Tutti pazzi per i Tamango: «Esiste un modo diverso di fare le cose. A Sanremo? Potremmo vendere le pizze» – L’intervista

Si chiamano Tamango e vengono dalla provincia piemontese, suonano in tre ma tra teatranti, videomaker, scenografi, tecnici, grafici, performer, barman e pizzaioli diventano una folla. Più che altro, un collettivo. Una formula poco in uso in Italia ma che, soprattutto in questo caso, rende immediatamente l’idea di ciò che accade. Infatti i Tamango non escono semplicemente fuori sulle piattaforme digitali, i Tamango accadono, quando si manifestano tutto, anche un campetto di periferia in terra battuta, diventa un evento, una performance, una metafora sorniona e graffiante degli sbrilluccianti e plastificati sold out negli stadi delle superpopstar disposte a tutto per uno status. E gli hanno dato anche un nome: “Rampallonata”, e chi c’è stato ne è rimasto entusiasta, per conferma chiedete a Stefano De Martino che pare se ne sia (molto seriamente) innamorato.
Dentro, musicalmente, ci si trova di tutto, dalla provocazione più azzardata all’intimismo più nostalgico, per valutare ascoltate T’amango, il loro primissimo, favoloso, album. Un album che contiene talmente tanti colori che, azzardiamo, dentro potrete quasi certamente trovarci le risposte che cercate o, perlomeno, le domande che non sapevate steste cercando.
Ecco alcune delle definizioni che vi hanno affibbiato: “Un venticello antisistema”, “Il futuro della musica italiana”, “L’anti boyband”…in quale di queste vi riconoscete di più?
«Per come siamo fatti, ce la dovremmo inventare. Quando non riusciamo bene a definirci, ci piace scherzare e inventarci un’altra parola che provi a farlo, per dire: “Rampallonata” è totalmente una parola inventata. E forse in questo momento ci sentiamo una Rampallonata».
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Si tratta di una performance che evidentemente vi rappresenta in maniera precisa in questo momento…
«Sì, ad oggi è anche l’unico effettivo momento che abbiamo live, in cui raduniamo tutto il nostro pubblico, un punto di contatto con l’immaginario Tamango. Forse è anche il momento di massima espressione del progetto, perché in quel momento di contatto poi tu vieni effettivamente a scontrarti, in senso positivo, con tutto il ventaglio delle arti e delle cose che abbiamo preparato, quindi l’interdisciplinarità della Rampallonata, dalla musica al teatro, alla danza, alla scenografia, allo sviluppo della piattaforma per ordinare le birre, alla preparazione della pizza, è il punto di realizzazione di tutto quello che è stato il lavoro dei mesi precedenti».
Mettiamo un attimo da parte il punto d’arrivo, parliamo del punto di partenza: voi pensavate già da subito a un a un progetto così artisticamente ricco?
«Sì, ti direi di sì. Perché è come se fosse la declinazione delle caratteristiche delle persone che ne fanno parte, soprattutto quelle che hanno dato il via a questo progetto. Avevamo la voglia di mettere i piedi in tante scarpe, avere tanti mezzi per poter raccontare delle cose, è come se noi fossimo un arciere che ha diverse frecce a disposizione. Penso sia una caratteristica proprio intrinseca del progetto, specie quando poi decidi di internalizzare e non esternalizzare e di tenere dentro e di provare a lavorare su tutte quelle che possono essere le sfaccettature per arrivare alla forma più approfondita di arte possibile».
Credi che questo sia un paese in cui un progetto come il vostro possa in qualche modo fare scuola?
«Penso che sicuramente noi sentiamo addosso e crediamo, perché se no non lo faremmo, che esista un modo diverso di fare le cose. Mi auguro che il lavoro che stiamo facendo possa essere un mattone su cui poi qualcuno possa appoggiare il proprio di mattone, quindi portare avanti questo sviluppo, che poi non è per forza lineare, spesso è ciclico in realtà, non è che ci stiamo inventando delle cose trascendentali, stanno solo forse tornando in alcune modalità e quindi intercettiamo una voglia di ritornare a una modalità diversa, di lavorare alla musica, di lavorare all’arte e di entrare in contatto con le persone in modo diverso. Ci sono delle palesi manifestazioni del fatto che siamo arrivati a un punto di rottura riguardo il modo di fruire la musica, quindi forse trovare una nuova modalità è una chiave che può ispirare qualcuno».
