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Marocco al voto: l’effetto Ceuta, i giovani che disertano le urne e chi è l’ “Infantino di Rabat” che punta a diventare premier. Cosa c’è da sapere

23 Settembre 2026 - 18:42 Roberta Brodini
Elezioni in marocco e Fouzi Lekjaa, l'uomo di Infantino
Elezioni in marocco e Fouzi Lekjaa, l'uomo di Infantino
Urne quasi chiuse in Marocco. Al centro della sfida ci sono il malcontento dei giovani, la crisi di Ceuta e il peso crescente del calcio nella politica marocchina. Solo il 4% dei cittadini tra i 18 e i 24 anni è iscritto nelle liste elettorali
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Un anno fa il malcontento dei giovani marocchini arrivava nelle piazze con le grandi proteste della GenZ, che difendeva lavoro, sanità, istruzione e un costo della vita più sostenibile. A fine luglio, è stata ancora una volta la generazione dei giovani a guardare oltre i confini, con i tentativi di raggiungere Ceuta inseguendo il sogno di un futuro migliore.

Oggi il Marocco arriva alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma tra i 18 e i 24 anni solo il 4% degli iscritti alle liste elettorali risulta rappresentato. E mentre la nuova generazione mostra sempre più sfiducia in un Paese che investe in infrastrutture in vista dei Mondiali di calcio 2030, ma non in occupazione, sanità ed istruzione, si fa sempre più strada il paradosso: il possibile ingresso a Palazzo del governo dell'”Infantino del Marocco”, Fouzi Lekjaa, oggi ministro delegato al bilancio.

Chi vota

Le urne hanno aperto in mattinata, il 23 settembre, intorno alle 8 locali (le 9 in Italia) e chiudono alle 19 (le 20 italiane). I primi risultati provvisori sono attesi invece nella giornata del 24 settembre. Gli iscritti al voto sono 15.801.162, su circa 26,7 milioni di cittadini in età di voto, in calo rispetto al 2021, quando ammontavano a 17.509.127. Tra gli iscritti al voto, a mancare sono proprio i giovani: solo il 4% appartiene infatti alla fascia tra i 18 e i 24 anni, quella più coinvolta nelle recenti proteste contro la gestione della sanità, dell’istruzione e dell’occupazione.

Le autorità prevedono infatti una procedura di iscrizione per i cittadini che hanno compiuto 18 anni, che devono chiedere di essere inseriti nelle liste elettorali. Gli elettori di età pari o superiore a 60 anni attesi alle urne saranno invece il 29% degli iscritti, mentre i 25-34 anni dovrebbero costituire il 15%. Nel 2021 andò a votare poco più del 50 per cento degli iscritti, e si teme che quest’anno l’affluenza possa scendere ulteriormente.

Per cosa si vota

Si vota per rinnovare i 395 seggi della Camera dei Rappresentanti, con 7.288 candidature a livello nazionale, distribuite in 1.850 liste nazionali, oltre a 5.505 candidati nei collegi locali, con 1.615 liste. Figurano, inoltre, 235 liste regionali riservate alle donne. Il risultato determinerà la composizione della Camera e, sulla base della Costituzione, il re nominerà capo del governo un candidato del partito arrivato primo alle elezioni. Il nuovo esecutivo continuerà però a muoversi all’interno di un sistema nel quale Mohammed VI mantiene ampie prerogative politiche e istituzionali.

La sfiducia dei giovani nella politica

La scarsa presenza dei giovani nelle liste elettorali si accompagna a una più ampia distanza dalle istituzioni politiche. Secondo un’indagine di Afrobarometer pubblicata nel marzo 2026, tra i marocchini di età compresa tra i 18 e i 35 anni, solo il 33% dichiara di avere una certa fiducia nei partiti politici, mentre il 37% si fida del Parlamento e il 33% del primo ministro. I giovani risultano inoltre meno propensi delle generazioni più anziane a votare e a sentirsi vicini a un partito, ma più inclini a partecipare alle manifestazioni e a esprimere le proprie posizioni politiche sui social network.

