Tropico, Rancore, Bianconi e Rareș, la notte in musica del Festival di Open: «Le parole hanno una grande responsabilità» – I video
«Ci sono tante novità che ci mettono alla prova e ci metteranno alla prova nel futuro, come ad esempio l’intelligenza artificiale. Chi ama la parola deve correre il doppio». È da questa riflessione di Tropico che prende avvio il confronto con Rancore sul futuro della musica e del cantautorato ospitato a Parma, nell’ambito della quarta edizione del Festival di Open. Sul palco, i due artisti si sono interrogati sul ruolo della musica, e della parola, in un’epoca segnata da una trasformazione sempre più rapida, in cui raccontare il presente significa prima di tutto riuscire a comprenderlo.
Rancore: «La canzone deve trovare le parole giuste nel mare di confusione»
Per Rancore, una delle difficoltà principali nasce proprio dalla velocità con cui cambiano la società e il linguaggio. «Non c’è tempo di identificare quello che vorresti dire, perché mentre lo pensi stanno accadendo altre milioni di cose», ha spiegato il rapper romano. «Non fai in tempo a scrivere una canzone che già dovresti scriverne un’altra», sottolinea. Una pressione che non riguarda soltanto la capacità di raccontare ciò che accade, ma anche quella – ancora più complessa – di riuscire a interpretarlo.
«È maggiore lo sforzo, sia per raccontarle, ma soprattutto per capirle», ha osservato Rancore, sottolineando come la quantità di parole che ogni giorno attraversano il dibattito pubblico finisca inevitabilmente per influenzare anche la musica. In questo scenario, la canzone è chiamata a muoversi «nel mare di confusione in cui siamo dentro», cercando di individuare le parole più precise, quelle capaci di restituire un significato senza aggiungere ulteriore rumore.
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Tropico: «La musica ha la responsabilità di rappresentare il Paese»
Per Tropico, il tema della responsabilità riguarda direttamente il ruolo degli artisti nella società. «Stiamo vivendo un momento di transizione e le parole e la musica hanno una grande responsabilità», ha sottolineato. Una responsabilità che, secondo il cantautore, non passa necessariamente dall’esposizione politica degli artisti. In un momento in cui molti cantanti scelgono di non schierarsi, Tropico individua un altro terreno sul quale prendere posizione: la qualità. «I cantanti e gli artisti non si schierano, ma devono schierarsi con la qualità», ha detto. Il successo commerciale, da solo, non dovrebbe essere sufficiente a definire un artista: «Non deve passare che se fai una hit sei un artista. Bisogna fare le canzoni di qualità».
Rancore: «Dovremmo schierarci con il bello»
Anche il rapper concentra la propria riflessione sul senso stesso del fare musica. Più che sulla necessità di prendere una posizione politica, secondo il rapper occorrerebbe recuperare «il rispetto che si ha verso se stessi e il motivo per cui stai facendo quella cosa». A suo giudizio, si è progressivamente perso il desiderio di realizzare qualcosa che possa avere una funzione anche per la collettività: «Sembra che l’unica funzione sia quella di portare a se stessi qualcosa», dice. Da qui l’invito a una presa di posizione diversa, legata non tanto a un’appartenenza quanto al valore della creazione artistica: «Noi dovremmo schierarci con il bello».
Il rapporto con il rap: «Non mi sono sentito tradito dal rap, ma dai rapper»
Nel confronto trova spazio anche una riflessione sul percorso del rap e sulla sua trasformazione nel corso degli anni. «Io non mi sono sentito tradito dal rap, ma dai rapper», ha spiegato Rancore. Il problema, secondo l’artista, è che una parte della scena avrebbe finito per rafforzare alcuni stereotipi legati al genere o per trasformare il rap in un prodotto eccessivamente commerciale. Il rapper riconosce però anche il contributo di molti artisti che hanno saputo dare al genere «una dignità e un’aura». Un valore che, a suo giudizio, nel tempo è stato in parte compromesso.
