I legali di Sempio a Open: «L’eventuale processo? Non sarà condizionato dall’opinione pubblica. Andrea è combattivo, il suo umore è alto» – Il video
Un caso di cronaca può trasformarsi in poche ore in un fenomeno mediatico. Televisione, giornali, social network e podcast contribuiscono a costruire un racconto che spesso corre molto più velocemente rispetto alle indagini della magistratura. È proprio il rapporto tra cronaca giudiziaria e processo mediatico il tema dell’ottavo panel del Festival di Open, in programma dal 18 al 20 settembre a Parma. A confrontarsi sul tema sono stati Marco Maisano, giornalista e podcaster, e gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, difensori di Andrea Sempio nel delitto Garlasco. Al centro del dibattito una domanda: quanto l’opinione pubblica e il racconto dei media possono influenzare il lavoro degli inquirenti e dei giudici?
Il peso delle scelte editoriali
Per Maisano, il primo elemento da considerare è il modo in cui i media selezionano le notizie. «Ogni giorno accade qualcosa di terribile e noi giornalisti facciamo una selezione», ha spiegato. «Credo che spesso lo facciamo sulla base di quel dovere, di quel percepire o sentire di dover soddisfare il desiderio del pubblico – prosegue -. E questo, secondo me, è drammatico». La notizia deve essere data, ma altrettanto importante è il modo in cui viene raccontata: «Il come è importante ed è una scelta editoriale». È proprio in questa fase che può nascere il cosiddetto processo mediatico: una ricostruzione degli eventi che si sviluppa attraverso i mezzi di informazione e che può contribuire a formare un’opinione prima ancora che il procedimento giudiziario arrivi a una conclusione.
Il processo di Andrea Sempio
Liborio Cataliotti invita però a non generalizzare. «Ogni caso fa storia a sé», ha detto, sottolineando come i casi mediatici possano condizionare i giudici, ma non necessariamente. Il sistema giudiziario italiano dispone, infatti, di «professionalità» e «strumenti» che consentono di mantenere una certa distanza dal clamore mediatico. Una questione diversa, però, potrebbe porsi nel caso di un eventuale processo davanti alla Corte d’assise, dove siedono anche giudici popolari. «Il processo di Andrea Sempio non credo sarà condizionato dal “televoto”, dall’opinione dei cittadini», ha affermato Cataliotti.
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«Diverso se si arrivasse in Corte d’assise perché lì i giudici sarebbero popolari». L’opinione pubblica, tuttavia, non è necessariamente soltanto un fattore di disturbo. «Ci sono persone così appassionate che vedono certe cose che noi alle volte non vediamo», ha osservato il legale. In un procedimento «tanto legato al fatto e poco al diritto», l’attenzione e le osservazioni provenienti dall’esterno «possono quindi rappresentare anche una risorsa».
Il rapporto tra media e indagini, secondo Cataliotti, può funzionare anche nella direzione opposta: non soltanto i media raccontano ciò che emerge dalle indagini, ma alcune informazioni pubblicate possono spingere gli inquirenti a verificare nuove ipotesi. «Se trapela su un media, su un podcast, su un canale informatico l’ipotesi di una pista alternativa, io condivido che la Procura della Repubblica debba seguirla», ha spiegato. «Fosse anche solo per sconfessarla». Sul procedimento relativo a Garlasco, Cataliotti ha ribadito inoltre la propria convinzione rispetto alla posizione del suo assistito: «Nel processo di Garlasco io sono proprio convinto di difendere un innocente».
La scelta della difesa: reagire all’esposizione mediatica
L’avvocata Angela Taccia ha raccontato invece quanto possa essere difficile per una persona coinvolta in un caso mediatico vivere quotidianamente sotto i riflettori. «Dover lavorare sempre sotto telecamere, riunioni coi giornalisti, ovunque, appesantisce un po’ tutto», ha spiegato. Ma quando l’attenzione dei media diventa particolarmente intensa, secondo la legale, «o subisci o reagisci». Nel caso di Sempio, la difesa ha scelto la seconda strada, cercando di gestire direttamente la narrazione pubblica e di far conoscere anche la persona che si trova al centro della vicenda.
