per costruire relazioni e non per seminare odio».
Foto copertina: Mario Adinolfi nel corso della manifestazione “O capiamo, o moriamo” a Roma, 29 giugno 2026, ©Roberta Brodini