Tropico: «Il rap ha fatto squadra più del pop»
Sul rapporto tra generi musicali interviene anche Tropico, secondo cui il rap è riuscito negli ultimi anni a costruire una maggiore capacità di collaborazione rispetto al pop. «Il rap ha fatto squadra rispetto al pop. Ci ha superato nettamente sul piano della collaborazione, che per me fa la forza», ha osservato. È proprio la capacità di fare rete, secondo il cantautore, uno degli elementi che oggi mancano maggiormente alla scena musicale: «Avremmo bisogno di fare rete, forse quello manca tanto. Ci si parla poco, ci si sente poco». Un confronto che, secondo Tropico, apparteneva maggiormente anche alle generazioni precedenti. «Anche negli anni ’50 e ’60 facevano rete, si vedevano, si confrontavano», ha ricordato.
Il pop e il mito di Sanremo
La riflessione si sposta infine sullo stato del pop italiano e sul peso attribuito al Festival di Sanremo nel percorso professionale di un artista. «Io credo che il pop oggi non se la passi troppo bene», ha detto Tropico, auspicando che proprio da questo momento di difficoltà possa nascere qualcosa di nuovo: «Dal momento un po’ di vuoto spero escano delle cose migliori». Secondo il cantautore, il sistema musicale rischia invece di concentrarsi eccessivamente sulla partecipazione al Festival: «Banalmente il pop si riduce a: “Vediamo se l’artista che va a Sanremo ce la fa”». Ma Sanremo, ha sottolineato, non dovrebbe essere considerato l’unica vetrina possibile: «La prima sono le canzoni o le esibizioni dal vivo».
Anatomia del presente: Francesco Bianconi sul palco di Open
Ospite del panel dal titolo “Anatomia del presente” al Festival di Open è Francesco Bianconi, cantautore, scrittore e compositore italiano, frontman dei Baustelle. Parlando dell’origine del nome della band, Bianconi racconta: «Il nome Baustelle è stato scelto a caso. Prima ancora di conoscerne il significato, “cantiere aperto”, avevamo un dizionario di lingua tedesca: lo abbiamo aperto a occhi chiusi, abbiamo puntato il dito ed è uscita questa parola.
Mi è sempre piaciuta, perché me la immaginavo scritta sui dischi e sui cartelloni. È una parola che ci siamo sentiti bene addosso. Anche fuori dalla società civile, nella scena musicale, essere ancora “lavori in corso” può essere un valore aggiunto». Ripercorrendo gli inizi dei Baustelle, ricorda un periodo caratterizzato dalla volontà di fare musica senza compromessi e dalla necessità di esprimersi liberamente attraverso i concerti. «Avevamo le idee molto chiare: pensavamo soltanto a far uscire la nostra musica senza compromessi. Non ragionavamo in termini di successo. Eravamo seri fin da subito, rispetto ai ragazzi di oggi».

Il nucleo dell’idea dei Baustelle
Al centro dell’esperienza dei Baustelle, racconta Bianconi, c’era soprattutto un’idea di fare, accompagnata da un’estetica precisa, quasi da manifesto di avanguardia artistica. «Lo scrivevamo anche sui volantini dei concerti. Volevamo portare dentro il mainstream qualcosa che nel mainstream non era mai stato. Volevamo che in radio passassero le canzoni che noi avremmo voluto sentire». Secondo Bianconi, però, quel progetto non ha avuto l’esito sperato: «Tutto questo è fallito. Alla fine ha vinto il mainstream, che ha inglobato la musica alternativa».