«Nel momento in cui abbiamo deciso di esporci, di far conoscere lui, devo dire che le persone in strada gli esprimono solidarietà», ha raccontato Taccia. Non tutti, ha precisato, ritengono che Sempio sia innocente, ma l’esposizione pubblica avrebbe avuto anche un effetto umano positivo. «La situazione umana è pesante e lo rispettano, gli danno forza. Può essere un elemento non soltanto deleterio ma anche di aiuto, se utilizzato bene». C’è, però, anche l’altro lato della medaglia. Un comportamento, uno scritto o una frase deplorevole non possono, da soli, trasformare una persona in una «brutta persona» e tantomeno farne un potenziale assassino. Eppure, osserva il legale, questa sovrapposizione è sempre più diffusa, con il rischio che chi è coinvolto in un caso mediatico si ritrovi con un capitale reputazionale profondamente compromesso.
La strategia della difesa di Sempio
La strategia della difesa, ha aggiunto Taccia, consiste nel mantenere un punto fermo davanti al continuo susseguirsi di notizie, ricostruzioni e ipotesi. «Devi avere un punto fermo, un obiettivo e andare avanti». Le versioni fornite dal proprio assistito vengono quindi confrontate con gli elementi che emergono nel procedimento. «Noi sentiamo tutte le versioni del nostro cliente nel momento in cui vengono fuori delle notizie e poi le accertiamo», ha spiegato. «Fino ad ora non ci sono né risultanze istruttorie né dati semplici che abbiano smentito la versione di Sempio, perché la verità è una». Intanto, il 28 settembre scadranno i termini e i pm devono decidere cosa fare. Le ipotesi sono due: chiedere una proroga alle indagini al gip, oppure notificare alla difesa di Sempio un nuovo avviso di chiusura delle indagini preliminari. «Il suo umore? Alto, combattivo e lucido. La prima cosa vedremo gli atti e poi capiremo cosa proporre», precisa Taccia.
Il rischio è che il racconto resti anche dopo l’assoluzione
Per Maisano, uno dei problemi principali del processo mediatico è la difficoltà di cancellare un’opinione una volta che questa si è consolidata. «I giudici sono esseri umani come noi e sono fallibili», ha osservato. Allo stesso tempo, però, la magistratura «ha dei tempi precisi» che non sempre coincidono con quelli dell’informazione e del pubblico. Quando le informazioni disponibili sono incomplete, secondo Maisano, il rischio è quello di riempire i vuoti con ipotesi e ricostruzioni. «Se noi non accettiamo quei tempi o il vuoto, e molte cose non le sappiamo, dobbiamo evitare di fare ipotesi».
Il problema, ha aggiunto, riguarda anche la permanenza delle informazioni nel tempo. «Se quella persona verrà assolta, il giorno dopo non cambierà l’opinione della gente. Resterà tutto quello che è stato scritto». Il caso Garlasco, secondo Maisano, è inoltre arrivato a inserirsi nel dibattito più generale sulla giustizia, fino a entrare nella discussione legata al referendum sulla giustizia. Ma il giornalista mette in guardia anche dal generalizzare: «Non tutti i giornalisti fanno così».
Il mistero che alimenta il successo del true crime
Resta infine una domanda: perché il pubblico è così attratto dal crime? Per Maisano, la risposta è legata soprattutto all’incertezza. «Quello che piace per davvero alle persone è quello che porta quel grado di mistero». Il true crime permette infatti di avvicinarsi a storie caratterizzate da paura, mistero e domande ancora senza risposta, mantenendo però una distanza dalla realtà raccontata. È proprio l’incertezza, secondo il giornalista, ad alimentare il confronto e le suggestioni. «Da sempre piace alle persone avere a che fare con il true crime e tutto ciò che fa paura: avvicinarci in quel mondo e non sporcarci». Ma proprio questa attrazione pone una responsabilità ulteriore a chi racconta. «Credo che il nostro lavoro sia provare a offrire un’alternativa al pubblico», ha concluso Maisano. «E non riempire un vuoto, ma fare il nostro lavoro».
Tra indagini, tribunali e mezzi di informazione rimane dunque una linea sottile. Da una parte c’è la necessità di raccontare fatti di interesse pubblico. Dall’altra il rischio che il racconto, soprattutto quando diventa incessante, finisca per costruire una verità parallela. Una verità che può alimentare il dibattito, orientare le percezioni e, in alcuni casi, sopravvivere persino all’esito del processo.