Che poi un’idea riconoscibile come la vostra, al netto della matrice evidentemente artistica, può anche essere economicamente performante, no?
«Certo, sì. Ovviamente il progetto nasce, come dici tu, dal desiderio di voler raccontare qualcosa, voler esprimere qualcosa che si sente dentro, ma i ragionamenti cercano di essere il più lucidi possibile. Anche da un punto di vista discografico e della realizzazione dei live cerchiamo di essere molto lucidi nell’analisi e nel pianificare le cose che facciamo. L’ambizione, certo, è quella di riuscire ad arrivare a un’effettiva sostenibilità di questo progetto. Spesso ci sono due aspetti di questo mestiere che si scontrano: quello artistico e quello organizzativo. L’obiettivo nostro è quello di creare degli artisti che siano dei bravi organizzatori e degli organizzatori che siano dei bravi artisti. Noi in realtà giochiamo a creare un dialogo tra questi due aspetti e non una lotta, perché poi penso che sia effettivamente l’unico modo per andare a realizzare delle cose nuove che non siano scontate. Perché poi se uno dà troppa ragione a uno o troppa ragione all’altro, in un caso non succede niente, nell’altro caso succedono delle cose standard che poi non raccontano nulla».
Te lo chiedo perché all’inizio tutti partono con delle intenzioni che sono puramente artistiche, è normale, poi inevitabilmente vieni a contatto con un mondo che ha delle esigenze che sono ben precise. Voi avete pensato a come potreste sopravvivere? A come rendere armonioso questo incontro con, chiamiamolo genericamente, il circuito mainstream?
«Certo, mantenendo viva quella dinamica per cui diventiamo solo più bravi a fare quello che facciamo. Non vogliamo trovarci nella condizione di dire “Ok, l’elemento artistico è annullato da un elemento organizzativo”, perché se i principi cardine che muovono questo progetto sono la coesistenza di queste due cose e lo sforzo massimo possibile per farle coesistere in una maniera molto lucida mi aspetto semplicemente che crescerà tutto. Me lo auguro, me lo immagino. Poi io non posso dirti adesso come sarà il risultato laggiù, io posso dirti come intendo arrivare a quel punto e io intendo arrivarci in questa modalità che mi permette poi di avere le spalle larghe, di dire “Io sono arrivato così e questo sono io, questa è la nostra modalità”».
La domanda sorge spontanea nel momento in cui è ormai abbastanza noto l’apprezzamento di De Martino nei vostri confronti…
«Anche nell’ipotesi che… ci vai seguendo un come, ci vai perché sai che puoi seguire il tuo come…».
Anche a Sanremo…
«Nell’esatta modalità con cui stiamo facendo una Rampallonata».
Però la Rampallonata è completamente nelle vostre mani, vi occupate dal bar a quello che succede sul palco. A Sanremo per voi c’è solo il palco, non potrete fare le pizze…
«Si, mi sa che non possiamo metterci a vendere le pizze in prima fila. Oppure sarà il primo anno in cui a Sanremo si fanno le pizze…?».
Potrebbe essere sicuramente un’idea. Però, scherzi a parte, come tradurreste l’essenza del progetto Tamango su un palco che rappresenta l’anima del mainstream…
«Fai una domanda che è molto vera ed è quella che ci facciamo anche noi, nell’ottica di pensarsi nei vari contesti. Ad oggi non ho una risposta da darti, però sicuramente qualora mai dovessimo andare in un contesto come quello di Sanremo lo faremo ponendo le condizioni che ci permettano di tenere dentro tutto questo. Perché altrimenti perderebbe di senso tutto quello per cui abbiamo lottato, su cui stiamo lavorando. Se ci vai, ci vai perché hai un’idea e ci vai per vincere, non è che giochi per fare il passaggio, sennò non ha senso».
Nel contesto Sanremo (ma in realtà ormai in tutti i contesti della musica) il supporto numerico, algoritmico, del largo pubblico è essenziale. Come pensate possa reagire?