La sfida tra RNI, PAM, Istiqlal e PJD

Non sono attesi grandi cambi di scenario per questa nuova tornata elettorale. È quindi previsto che il voto coinvolga prevalentemente le tre forze – RNI, PAM e Istiqlal – che hanno condiviso il governo negli ultimi cinque anni. Oltre a queste, all’opposizione, spicca tra gli altri il PJD, partito islamista moderato che, dopo aver guidato il governo per due legislature consecutive, è crollato da 125 a 13 deputati nel 2021 e oggi cerca di ricostruire il proprio consenso dall’opposizione. RNI, primo partito nella Camera uscente con 102 seggi e simbolo della colomba, punta su potere d’acquisto, sanità, istruzione, abitazioni, protezione sociale e occupazione. Tra i suoi obiettivi c’è ancora quello di creare un milione di posti di lavoro, già promesso e non raggiunto nell’ultima legislatura.

Il partito è guidato dal premier uscente Aziz Akhannouch, che non si è però ricandidato a un secondo mandato. Molti i punti in comune di RNI con il programma del secondo partito: PAM. Presente in parlamento con 87 deputati e contraddistinto dal simbolo del trattore, ha a sua volta l’obiettivo di creare un milione di posti di lavoro, oltre a interventi su salari, pensioni, servizi pubblici e sicurezza energetica, idrica e alimentare.

A rafforzare la sua immagine, è poi arrivato nelle ultime settimane Fouzi Lekjaa, ministro delegato al Bilancio e presidente della Federazione calcistica marocchina, nonché figura centrale nell’organizzazione dei Mondiali del 2030. In campagna elettorale, RNI e PAM si sono, però, scontrati sulla responsabilità dell’aumento dei prezzi alimentari, con PAM che ha escluso una coalizione guidata da RNI.

Gli altri partiti in gara

Istiqlal, con 81 seggi, mette invece insieme economia e politiche sociali, con particolare attenzione a famiglia, classe media e nuove generazioni. Il PJD, guidato da Abdelilah Benkirane, punta maggiormente sulle riforme istituzionali e mira al voto dei futuri insegnanti, proponendo di togliere il limite di età dei 35 anni per i concorsi pubblici. A scuotere la campagna è stato infine un audio diffuso online e attribuito al presidente uscente della Camera Rachid Talbi Alami (RNI), nel quale si fa riferimento alla «spartizione delle poltrone».

Fouzi Lekjaa, l’«Infantino del Marocco»

Tra i protagonisti della campagna elettorale figura anche un uomo che non compare direttamente nelle liste: Fouzi Lekjaa. La leader del PAM è Fatima Ezzahra El Mansouri, sindaca di Marrakesh e ministra dell’attuale governo. Eppure, nelle settimane che hanno preceduto il voto, è stato soprattutto Lekjaa a conquistare spazio nella comunicazione del partito. Ministro delegato al Bilancio dal 2021 e, dal 2025, primo vicepresidente della Confederazione calcistica africana, Lekjaa è entrato nella leadership del PAM poco prima delle elezioni, diventando rapidamente uno dei suoi volti più riconoscibili. Una notorietà costruita però non tanto nella politica, quanto nel calcio.

Durante la sua gestione, il Marocco ha infatti raggiunto la semifinale del Mondiale 2022, risultato senza precedenti per una nazionale africana. Il Paese è poi entrato nell’organizzazione del Mondiale 2030 insieme a Spagna e Portogallo, mentre Rabat ha avviato importanti, ma anche molto discussi, investimenti in vista dell’importante appuntamento sportivo, per il quale si contende con la Spagna la sede del gran finale. Un rapporto dell’IMF, parla di una spesa, tra il 2024 e il 2030, di circa 190 miliardi di dirham in investimenti pubblici in infrastrutture di connettività e turismo, pari all’11,9% del PIL del 2024. Lekjaa è inoltre noto per avere un rapporto stretto con il presidente della FIFA Gianni Infantino. Un suo possibile ingresso in politica assumerebbe un significato particolare dal momento che, proprio il calcio, è stato uno dei bersagli delle proteste giovanili dello scorso anno.

