«Il tetto del 30% non è la soluzione»: così gli insegnanti bocciano la stretta del governo. Cosa dicono (davvero) i dati sugli studenti stranieri

«A me basta vedere che si abbracciano. Nel momento in cui si abbracciano tra di loro, capisco che è avvenuto qualcosa». È questa l’integrazione vista dalla prima linea di chi insegna italiano agli alunni stranieri (chiamato L2 nelle scuole). A raccontarla è Valentina Barile, docente di L2 a Campobasso e Benevento e giornalista, che misura il lavoro riuscito in classe attraverso la fisicità di un gesto spontaneo tra i banchi. Ma lontano dalle sue aule, l’inclusione scolastica è tornata a essere un aspro terreno di scontro politico, giocato soprattutto sui numeri. Oggi al Consiglio dei ministri si vota un decreto che impone per legge il tetto del 30% agli alunni stranieri nelle classi. L’intenzione, sostengono dalla maggioranza, è quella di favorire l’integrazione ed evitare la formazione di classi-ghetto in cui gli italiani finiscano per diventare minoranza. Ma cosa succede quando dalle aule parlamentari si scende nella realtà quotidiana delle scuole?
Quanti sono gli alunni stranieri in Italia
I dati del ministero dell’Istruzione e del Merito sono fermi al 2022/2023. Ma stando ai numeri più recenti riportati dalla Fondazione ISMU, riferiti all’anno scolastico 2024/2025, sono 931.323 gli alunni con cittadinanza non italiana, su circa 8 milioni di studenti in Italia. Ovvero l’11,6 per cento. Il dato è aumentato in modo esponenziale negli anni. Ma nel dibattito sul tetto agli studenti stranieri c’è un dato da non ignorare. Oltre la metà (il 65,4%) di questi studenti senza cittadinanza italiana è nata in Italia. Sono le seconde generazioni che, in molti casi, non solo parlano bene italiano, ma anche le nostre stesse inflessioni dialettali.


Quante classi superano la soglia del 30%? Solo il 7%
Il tetto del 30% era già previsto dal 2010, quando l’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini lo introdusse con una circolare, lasciando ampie possibilità di deroga. Ma quante sono oggi le classi che superano quella soglia? Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, la quota è aumentata lentamente ma in modo costante, arrivando al 7,6% nell’anno scolastico 2022/2023. Il dato cambia radicalmente se si escludono gli alunni stranieri nati in Italia. In quest’ultimo caso il dato crolla allo 0,6% a livello nazionale. La percentuale è più alta alla scuola primaria, dove raggiunge il 12,4%, scende al 7% alle medie e al 3,5% alle superiori.
Il problema è concentrato al Centro-Nord
Le quote più elevate di classi con oltre il 30% di studenti stranieri si concentrano nelle regioni del Nord, in particolare in Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria. Ma il grande tema è la concentrazione in alcune province del Paese, dove rispettare il tetto è quasi impossibile. Se si guarda alla presenza complessiva di studenti stranieri sul totale degli alunni, il dato più alto si registra a Prato, Piacenza e Parma. La maggiore concentrazione, in ogni caso, si trova soprattutto nelle province del Centro-Nord.
Il dilemma dei presidi: «Che facciamo, li cacciamo?»
Antonello Giannelli, presidente dell’Anp (Associazione nazionale presidi), ha messo in luce soprattutto il problema pratico. Se in un determinato quartiere la presenza di alunni stranieri è molto alta e la scuola è tenuta ad accogliere gli studenti residenti nel territorio, cosa può fare un dirigente quando la soglia del 30% viene superata? Per Giannelli, l’idea di fissare un tetto può essere fondata e condivisibile dal punto di vista didattico, ma diventa più difficile da applicare nella realtà di alcune scuole. «Che facciamo? Non li accettiamo a scuola?», ha dichiarato.