«Ci sono stati momenti in questi anni in cui abbiamo avuto contatti con il pubblico generalista. Penso al primo momento di grande viralità, penso al momento in cui in Spagna il progetto era tanto ascoltato, in maniera totalmente casuale, perché il Dio algoritmo aveva deciso così. Poi penso che uno dei valori del nostro progetto è di essere molto inclusivo, credere che l’arte debba essere accessibile sia in termini economici che concettuali, che non avere delle barriere di ingresso molto elevate. È molto lungo il processo creativo per arrivare all’effettiva realizzazione di un’espressione artistica precisa, ma poi effettivamente quel risultato per essere considerato un buon risultato deve essere necessariamente immediato, fruibile. Ecco, penso che questa dicotomia di grande riflessione e però anche grande fruizione debba essere un elemento centrale del progetto, perché se ti manca la prima chiaramente poi i contenuti sono vuoti, se ti manca la seconda diventi quell’elemento di nicchia che allora non avrà mai la possibilità di arrivare al pubblico. Io credo che mantenendo questi due elementi insieme e avendo una solida componente che ci permette di fatto di essere quello che ci piace essere, raccontando il nostro punto di vista, le nostre sensazioni, poi starà al pubblico. Cioè io posso gestire il come, non posso gestire il cosa».
La mia paura non è tanto che voi non siate inclusivi nei confronti del pubblico, è più il pubblico che spesso non è inclusivo, a prescindere, con certi progetti.
«Su questo, ad un certo punto, mi dico che il nostro progetto è divisivo: o ti piace o non ti piace. Il nostro intento è di essere molto netti nelle nostre posizioni, nel pensiero, nell’idea, anche se sono idee forti, magari controcorrente, magari da capire, da spiegare».
In questo senso credi che un artista abbia delle responsabilità?
«Beh, inevitabilmente. Fisiologicamente. Basta che tu guardi come è costruito un concerto, uno spettacolo, che è tendenzialmente su un palco, e tu sei quello che in quel momento viene ascoltato. Quindi che cosa dici, come lo dici, perché lo dici, è inevitabile che è la vera ragione per cui le persone sono lì. Tutto il resto è business».
A proposito di business, i vostri concerti costano 15 euro, basta avere un attimo di dimestichezza con l’organizzazione di un live per constatare che non vi deve rimanere molto in tasca alla fine…
«No, però allo stesso tempo stiamo trovando la formula giusta per tenere dentro tutto. Se ad un certo punto la mia arte non è più accessibile, allora mi sto perdendo uno dei pilastri su cui ho costruito questo progetto e quindi rischio di perdermi. Ma non è tanto una questione di coerenza, perché la coerenza cambia, le persone evolvono, quindi non è che uno poi deve firmare una cosa col sangue e quella deve rimanere, però devi porti il problema. La scelta più comoda è quella di dirti “Ma sì, vabbè, alla fine che ci cambia se lo mettiamo a 30, a 25?”, però devi essere molto consapevole di star facendo quella scelta. Bisogna tenere la rotta come si fa in barca, dove basta una piccolissima deviazione del motore, ti distrai un secondo e perdi la rotta e ti ritrovi a tornare indietro».
Voi avete rischiato di cascarci?
«No, ma abbiamo rischiato tante piccole, piccole, piccole deviazioni, ma siamo stati attenti rimanendo nella nostra indipendenza e nel nostro gruppo. Perché comunque siamo in una fase strana, c’hai 20 anni, quindi ti stai capendo, qualsiasi influenza esterna in qualche modo condiziona. Può anche essere semplicemente la presenza di un soggetto terzo, che per quanto bravo e in grado di capire il progetto, avrebbe in ogni caso inevitabilmente modificato leggermente l’equilibrio. E quindi chissà questa deriva che rotta avrebbe preso».
Per questo avete rifiutato contratti con diverse etichette?
«Ma può essere qualsiasi cosa, ogni soggetto che entra all’interno di un progetto, di uno spogliatoio, di una squadra di calcio, può essere destabilizzante. Se entra un nuovo componente nel nostro team che lavora al merchandising o lavora alla linea d’abbigliamento a cui lavoriamo, gli equilibri mutano e quindi la nostra attenzione deve rimanere molto alta».
Il vostro disco parte con «Signore e signori, arrendetevi adesso / assalteremo il parlamento / ammazzeremo chi si mette in mezzo / signore e signori, non avremo pietà / se ci sputate sul futuro, noi bruciamo la città», che è chiaramente una provocazione. Ma quanto è importante l’elemento provocazione nei Tamango e nell’arte in generale?
