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Famiglie e baby gang, in Veneto la nuova crociata di Vannacci. Valdegamberi (FN) a Open: «Chi non collabora rischia lo stop a contributi e benefici»

26 Settembre 2026 - 17:05 Roberta Brodini
valdegamberi veneto baby gang togliere sussidi alle famiglie
valdegamberi veneto baby gang togliere sussidi alle famiglie
Dall'accesso all'edilizia popolare fino alla sospensione di provvidenze economiche regionali: ecco cosa potrebbero rischiare le famiglie dei minori che commettono reati
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Si preannunciano tempi sempre più duri per i minorenni che commettono reati. Dopo la proposta di una stretta sull’imputabilità dei minori di età compresa tra i 14 e i 18 anni, e all’indomani del voto in consiglio dei ministri del decreto che fa scendere in campo la procura nazionale antimafia nel caso di reati gravi commessi da minori, arriva dal Veneto anche una previsione che mira a coinvolgere e responsabilizzare le famiglie. Così Stefano Valdegamberi, consigliere ex Lega, ora in Futuro Nazionale in Regione, rivendica una battaglia contro le baby gang che porta avanti da molto tempo, ben prima del governo di Roma: «Ci lavoro da due anni e il testo risale all’aprile scorso», dice a Open. E non nasconde il peso del tema culturale: «Nella cultura islamica, il maschio è spesso lasciato libero di essere un delinquente».

Famiglie coinvolte nel recupero dei minori

La finalità dell’intervento normativo, dal titolo Disposizioni in materia di responsabilizzazione genitoriale e di raccordo con i servizi sociali, viene collegata a un contesto odierno interessato da una «crescente attenzione verso fenomeni di disagio e di violenza minorile giovanile». Ma, quando si parla di giovani, non si può evitare di considerare anche le loro famiglie, nuclei spesso «fragili o caratterizzati da difficoltà educative», si legge nel testo.

«È innegabile che la prima agenzia di educazione è la famiglia, insieme alla scuola», riferisce Valdegamberi, che ha un passato come assessore alle politiche sociali del Veneto. E proprio al ruolo dei genitori mira una norma che punta a «rafforzare il ruolo educativo della famiglia e a promuovere una più efficace collaborazione tra nuclei familiari e servizi territoriali». Così, vengono previsti una «serie di interventi non punitivi, ma amministrativi e sociali finalizzati al recupero e alla prevenzione».

Quali reati? «Saranno definiti meglio»

La proposta di legge prevede quindi che i genitori vengano coinvolti nelle fasi che seguono alla commissione di un reato da parte dei figli. La lista dei reati o delle condotte criminose non è ancora stata inclusa nel testo, racconta il consigliere veneto: «È un disegno di legge, poi saranno definiti meglio». Sicuramente, non mancheranno furti o atti di violenza: «Non passa giorno che nel veronese non ci sia un fatto di cronaca legato a un minore: dai gruppi di ragazzi che ne aggrediscono un altro ragazzo alla fermata dell’autobus, o gli rubano cellulare o portafoglio, all’anziano che subisce violenza per strada». A esserne particolarmente interessate, quindi, saranno soprattutto le baby gang.

Il percorso educativo con i genitori

Ma quando entra in gioco la figura del genitore? Anche su questo punto, il disegno di legge non prevede ancora fattispecie chiare. Nel testo si legge che «i servizi sociali competenti, anche in raccordo con i comuni, le Aziende ULSS e gli altri soggetti del sistema integrato degli interventi sociali e sociosanitari» possono valutare «l’attivazione di un percorso educativo e di responsabilizzazione rivolto al nucleo familiare».

Valdegamberi spiega che il percorso sarà «destinato al recupero del minore, coinvolgendo la famiglia», ma «saranno le direttive regionali a dettagliare maggiormente». Un modo, quindi, per «promuovere l’assunzione consapevole dei doveri educativi» da parte di genitori – o figure esercenti la responsabilità genitoriale –, tutori e affidatari. Il fine ultimo dichiarato è quello di prevenire una possibile «recidiva della condotta».

La sospensione dei benefici regionali per chi non collabora

È a questo punto però che interviene l’elemento più innovativo della norma: la sospensione dei benefici regionali. Una mancata adesione, senza giustificato motivo, ai percorsi (o la loro interruzione ingiustificata) da parte delle famiglie, infatti, «può rilevare ai fini dell’accesso, del mantenimento o della sospensione temporanea di provvidenze economiche regionali, contributi, agevolazioni o benefici». Un secondo comma prevede inoltre che «nei limiti di compatibilità con la normativa regionale», l’ente competente possa disporre della «sospensione dell’accesso a benefici, agevolazioni o procedure connesse all’assegnazione o alla permanenza negli alloggi di edilizia residenziale pubblica».