Da qui nasce anche una riflessione sulla musica contemporanea e, in particolare, sulla presunta componente di ribellione presente in molti generi ascoltati dai giovani. «La musica, anche quella dei giovani, non intercetta nessuna vera volontà di ribellione. Quella che sembra esserci in alcuni ambiti musicali è totalmente fasulla. Nel rap, nella trap, nel pop, io vedo soltanto il simulacro della ribellione». Per Bianconi, oggi mancano artisti disposti a correre dei rischi e a prendere posizioni che possano entrare in conflitto con le logiche commerciali. «Non c’è nessuna musica contro il mondo in questo periodo storico. Mancano gli artisti disposti a mettersi in gioco e a mettersi contro. Mettersi contro significa rischiare, fare scelte che non coincidono con il vantaggio commerciale».
Il successo commerciale, precisa, non rappresenta necessariamente un problema. «Non trovo nulla di male nell’avere anche un riscontro commerciale. Ma oggi sembra essere diventato soltanto una macchina per far soldi. E il cambiamento deve venire dagli artisti. Altrimenti la musica diventa inutile, destinata soltanto a persone che devono essere rassicurate».
La canzone come esperienza privata che diventa pubblica
Infine, Bianconi riflette sul rapporto tra l’artista, la canzone e il pubblico. «Le canzoni sono qualcosa che nasce dentro di te. Almeno nel mio caso, non penso al pubblico. Le scrivo per me. Nascono per me, per farmi stare male o per lenire un dolore che è mio, privato». Una dimensione intima che, una volta entrata nel sistema della comunicazione di massa, cambia inevitabilmente natura: «Poi le vendi, le metti in circolo, arrivano al pubblico. E non è detto che chi le ascolta le trovi, che le riconosca. A volte, invece, le riconosce: questa cosa tua, privata, diventa l’intimo e il privato di qualcun altro». Ed è proprio in questo passaggio che risiede la forza più profonda della canzone: «Questa è la massima potenza della forma canzone».
Rareș: «Sto avendo riscontri umani molto belli e sacri»
L’ultimo ospite della prima giornata del Festival di Open è Rareș, cantautore nato a Bârlad, in Romania, nel 1997, che ha presentato il suo nuovo album Sincero. «Mi reputo estremamente fortunato. Siamo al servizio delle orecchie di chi vuole ascoltare», racconta Rareș. «C’è un misto di normalità e di enorme stupore quotidiano. Il disco ha avuto un riscontro che non misuro tanto in numeri, quanto nella dimensione umana: ci sono state condivisioni molto belle e sentite. Sento che stiamo facendo parte di un tutto, di qualcosa di molto bello e, a modo suo, anche sacro».
Parlando del processo creativo che ha portato alla realizzazione dell’album, l’artista riflette anche sul modo in cui oggi ascoltiamo e consumiamo musica: «Siamo completamente fritti dal punto di vista della fruizione di opere e media. La nostra capacità di concentrazione è ai minimi storici e credo che questo finisca per influenzare anche il modo in cui si crea qualcosa».
«Prima di due o tre anni non ci risentiamo»
«Nel nostro caso – prosegue – c’è stato un enorme lavoro soprattutto sulla forma più che sul contenuto. Il contenuto è tragicamente e comicamente personale, perché nasce da esperienze realmente vissute. Ci siamo resi conto che stavamo realizzando un disco di canzoni e che alcune di queste non avevano ritornelli o temi ben definiti. Così abbiamo deciso di giocare con la forma della canzone e abbiamo seguito lo stesso filo anche nella scelta e nell’utilizzo degli strumenti. È stato tutto costruito in questo modo».
Infine, Rareș parla dei ritmi sempre più intensi imposti dal mondo della musica e del lavoro: «La prima cosa che ho detto alle persone con cui lavoro è stata: “Prima di due o tre anni non ci risentiamo”. L’ho sempre detto scherzando, ma con una grande dose di serietà. Inseguiamo molto spesso ritmi che non sono umani. E alla fine, forse, non è il successo la cosa più importante. Non so se voglio fare l’artista, ma voglio fare del bene», conclude.
Foto copertina: Beatrice Ratti