«La provocazione è uno degli elementi che rende un progetto divisivo, senza provocazione un progetto è neutrale e quindi sterile, la provocazione è ciò che alimenta un dibattito, che spinge a farsi una domanda in più piuttosto che una in meno, quindi direi che la provocazione è centrale nell’arte, perché l’arte vive di questo».
Questo successo è un passaggio di un percorso programmato oppure vi sta cascando addosso?
«Programmato no, la nostra attenzione è molto su quello che è. Cioè noi siamo maniacali nelle cose che possiamo controllare, io posso controllare cosa sto facendo e come lo sto facendo, onestamente non ho modo di controllare la risposta. Se invece mi chiedi se ritrovo una coerenza nel lavoro di questi cinque anni io ti dico sì, rivedo oggi la stessa attitudine che avevamo all’inizio. Sì, siamo più bravi, siamo migliorati, ci siamo capiti molto di più dal punto di vista umano, quindi artistico, siamo in grado di raccontare cose più profonde, siamo in grado di organizzarci meglio, di essere più strutturati e di essere più pronti ad affrontare le sfide che eventi come la Rampallonata impongono, però è un fare le cose con la costanza di chi sa che ad un certo punto queste cose pagheranno».
Quanto è stato importante l’elemento provincia nel vostro percorso?
«Secondo me il tema della provincia è centralissimo, la maggior parte delle persone che fanno parte di questo progetto, soprattutto nella primissima fase, ha quel background lì. La grande questione è che la noia della provincia genera le domande, il sovrastimolo della città e della metropoli invece annichilisce, perché annienta la domanda, non ti dà il tempo di pensare che sei già dentro questo grandissimo loop di cose che succedono. Poi il passaggio a Torino è stato fisiologico e legato al fatto che abbiamo iniziato a fare l’università. Poi, poteva essere a Milano? Poteva essere a Roma? Poteva essere a Napoli? Forse sì. Sarebbe stato più difficile? Sarebbe stato diverso? Sì, sicuramente diverso, più difficile non lo so. Però diciamo che più volte ho apprezzato il fatto che ci fosse questa distanza da Milano, questi 50 minuti di treno sono una cosa che comunque non fa male. Adesso non voglio che dalle mie parole passi chissà quale repulsione, noi abbiamo chiacchierato con tutti, abbiamo rapporti con tutti, cioè siamo in 95, se non fossimo aperti al dialogo noi sarebbe la fine, saremmo già esplosi».
A proposito di geografia, la storia di voi che andate a recuperarvi personalmente l’account Instagram Tamango da un doganiere nepalese a Koshi Barrage è stupenda. Ma soprattutto, penso racconti un altro importante elemento del vostro progetto: l’epica.
«Assolutamente sì, perché poi l’epica diventa epica autoironica a un certo punto. Cioè la più grande e stupida avventura che si potesse fare. Voglio dire: quando devi spiegare a una nonna che cos’è un nome Instagram capisci che se la guardi un attimo con oggettività stai davvero dicendo una roba che è di una banalità e una inutilità cosmica. Quindi a una cosa così o rispondi con una totale epicità o non lo fai».
Vorrei farti una domanda anche se so che non saprai cosa rispondermi. Riguarda il futuro dei Tamango. Essendo un progetto così vasto e variopinto, vi siete chiesti se riuscirete a mantenerlo vivo e trovare, dalla pizza al palco, sempre qualcosa di nuovo da dire?
«Si, ce lo chiediamo costantemente. L’obiettivo di uno snaturare questa forma è l’obiettivo primario. Noi vogliamo mantenere una dinamica che sia plurale proprio nella sua esistenza e quindi il fatto di voler rimanere noi ci permette di tenerla davvero centrale questa pluralità».
Io credo che il progetto Tamango si esprima al meglio durante il live. Allora ti chiedo: cosa ti piacerebbe che rimanesse di un vostro live in chi viene a sentirvi?
«Vorrei che rimanesse nelle persone la voglia di venire a un altro live. La voglia di ascoltare un’altra canzone, la voglia di vedere un’altra Rampallonata, anche solo perché alcune canzoni le puoi sentire solo alla Rampallonata».