A dover comunicare eventuali sospensioni e tempistiche sarebbero proprio gli enti che erogano il beneficio o lo gestiscono, comunicandone i termini, che potrebbero estinguersi nel caso di una ripresa della collaborazione da parte della famiglia. Il principio ispiratore, spiega Valdegamberi, è chiaro: «Se tu non rispetti le regole, perché devo darti l’aiuto?».

Basterà quindi che i genitori collaborino, a prescindere dall’esito dello sforzo: «Se i genitori dimostrano la buona fede, facendo il possibile e cercando di recuperare il figlio, non ci sarà nessuna ragione per punirli», prosegue il consigliere. Inoltre, precisa, le misure saranno sempre disposte «in maniera proporzionata alla gravita della mancata collaborazione».

Il nodo dei diritti

Proprio nella possibilità di sospendere alcuni benefici regionali potrebbero però annidarsi le maggiori insidie della proposta, soprattutto per il possibile impatto su prestazioni e diritti fondamentali delle famiglie. La norma segna infatti un perimetro ben preciso, escludendo la possibilità di sospensione di misure indispensabili, come quelle sanitarie e sociosanitarie, o di interventi necessari alla tutela immediata del minore o di soggetti vulnerabili. Valdegamberi sa, però, che il tema dei diritti della persona resta scivoloso, e qualcuno in commissione glielo ha già fatto notare: «Ma il testo non è buttato lì a caso. È stato elaborato anche in collaborazione con costituzionalisti e docenti di diritto», perché risulti «sostenibile dal punto di vista della costituzionalità», conclude sicuro.

Ora il passaggio in commissione

Il Pdlr 67 è stato presentato ad aprile di quest’anno, ma è stato illustrato in Quinta commissione solo pochi giorni fa. I segnali sembrano comunque già buoni, garantisce il consigliere vannacciano: «Due esponenti della Lega hanno già voluto sottoscriverlo». La discussione proseguirà ora in commissione, dove ne verranno vagliati anche gli aspetti costituzionali, per poi passare al voto in Consiglio. «Io spero entro fine anno», commenta fiducioso.

A fare ben sperare è anche la piega che la politica, a livello nazionale, sta prendendo sul tema, anche se il consigliere rivendica di aver scelto il pugno duro sulla delinquenza minorile molto prima che il governo Meloni si decidesse a fare lo stesso. E auspica, per questa nuova proposta, di fare scuola a livello nazionale: «Può essere uno spunto. Io ho avviato delle proposte in passato che poi, fatalità, qualcuno in Parlamento ha preso in mano», racconta. E sul parere positivo del leader Vannacci rispetto alla sua proposta in regione, glissa: «Io mi muovo in modo piuttosto autonomo, in realtà», pur sapendo di agire su un terreno piuttosto condiviso.

Il tema culturale

L’idea nasce per limitare indistintamente la delinquenza tra i minori, a prescindere dalle loro origini, culture o provenienza. Ma Valdegamberi, che sempre nel mese di aprile di quest’anno ha depositato una proposta di legge per istituire un osservatorio regionale sulla prevenzione e il contrasto della criminalità minorile, frutto di una lunga indagine condotta con l’aiuto di una criminologa, non fa mistero del fatto che esista anche un problema culturale. «La norma mirerà a colpire tutti i minorenni che commettono reati, non è rivolta solo agli stranieri», spiega, anche se riconosce «un’emergenza che riguarda anche e soprattutto gli stranieri, oltre agli italiani».

Di certo, prosegue, spesso si può vedere una corresponsabilità di alcune famiglie che attribuiscono al figlio maschio un ruolo dominante: «In certe culture, appartenenti al mondo islamico, c’è la tendenza a segregare la ragazza nell’età della pubertà, mentre il maschio è libero di fare quello che vuole. Non viene nemmeno richiamato. Viene rispettato, perché è maschio e può fare quello che vuole».

La tesi è quindi che, nelle famiglie islamiche, «il maschio è spesso libero di essere un delinquente», senza che i genitori intervengano, come fanno invece quando «costringono le ragazze a sposarsi». «Ma – prosegue – noi siamo in Italia, e qui viene prima la legge italiana».

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