La maestra con 20 bambini stranieri e 4 italiani
Il tetto del governo, infatti, si scontra con una realtà fatta di vincoli logistici e difficoltà formative. A Mestre, in una scuola dell’infanzia, la realtà è dirompente. Una maestra racconta a Open la sua classe, composta da 24 alunni, di cui 20 stranieri e 4 italiani. Tra quei 20, la maggior parte non parla italiano. «Il lavoro è inevitabilmente rallentato perché bisogna prima insegnare loro la lingua», spiega l’insegnante. A complicare il quadro, racconta, c’è anche la difficoltà di coinvolgere le famiglie. «La maggior parte delle madri non parla italiano, a differenza dei padri. Ma spesso i papà sono assenti perché lavorano e sono le madri il genitore con cui ci interfacciamo, che vengono a prendere i figli a scuola». Esistono corsi di italiano per i genitori, ma non sempre sono facilmente accessibili. «Spesso queste donne hanno altri figli molto piccoli a casa, che non mandano al nido o ad altri servizi, e non riescono quindi a frequentare i corsi perché devono stare a casa. Credo che bisogna innanzitutto aiutare le madri di questi bambini».
«Il tetto del 30%? Non serve, bisogna ragionare per livelli di apprendimento»
Per l’insegnante che lavora in un contesto scolastico dove tutte le classi sono a prevalenza alunni stranieri, il limite del 30% rischia di essere soltanto una risposta parziale. «Non è applicabile in tutti i territori e, in ogni caso, riduce un po’ il problema ma non lo risolve. Se ho anche solo qualche bambino straniero che non parla minimamente italiano, non riesco comunque a costruire un percorso omogeneo in classe», spiega. La soluzione, a suo avviso, dovrebbe partire invece dai livelli. «Soprattutto all’infanzia, bisognerebbe formare le classi per livelli. In questo modo non si fa distinzione tra straniero e italiano, ma una differenza nei livelli di italiano e di apprendimento. Noi insegnanti, in questo modo, potremmo svolgere un lavoro più omogeneo e sicuramente più efficace per tutti i bambini, stranieri e non».
Il buco nero dei minori stranieri non accompagnati
C’è poi un pezzo di scuola di cui si parla pochissimo in questo dibattito, i CPIA (Centri Provinciali Istruzione Adulti). Mentre per i bambini la scuola dell’obbligo prova ad assorbire l’urto, il vero dramma riguarda gli adolescenti, specialmente i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) arrivati coi barconi a 15 o 16 anni. Una docente di un CPIA ci spiega il cortocircuito istituzionale. «Arriva il ragazzo pakistano di 16 anni. Capita spesso che la scuola superiore non lo prende perché non parla italiano e rallenterebbe troppo i 25 compagni. Allora lo mandano al CPIA, perché tanto ha superato l’obbligo scolastico. Ma noi possiamo fargli fare al massimo 6-8 ore di italiano a settimana. Cosa ci fa un ragazzo di 16 anni, senza famiglia e senza sapere niente di italiano, con sole 6 ore?». E il rischio sociale, osserva la docente, è altissimo. «Se questi ragazzi non prendono la terza media entro la maggiore età, diventa un problema. Se non acceleriamo il processo di scolarizzazione, queste sono braccia regalate alla delinquenza. Certo il tetto può avere una logica, ma la vera soluzione esisterebbe già guardando all’estero. Bisogna mettere classi propedeutiche o “classi ponte” di full-immersion linguistica per 4-6 mesi e poi inserirli a scuola la mattina, per garantire la socializzazione con i coetanei italiani, e al CPIA il pomeriggio per rinforzare la lingua», aggiunge.
Il ruolo (tradito) dei docenti di italiano agli stranieri
Quanto alle scuole in generale, a supporto dei docenti ordinari ci sono gli insegnanti L2, che insegnano italiano agli stranieri. Ma come vengono usati questi specialisti? In molti casi, malissimo. O almeno così è secondo alcuni diretti interessati. «In molte scuole questi docenti sono stati utilizzati in maniera sbagliatissima… per stare vicino ai ragazzi di sostegno e a fare supplenze interne a coprire altri posti. Insomma, tappabuchi», denuncia la docente e giornalista Valentina Barile. «Ma quando la nostra figura viene usata correttamente, il docente L2 fa da vero e proprio “ponte”. Preleva i ragazzi in difficoltà, crea percorsi personalizzati di alfabetizzazione e diventa un tutor sia emotivo e didattico», aggiunge. «Il tetto esiste anche per evitare la ghettizzazione, e sono d’accordo. Ma in una società multiculturale i tetti vanno scoperchiati. Più che limitare, dobbiamo aumentare i docenti L2 e impiegarli correttamente perché sono loro che prendono per mano questi ragazzi e gli dicono: non sei solo, ti aiuto io», conclude.

