Maldini rompe il silenzio sulla Nazionale: «Malagò non è stato ai patti. Pirlo fatto fuori con un pretesto. Così avrei rifondato il calcio»

«I patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto». Inizia così lo sfogo di Paolo Maldini al Corriere della Sera, in una lunga intervista concessa ad Aldo Cazzullo. Ex capitano del Milan e della Nazionale ma soprattutto reduce da una breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale. Con uno scontro aperto con il presidente della Figc Malagò.
Il sogno sfumato di Pep Guardiola
Maldini ha deciso di rompere il silenzio sulla sua breve e tormentata esperienza come direttore tecnico della Nazionale, nata da una chiamata di Giovanni Malagò a Pasqua. L’obiettivo espresso dal progetto, condiviso con Leonardo e volto a rifondare il movimento calcistico italiano con un orizzonte di 8-10 anni, prevedeva la totale autonomia nella scelta del nuovo commissario tecnico. La prima scelta, racconta, cadeva su un profilo giovane, dal passato vincente in azzurro e dalla mentalità offensiva. I nomi vagliati erano tre campioni del mondo: Andrea Pirlo, Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tuttavia, gli accordi della Lega hanno precluso l’ingaggio di allenatori sotto contratto con club di Serie A, depennando di fatto De Rossi e Grosso. Dopo un colloquio esplorativo con Carlo Ancelotti (che ha confermato l’impegno con la Nazionale brasiliana), Maldini e Leonardo sono volati a Barcellona per incontrare Pep Guardiola. «Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo parlato per un’intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli… Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io sono a posto», ha raccontato Maldini al Corriere. Poi è arrivato il rifiuto: troppa stanchezza accumulata.
La rottura con la FIGC e le dimissioni
Una volta virato con decisione su Andrea Pirlo, sostenuto da un piano strategico ben preciso, sono emerse le polemiche esterne legate alle sponsorizzazioni del tecnico e alle carriere da procuratori dei rispettivi figli (Christian Maldini e Nicolò Pirlo). Per Maldini, un «pretesto». La rottura definitiva con Malagò, spiega, è arrivata al momento della retromarcia sulle competenze. «Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: “Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate”. Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile. Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire», ha dichiarato Maldini al Corriere.
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«Si figuri se io non apprezzo Roberto Mancini. Ma avevamo un progetto diverso»
«Avevamo già cominciato. Siamo stati a Coverciano, è una macchina ferma. Ci sono tantissime persone che vorrebbero fare, ma non sanno cosa fare. Attendono un obiettivo, delle indicazioni. Incontrarle ci aveva dato un saссо di energie, in un ruolo che spaventa», spiega. Nega di aver proposto Thiago Motta. «No. I nomi erano quelli», sottolinea a Cazzullo. «Si figuri se io non apprezzo Roberto Mancini. Ma avevamo un progetto diverso. Volevamo un ct muovo, giovane. Mancini e Conte sono due grandi allenatori. E non è questione di amicizia», dichiara Maldini.
La visione per la rifondazione del calcio italiano
L’idea di Maldini non si limitava alla panchina della Nazionale maggiore, ma mirava a un «Patto per le Nazionali» e a un cambio culturale profondo: la formazione incentrata sulla tecnica e sull’uno contro uno anziché sull’esasperazione tattica giovanile, investimenti sulle strutture, tutoraggio e un’impostazione aziendale ispirata al Milan di Silvio Berlusconi. A raccogliere l’eredità sulla panchina azzurra sarà ora Claudio Ranieri. «Avere una figura come Ranieri è un plus, qualcosa di eccezionale», spiega. Ma per Maldini resta l’amaro in bocca per una grande occasione sprecata per il futuro delle nuove generazioni. «Avevo assunto un impegno gravoso che nei giorni era diventato quasi un sogno: fare qualcosa per le prossime generazioni, per costruire un’Italia competitiva. Un sogno interrotto ma bellissimo… La strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato».

