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Chi lascia il lavoro per le violenze ha diritto alla Naspi, l’Inps: «Anche le condotte persecutorie esterne giustificano le dimissioni»

04 Agosto 2026 - 12:57 Anna Clarissa Mendi
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Lo chiarisce l'Istituto nazionale della previdenza sociale in un messaggio sottolineando che si tratta di «disoccupazione involontaria». Le motivazioni e i requisiti
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Si allarga la platea di persone che può beneficiare della Naspi. L’indennità di disoccupazione spetta da oggi anche a chi è costretto a dimettersi dal lavoro per salvaguardare la propria incolumità a causa di violenze o condotte persecutorie. Lo ha chiarito l’Inps, sottolineando che in questo caso si tratta di disoccupazione involontaria. «Le violenze e le condotte persecutorie, anche se provenienti da soggetti estranei all’ambiente professionale – si legge in una nota – possono determinare un’oggettiva impossibilità di proseguire l’attività lavorativa».

Perché le dimissioni per incolumità sono equiparate alla giusta causa

Per ogni lavoratrice o lavoratore che subisce tali episodi, la scelta di interrompere il rapporto di lavoro «non costituisce – prosegue l’Istituto – una libera decisione, bensì un atto di autodifesa. La legge e l’Inps riconoscono questa condizione come disoccupazione involontaria, equiparandola a tutti gli effetti alle dimissioni per giusta causa per fatto del terzo, garantendo così il diritto al sostegno economico senza penalità». 

I requisiti: servono situazioni oggettive e documentate

La nota dell’Inps prosegue sottolineando che «garantire sicurezza e protezione sociale significa offrire sostegni concreti in grado di salvaguardare la vita e l’autonomia di chi si trova in condizioni di vulnerabilità. L’indipendenza economica rappresenta un pilastro fondamentale per permettere a qualunque persona di sottrarsi a contesti di rischio». Il riconoscimento della prestazione, spiega ancora l’Istituto, «richiede che ricorrano situazioni oggettive e documentate: occorre infatti verificare che le azioni subite abbiano compromesso l’equilibrio psicofisico della persona o la sua sicurezza quotidiana, come nell’ipotesi di molestie o minacce lungo il tragitto casa-lavoro che rendano impossibile raggiungere la sede lavorativa in sicurezza».

Foto copertina: PEXELS/VITALY GARIEV

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