La storia dei cugini Sonnino: dopo 11 anni la loro bancarella torna al Colosseo grazie a una sentenza del Consiglio di Stato

Dopo 11 anni di assenza, la prima bancarella di “urtisti” è tornata davanti al Colosseo. A consentirlo è stata una sentenza del Consiglio di Stato del 28 luglio, che ha accolto il ricorso degli operatori e disposto il temporaneo reinsediamento nelle postazioni originarie, dalle quali mancavano dal 2014. Così dal 3 agosto, passeggiando lungo le mura del Colosseo, a Roma, in prossimità dell’Arco di Costantino, è possibile vedere l’attività di vendita di souvenir dei cugini Giacomo e Angelo Sonnino. «Ho fatto fatica a dormire per l’emozione», ha raccontato a Open il primo. Una storia per il momento a lieto fine, dietro la quale potrebbero però celarsi ancora diverse insidie.
Il ritorno al Colosseo
L’emozione è ancora palpabile: «È una bella soddisfazione rimettere piede in un posto in cui hai passato gli anni della gioventù. Io avevo cominciato a lavorare qui quando avevo 20 anni», racconta Giacomo, mentre il figlio David, oggi 30enne, continua a buttare un occhio sulla bancarella. E poi, confessa: «L’altra sera non ho dormito». Un’attività che si e tramandata a lungo, di generazione in generazione, e che ora ha fatto ritorno là dove tutto era iniziato per i due cugini Sonnino, in attività da quasi 40 anni.
«Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, incluso attrezzarci con il “banco-tipo” richiesto dal Comune», racconta Angelo. Una spesa di mille euro e un adeguamento sostenuti di buon grado, continua Giacomo: «Io lo faccio, basta che vengo a lavorare. Del resto non mi importa». Ma poi confessa con preoccupazione: «È un’agonia per noi, perché magari succede che domani mattina veniamo qua e troviamo che ne so, il blindato dei Carabinieri, la Polizia che non ci fanno aprire». Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, infatti, manca ancora un vero e proprio accordo tra Soprintendenza e Comune, e il rischio è che la prima possa mettersi di traverso, come avrebbe già fatto in passato.
Ti potrebbe interessare

Cosa ha stabilito il tribunale
La decisione del Consiglio di Stato, organo supremo che giudica in secondo grado (grado d’appello) sulle decisioni emesse dai TAR, è arrivata dopo lunghe battaglie amministrative, nella giornata di martedì 28 luglio. Nella sentenza si legge che «Roma Capitale non dimostra di avere attivato alcun procedimento “partecipato” con gli interessati». Per questo motivo, «ne consegue l’obbligo di Roma Capitale di consentire l’immediato temporaneo reinsediamento degli interessati nelle originarie postazioni, salvo diverso accordo fra le parti». Una grande vittoria, quindi, per i 59 imprenditori esuli, come riferisce al Corriere di Roma Angelo Pavoncello, portavoce della categoria. «L’avvocato Giuffrè Sandulli ha inviato una pec, ora il Campidoglio deve emettere i nuovi turni», nel rispetto del decoro e alla manutenzione dei monumenti. È ancora atteso, però, un tavolo che consenta di trovare un accordo, nel rispetto delle esigenze di tutti.
La decisione dell’ex sindaco Ignazio Marino del 2014
La decisione di estromettere le bancarelle degli urtisti dai principali siti turistici di Roma risaliva al novembre 2014, quando l’allora sindaco, Ignazio Marino, aveva indetto un tavolo tecnico per il decoro. Il tema al centro della discussione era la permanenza delle bancarelle, il business dei cosiddetti “urtisti”, in prossimità dei maggiori monumenti della Capitale, a partire da Colosseo, Piazza di Spagna, Piazza Navona, fino a Trinità dei Monti e Pantheon. Il sospetto avanzato era che le attività fossero «incompatibili» con i luoghi che le ospitavano e la decisione aveva quindi propeso per una loro ri-localizzazione inizialmente temporanea, durata però a conti fatti ben 11 anni.
