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Festival di Open, Cruciani e Soncini contro la cultura woke: «Ecco perché Vannacci farà il botto. E su Roggero il centrodestra ha sbagliato» – Il video

19 Settembre 2026 - 16:32 Cecilia Dardana
Nel panel moderato da Enrico Mentana, Giuseppe Cruciani e Guia Soncini smontano i dogmi della cultura woke. Dai retroscena sul conduttore di Report al caso del gioielliere Mario Roggero, passando per Roberto Vannacci e le battaglie sul linguaggio di genere: «Un'ipocrisia che sta crollando»
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È stato uno dei momenti più accesi ed esilaranti della seconda giornata del Festival di Open, in corso a Parma. Il panel intitolato “È caduta la dittatura del politicamente corretto?”, moderato dal direttore Enrico Mentana, ha visto protagonisti Giuseppe Cruciani e Guia Soncini in un confronto senza peli sulla lingua sui vizi, i tabù e le ipocrisie della cultura woke e del conformismo mediatico. Ad accendere fin da subito la discussione è stato il caso legato al giornalista Sigfrido Ranucci e alle sue recenti esternazioni.

«La questione Ranucci dimostra perfettamente il doppio standard di questo Paese», ha incalzato Guia Soncini, ricordando quando il conduttore di Report, promuovendo il suo libro, si lasciò andare alla frase “una trombata me la lascerete fare?”. «Nessuno a sinistra o tra i guardiani della morale ha detto nulla, perché era Ranucci. Se la stessa identica frase o lo stesso atteggiamento lo avesse avuto Cruciani o un altro personaggio sgradito al mainstream, sarebbe venuto giù il mondo e avrebbero chiesto il licenziamento immediato». Sulla stessa linea Giuseppe Cruciani, che ha difeso con la consueta verve la libertà di corteggiamento svincolata dal moralismo: «Ranucci è un maschio normale a cui piace la fessa e ci prova con chi gli pare, senza che questo debba diventare un reato o un processo mediatico. L’ipocrisia è di chi ha trasformato ogni approccio in un delitto di lesa maestà, tranne quando a farlo sono i propri beniamini».

Il caso Roggero e la rabbia contro il giustizialismo

Il filo conduttore dell’insofferenza verso le regole del politicamente corretto si è spinto fino ai fatti di cronaca giudiziaria più recenti e controversi. Come la condanna di Mario Roggero, il gioielliere piemontese che inseguì e uccise due rapinatori fuori dal proprio negozio. Su questo punto si è consumato uno scontro aperto tra Mentana e Cruciani.

Se Mentana ha ricordato i paletti invalicabili dello Stato di diritto e il divieto di farsi giustizia da soli inseguendo uomini in fuga, Cruciani è esploso in una difesa appassionata del gioielliere: «Una persona che vede piombare i rapinatori nel proprio negozio e teme per la propria vita ha il diritto di perdere la brocca. Roggero ha il diritto di essere libero, non di andare in prigione o di dover pagare tre milioni di euro di risarcimento alle famiglie dei rapinatori. È una vergogna nazionale. I cattivi sono i rapinatori che escono di casa la mattina per andare a delinquere, non il commerciante che lavora». Soncini ha poi sintetizzato il sentimento popolare attorno alla vicenda: «La gente sta dalla parte di Roggero non per il codice penale, ma perché in cuor suo pensa: “Al posto suo avrei fatto la stessa cosa“».

Da Vannacci a Trump: la ribellione della “pancia” del Paese

Il dibattito ha poi analizzato l’ascesa politica del generale Roberto Vannacci e il fenomeno Donald Trump negli Stati Uniti, letti entrambi come reazioni fisiologiche agli eccessi dell’ideologia woke e del moralismo delle élite. «Perché Vannacci ha tutto questo successo?», si è chiesto Cruciani. «Perché c’è una massa enorme di cittadini che si è rotta i coglioni di sentirsi dire come deve parlare, come deve pensare o che parole deve usare. Vannacci dice cose che al bar si dicono da cinquant’anni e che una minoranza rumorosa voleva vietare per legge. La vittoria di Trump in America e il consenso di Vannacci in Italia nascono dallo stesso cortocircuito: le persone normali sono stufe dell’inquisizione digitale e delle lezioni di galateo delle élite».

Femminicidio e derivati linguistici: «La lingua non si storpia con gli asterischi»

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del femminicidio e alle battaglie di genere condotte sul terreno del linguaggio. Cruciani ha criticato la retorica legislativa e le continue emergenze strillate: «Hanno approvato leggi su leggi, ma la verità è che nessuna norma fermerà mai un assassino. Bisogna smetterla con l’isteria. L’unica vera educazione da ripetere fino alla nausea è una sola: il corpo di una donna non è proprietà di un uomo, punto. Tutto il resto, compresa la definizione penale di femminicidio, è sociologia da salotto che non risolve nulla».

Soncini ha infine bollato come «gratuite e sterili» le battaglie sulla Schwa, gli asterischi e la declinazione forzata dei ruoli al femminile: «I nomi al femminile e le storpiature della lingua romanza si fanno solo perché non costano nulla. La vera emancipazione e la vera tutela delle donne passano dall’indipendenza economica. Se una donna ha i soldi e la possibilità di andarsene di casa, lascia il marito violento. Ma siccome dare risorse concrete costa caro, si preferisce fare demagogia sulle desinenze delle parole».

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