Avvelenate con la ricina, spuntano «elementi certi» per l’omicidio premeditato. Ma il legale di Gianni Di Vita frena: «Non si escluda l’incidente»

«Elementi certi» che spingono le indagini direttamente verso l’ipotesi del duplice omicidio premeditato. È questa la svolta nel giallo di Pietracatella, dove a fine dicembre Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita sono morte avvelenate dalla ricina. A rafforzare i sospetti degli inquirenti molisani ci sono le prime anomalie riscontrate sui reperti dagli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, mentre la Procura stringe il cerchio riascoltando l’infermiere che per primo visitò le vittime a casa. Un’accelerazione investigativa che però non convince la difesa di Gianni Di Vita, marito e padre delle donne, il cui legale ribatte a stretto giro per frenare la pista dolosa: «Io credo che l’ipotesi dell’incidente debba essere valutata come tutte le altre ipotesi che sono in campo, senza escluderla».
Le anomalie e i risultati da Berlino
Le ultime novità arrivano dalle analisi scientifiche dal Robert Koch Institute di Berlino, laboratorio di massima eccellenza nella biosicurezza a cui sono stati affidati gli accertamenti. Ebbene, da qui sarebbero già arrivate indicazioni informali che avallano l’ipotesi dell’omicidio. Sulla presenza di ricina tra i reperti sequestrati e gli alimenti prelevati nell’abitazione sarebbe emerso qualcosa di fortemente anomalo. Manca solo la consegna delle relazioni ufficiali (il termine di novanta giorni è quasi in scadenza) per cristallizzare un quadro accusatorio che, al momento, vede un fascicolo aperto contro ignoti per omicidio volontario aggravato dal mezzo velenifero, parallelo a quello per omicidio colposo a carico di cinque medici dell’ospedale Cardarelli per le prime presunte negligenze.
Riascoltato l’infermiere che soccorse le due donne
In questa corsa a ritroso per ricostruire l’esatta dinamica della somministrazione del veleno, gli investigatori stanno scavando a fondo nello stato di salute delle due donne prima dell’ingresso in ospedale. Come scrive Fanpage, nella giornata di ieri, 16 settembre, è stato ascoltato per la seconda volta l’infermiere che il 26 dicembre si recò a casa della famiglia per prestare i primi soccorsi. L’uomo ha confermato di aver trovato madre e figlia in condizioni disperate. Sara, che morì il giorno dopo, era in preda al delirio, Antonella, deceduta il 28 dicembre, stentava a parlare. Fu lui a consigliare la corsa al Cardarelli. L’obiettivo della Procura è incrociare questo verbale con i dati immunologici e tossicologici in arrivo dalla Germania.
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La difesa di Gianni Di Vita: «Valutare l’ipotesi dell’incidente»
Di fronte all’accelerazione delle indagini, la famiglia prova a frenare gli entusiasmi accusatori. Contattato dall’Ansa, Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita (sopravvissuto alla tragedia insieme all’altra figlia, Alice), chiede prudenza. La linea difensiva si appoggia alle considerazioni del professor Carlo Locatelli, l’esperto del Centro Antiveleni ‘Maugeri’ di Pavia che, alla trasmissione Rai Ore 14, a marzo diede una svolta al caso identificando la ricina.
«Locatelli — spiega Facciolla — è un professionista di altissimo livello e ha evidenziato la circostanza che nei sette casi precedenti l’avvelenamento è stato accidentale quindi non esclude altra pista, ma non poteva escludere anche l’accidentalità. Su questo, sull’ipotesi dell’incidente, noi abbiamo posto l’attenzione da subito, l’abbiamo evidenziata anche grazie ai nostri consulenti». I familiari stessi, ribadisce il legale, «non hanno mai escluso l’ipotesi dell’incidente». La parola fine, a questo punto, spetta alla scienza: sarà «l’incrocio tra due dati, l’esito delle analisi sugli alimenti e quello sui 131 prelievi effettuati a luglio, che ci potrà confermare o escludere il veicolo che ha portato alla morte Sara e Antonella».