Chi sono gli “urtisti”
Come racconta Giacomo Sonnino, la sua famiglia opera ormai da diverse generazioni nel campo della vendita di souvenir, sin dalla fine dell’800. Una professione che va sotto il nome di “urtista” per una ragione molto specifica, racconta: «La maggior parte di noi è di religione ebraica, perché questo è nato come un lavoro che i Papi hanno imposto a chi viveva nel ghetto, per andare a vendere i rosari». Tutto ha avuto quindi origine da un’umiliazione, che imponeva agli ebrei di uscire da dove erano confinati per vendere simboli religiosi cristiani. Una pratica che poi, mano a mano, è diventato un lavoro, specialmente dopo il dopoguerra. L’utilizzo di una cassetta per trasportare la merce, strattonata qua e là, spesso “urtando” i turisti per strada, aveva poi fatto il resto, suggerendo il termine che è arrivato fino ai giorni nostri.
La storia della famiglia Sonnino
La famiglia dei Sonnino non fa quindi eccezione: anche al suo interno, come per molti altri urtisti, la professione risale a diverse generazioni prima, a partire dal nonno a fine Ottocento, fino ad arrivare oggi al figlio trentenne dello stesso Giacomo, David. Con il tempo, come per tutti, erano arrivate le regolarizzazioni da parte del Comune, con le relative tasse per l’occupazione del suolo pubblico. Un lavoro difficile quello della vendita per strada: «Noi stiamo qui dalla mattina alla sera sotto al sole e alla pioggia. Non è facile», confessa Giacomo.
Ma, come si sente spesso dire, la strada sarebbe anche «la migliore università»: «È bello perché conosci tanta gente e vedi tante realtà che magari gli altri non vedono. Magari stai lì a San Pietro e all’improvviso passa il Papa». Un’attività, poi, fatta di attenzione, cura per le persone, che possono chiedere indicazioni in contesti confusi come i grandi monumenti romani, e di tanta esperienza nel capire chi si ha davanti, comportandosi di conseguenza: «C’è pure quello che ruba, quello che spaccia, quello che è matto».
I tempi delle bancarelle dentro al Colosseo
«Io ho 58 anni», racconta Giacomo, «ho iniziato nel 1989». A quei tempi, le bancarelle si trovavano dentro al Colosseo, quando anche l’accesso al sito archeologico era gratuito. Si trattava di 5 licenze, alle quali poi con la chiusura dei cancelli e l’istituzione di una tariffa per l’accesso, era stato assegnato un posto fuori dalle mura, quando anche la vendita interna di souvenir era stata affidata a un negozio fisso (Feltrinelli, ndr). Anni di attività legale, tranquilla e riconosciuta: «Nel tempo siamo riusciti a ottenere il riconoscimento di attività storiche, come succede per i negozi». Nel 2014, però, la decisione del Comune di spedire i venditori lontano dai monumenti.
Il trasferimento a San Pietro
Nel 2014, a seguito della decisione del Comune di Roma, insieme agli altri 58 imprenditori coinvolti, i due cugini si erano dovuti spostare a San Pietro, dove lo spazio però imponeva di lavorare solo pochi giorni al mese. Una forte limitazione quindi, quella per i guadagni legati all’attività: «Essendo quasi 60 venditori, su un mese noi lavoravamo 10 o 15 giorni, a causa delle rotazioni». Il guadagno delle bancarelle è già di per sé un’incognita, essendo legato al flusso di turisti, ma anche soggetto a vincoli, nel caso di divieti giornalieri di occupare il suolo pubblico, magari in occasione di manifestazioni o eventi sensibili.
La partita ancora aperta con la Soprintendenza
Nonostante il ritorno si sia ormai concretizzato e sia atteso l’arrivo di altri 8 “urtisti” nei prossimi giorni proprio nei pressi del Colosseo, i cugini Sonnino confessano di non dormire proprio sonni tranquilli. Esistono ancora delle procedure da perfezionare e il timore è quello del solito rimpallo di responsabilità tra gli enti coinvolti nei permessi, come del resto già avvenuto in passato: «Ora dovrebbe subentrare la Soprintendenza Archeologica, la Soprintendenza di Stato, che dialogherà con il sindaco e il Comune, ma che rispetto a loro ha maggiore potere decisionale».
La paura, però, è che sia proprio la Soprintendenza di Stato a mettersi di traverso: «Magari se la Soprintendenza comunale ti dice di sì, poi subentra quella di Stato che ti dice no», come avvenuto in passato. «Noi abbiamo vinto tanti ricorsi sia col Comune che con la Regione, però poi l’ultimo inghippo è sempre stata la Soprintendenza Archeologica», confessa con sconforto Giacomo.
Foto copertina: © Roberta Brodini