La protesta della GenZ212: «Prima gli ospedali, poi gli stadi»

Le mobilitazioni di GenZ212 (212 come il prefisso telefonico nazionale) erano esplose nel 2025 intorno alla situazione della sanità e dell’istruzione: partite da Agadir, nell’agosto 2025, quando otto donne morirono dopo parti con cesareo all’ospedale Hassan II, si erano poi diffuse in tutto il Paese. Tra le accuse dei manifestanti c’era anche quella di destinare troppe risorse alle grandi infrastrutture sportive mentre ospedali e scuole continuavano a presentare carenze. Il movimento si sviluppò soprattutto attraverso social network come TikTok, Instagram e Discord e portò migliaia di giovani nelle strade.

Un anno dopo, proprio Lekjaa ha utilizzato però la sanità come uno dei messaggi della sua campagna, promettendo che in caso di vittoria del partito di cui fa parte, il PAM, non saranno più tollerate morti durante il parto dovute alla mancanza di cure o attrezzature. Il passaggio è politicamente significativo: uno dei dirigenti più identificati con la stagione dei grandi investimenti sportivi si presenta oggi come interprete delle richieste di una generazione che aveva chiesto di spostare l’attenzione dagli stadi agli ospedali.

La crescita non basta: il problema del lavoro

Dietro le proteste c’è dunque una questione più ampia. Il Marocco ha registrato negli ultimi anni una forte crescita degli investimenti e ha avviato grandi progetti infrastrutturali, anche in vista del Mondiale 2030, senza però che i benefici dello sviluppo si distribuissero in modo uniforme. La disoccupazione giovanile rimane infatti particolarmente elevata, soprattutto nelle zone rurali. Secondo i dati citati da Associated Press, nel 2025 il 37% dei marocchini tra i 15 e i 24 anni era senza lavoro.

È su questo terreno che RNI e PAM hanno costruito parte della loro campagna elettorale, mettendo al centro occupazione e potere d’acquisto. Ma le difficoltà del mercato del lavoro mostrano quanto sia ancora aperto il divario tra la crescita degli investimenti e la capacità dell’economia di creare opportunità per i giovani.

Ceuta, tra migrazione e nuove aspettative

Ad aggiungersi alle prove del malcontento tra i giovani, c’è anche la crisi che li lega agli eventi di Ceuta, quando, tra il 29 e il 30 luglio, 72mila persone, per lo più giovani sotto i 30 anni, hanno cercato di raggiungere l’enclave spagnola. L’esodo di migranti ha riportato al centro il rapporto tra Marocco e Spagna e, soprattutto, il tema delle aspettative di una generazione che cerca una via d’uscita attraverso la migrazione. Alla vigilia delle elezioni, sono inoltre circolati nuovi appelli sui social per tentare un ingresso verso Ceuta e Melilla, proprio il giorno del voto. Madrid ha così rafforzato, negli ultimi giorni, il dispositivo di sicurezza e ha mantenuto il coordinamento con Rabat per evitare una nuova emergenza alla frontiera.

Il Parlamento e il potere del re

Per capire cosa può cambiare con le elezioni bisogna però guardare alla struttura dello Stato del Marocco. La Costituzione del 2011, seguita alle proteste della primavera araba, definisce il Paese come una monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale. Il primo ministro, capo del governo, viene scelto dal re tra le file del partito che ottiene più seggi alla Camera. I ministri vengono poi nominati dal monarca su proposta del capo dell’esecutivo, che deve quindi presentarsi al re dopo aver negoziato una coalizione, mentre il controllo su settori quali gli affari esteri e il ministero degli interni rimane al monarca.

Il Parlamento non è però l’unico centro del potere politico. Il re presiede il Consiglio dei ministri, al quale spettano decisioni sulle grandi linee della politica dello Stato, sulle leggi organiche, sugli orientamenti generali del bilancio e su alcune materie strategiche, comprese quelle militari. Secondo Freedom House, inoltre, nel rapporto Freedom in the World 2026, il Marocco ha ottenuto 37 punti su 100 in termini di libertà politica e civile, ed è classificato come «Partly Free» («Parzialmente libero»). Il rapporto, che prende in esame il 2025, segnala in particolare limiti alla libertà dei media, alla libertà di assemblea, all’indipendenza della magistratura e alla capacità dell’opposizione di conquistare il potere attraverso le elezioni.

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