Parla la mamma del 15enne italiano finito in carcere a Malta. «È sempre più abbattuto. Mi ha detto: mamma, la mia vita ormai è finita»

«L’ho visto oggi in video chiamata, è molto provato e più passano i giorni più è abbattuto». A raccontarlo al Corriere della Sera è la madre del 15enne rinchiuso in un carcere di Malta da 70 giorni e accusato di nove reati. La famiglia vive nell’isola da cinque anni e nelle scorse settimane avevano già lanciato un appello per la condizione in cui il figlio sarebbe detenuto, tra isolamento e situazioni «allarmanti».
Il racconto della mamma
«Mi ha detto: mamma, la mia vita ormai è finita. Lei ha idea di come può sentirsi una madre davanti a un figlio che pensa una cosa del genere?», racconta la donna, spiegando quanto il carcere stia pesando sul figlio. Secondo il suo racconto, nei mesi precedenti all’arresto il ragazzo aveva iniziato a cambiare comportamento. «Sì era molto chiuso. Proprio lui che ci abbracciava e baciava quando arrivavamo a casa, chiacchierava con noi… All’improvviso è cambiato». Dormiva poco, passava molto tempo al telefono soprattutto durante la notte e, quando i genitori provavano a capire cosa stesse succedendo, continuava a ripetere che andava tutto bene. La famiglia aveva quindi iniziato a cercare aiuto, coinvolgendo anche la scuola. «Abbiamo chiesto se il problema fosse lì», racconta Danila, spiegando che proprio il giorno dell’arresto era previsto un appuntamento con una psicologa.
I nove capi d’accusa contro il ragazzo
La madre non nega che, se il figlio avesse commesso degli errori, dovrà assumersene la responsabilità. «È giusto che le persone paghino se commettono errori», dice al Corriere. Le accuse contro il giovane sono però molto pesanti e comprendono, tra le altre, il procurato allarme, l’affiliazione a un gruppo criminale internazionale di matrice terroristica e la diffusione di materiale pedopornografico. Secondo Danila, il figlio sarebbe entrato in contatto con gruppi criminali che adescano minorenni attraverso le piattaforme online e i videogiochi. «Giocano assieme a loro, usano il loro linguaggio, si guadagnano la loro fiducia e poi li portano su gruppi Telegram che diventano trappole», racconta. «A Malta lui è il primo caso, ma in Italia se ne contano già alcuni. Penso all’accoltellamento della prof nel Bergamasco», spiega la donna.
L’allarme bomba e il materiale trovato sul telefono
L’arresto è avvenuto dopo un falso allarme bomba nella scuola frequentata dal 15enne. Il ragazzo aveva pubblicato sui social una fotografia accompagnata dalla scritta «bomb threat», presentandola come una prova dell’allarme. Durante i successivi controlli sul suo smartphone, gli investigatori avrebbero trovato anche materiale pedopornografico che gli sarebbe stato inviato attraverso Telegram. Da qui sarebbero scattate ulteriori contestazioni e il trasferimento in carcere. Secondo la madre, però, dietro quel gesto ci sarebbe stata la convinzione che pubblicare il messaggio sull’allarme avrebbe fatto sì che «poi lo avrebbero lasciato in pace».

