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«È morto per colpa mia», parla la 39enne soccorsa da Federico Venco: «Il mio ex mi aveva scritto: “Ti ammazzo”»

05 Agosto 2026 - 11:59 Alba Romano
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La ricostruzione della 39enne al Corriere e al Tg1: dalle minacce al messaggio dell'ex fino al pestaggio dopo l'omicidio di Venco. «Mirko è un assassino, voglio parlare con la madre»
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Porta ancora sul corpo i segni dell’aggressione subita nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto a Somma Lombardo, nel Varesotto. Quella sera l’ex compagno, Mirko Bertellini, 44 anni, ha investito e ucciso con l’auto Federico Venco, 36 anni, che si era fermato per prestarle soccorso lungo la strada, per uno scambio di persona. La donna, 39 anni, ha ricostruito quanto accaduto in un’intervista al Corriere della Sera e ai microfoni del Tg1. Oggi dice di voler incontrare la famiglia Venco. «Mi stanno riempiendo di insulti. Sui social, per strada, nelle chat. Mi danno della killer», racconta. Per questo, spiega al quotidiano, sente il bisogno di parlare con la madre della vittima: «Sono a pezzi e sua mamma deve sapere come sono andate le cose. È morto per colpa mia, non mi do pace».

La ricostruzione

Ripercorrendo quei momenti, la 39enne racconta che stava raggiungendo Bertellini. Non conoscendo bene la strada, seguiva le indicazioni del navigatore sul telefono e rallentava di tanto in tanto per controllare il percorso. A un certo punto il cellulare le è caduto dalla tasca. «Mi è volato via il telefono e, mentre lo cercavo, lui si è fermato con la moto e mi ha chiesto se avessi bisogno di aiuto», ricorda riferendosi a Venco, che passava casualmente in quel tratto di strada. Poco prima, racconta ancora, aveva scritto all’ex compagno «Sto arrivando». Lui le avrebbe risposto: «Vieni che ti ammazzo». Quel telefono è ora al vaglio dei carabinieri, che stanno analizzando il suo contenuto nell’ambito delle indagini.

L’omicidio di Venco

Venco decide di accompagnarla fino al luogo dell’appuntamento. All’altezza di una rotonda, la donna racconta di aver sentito «un rumore di lamiere fortissimo» e di aver visto l’auto di Bertellini colpire la moto dell’uomo che poco prima si era fermato per aiutarla: «Ho visto volare quel ragazzo», ricorda. Dopo l’investimento, secondo il racconto della 39enne, Bertellini si sarebbe diretto verso di lei: «È corso verso di me e mi ha detto: “Adesso tocca a te“. Mi teneva la testa e me la sbatteva contro l’asfalto, mi ha spaccato il casco a metà». A interrompere l’aggressione sarebbe stato un automobilista di passaggio, intervenuto in suo aiuto.

La relazione violenta

La relazione tra i due era iniziata da appena tre mesi, ma, racconta la donna, sarebbe stata segnata fin dall’inizio da episodi di violenza. «Mi aveva rotto il faro della moto con una mazza da baseball e mi aveva picchiato – ha raccontato al Tg1 – non l’ho denunciato in quell’occasione, ma erano intervenuti comunque i carabinieri». Secondo la ricostruzione della donna, quella sera Bertellini sarebbe stato sotto l’effetto di alcol e crack. Dopo la morte di Venco, avrebbe cercato di convincerla a fornire una versione diversa dell’accaduto. Che fosse stato Federico a provocare lo scontro e poi ad allontanarsi senza prestare soccorso.

La 39enne racconta di essersi rifiutata immediatamente: «Ho iniziato a ripeterlo ai primi soccorritori: lì nel bosco c’è una persona, c’è un ragazzo, era Federico. L’ho detto subito dopo ai carabinieri: non ho esitato, non ho tentennato, ho raccontato tutto, nei dettagli». Durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, lunedì 3 agosto, Bertellini avrebbe scelto di non rispondere.

«Sono pulita, ho dei figli»

Parlando del tema della droga, la donna respinge l’idea che questa possa aver condizionato la sua relazione con Bertellini e racconta il suo presente tra figli e lavoro: «Secondo lei mando tutto a p… per la cocaina? Certo, ho usato della droga, ma ora sono pulita, più che pulita, ho chiuso con quella m…». Ripensando alla relazione, però, riconosce di aver commesso un errore: «Purtroppo sì. Mi maledirò in eterno, questo fo**uto spirito da crocerossina». Racconta di aver cercato di aiutarlo, arrivando anche a pensare di accoglierlo in casa, ma di essersi trovata davanti a una persona che non riusciva o non voleva cambiare: «È un assassino, Mirko. Un assassino».