Giulio Regeni, il giorno della verità dopo 10 anni: oggi la sentenza a Roma sui quattro 007 egiziani – Le tappe

È il giorno della «verità» per Giulio Regeni. Oggi la Corte d’Assise di Roma pronuncerà la sentenza di primo grado sul sequestro, sulle torture e sull’uccisione del ricercatore italiano in Egitto. Sul banco degli imputati ci sono quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani, mai comparsi in aula: il generale Tariq Sabir, il più alto in grado, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, l’anello di collegamento con il sindacalista Said Abdallah, e Uhsam Helmi, indicato come il regista delle perquisizioni nella casa di Giulio, e che dopo la sua morte entrò nel team investigativo italo-egiziano. E infine il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che l’accusa indica come direttamente coinvolto nelle torture e nell’omicidio.
Sono accusati di «sequestro di persona pluriaggravato». Sharif deve rispondere anche di «lesioni personali aggravate» e di «omicidio aggravato», in concorso con altre persone mai identificate. Per lui la Procura di Roma ha chiesto la condanna all’ergastolo. Per gli altri tre imputati, invece, la richiesta è di 17 anni e sei mesi di reclusione. Le informazioni sono state ricostruite grazie a un lavoro lungo un decennio. Un percorso a ostacoli, tutto in salita. Dieci anni da quel 3 febbraio 2016, da quando i genitori di Giulio hanno visto «tutto il male del mondo» sul volto del figlio. Dieci anni di domande senza risposta, di viaggi al Cairo, incontri, interrogatori e rogatorie. Di documenti negati, testimonianze, depistaggi e una verità inseguita senza sosta. Oggi, finalmente, arriva il giorno della sentenza. «Stare qui è vittoria ma non ci accontentiamo», ha detto l’avvocata Alessandra Ballerini, prima di entrare in aula.

Le tappe della vicenda: dal sequestro all’uccisione, fino al processo
Tutto comincia il 25 gennaio 2016, quando si perdono le tracce di Regeni. Il ricercatore, dottorando all’Università di Cambridge, scompare al Cairo, nei pressi di piazza Tahrir. Per giorni non si hanno sue notizie. Poi, il 3 febbraio, arriva la notizia: il corpo di Giulio viene ritrovato lungo la strada che collega il Cairo ad Alessandria d’Egitto. Sul cadavere ci sono numerosi segni di tortura, lividi, fratture, ferite e bruciature. Il giorno successivo, 4 febbraio, Khaled Shalabi, direttore dell’Amministrazione generale delle indagini, esclude inizialmente che Regeni sia stato vittima di un’azione violenta. Intanto, in Italia, la Procura di Roma apre un fascicolo. Il 7 febbraio la salma torna in Italia e una nuova autopsia conferma la violenza subita dal ricercatore. Per i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni seguiti dall’avvocata Alessandra Ballarini, comincia una battaglia destinata a durare anni per ottenere «verità e giustizia».
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L’inchiesta della procura di Roma, la rogatoria e la Commissione parlamentare
Il 14 aprile 2016 la Procura di Roma invia alle autorità egiziane una rogatoria internazionale, chiedendo i tabulati telefonici di 13 persone, oltre a video e testimonianze. A settembre, durante un vertice tra magistrati italiani ed egiziani a Roma, arriva un’ammissione importante, Regeni era stato sottoposto a sorveglianza. Le autorità egiziane si impegnano a fornire la documentazione richiesta. Ma la collaborazione si rivela presto difficile.
Passano gli anni e l’inchiesta italiana si concentra sui funzionari egiziani ritenuti coinvolti nella vicenda. Il 4 dicembre 2018 i pm romani iscrivono nel registro degli indagati cinque cittadini egiziani, appartenenti ai servizi di sicurezza e alla polizia investigativa, con l’accusa di concorso nel sequestro di persona. Nel frattempo, il caso diventa anche una questione politica e istituzionale. Il 30 aprile 2019 la Camera approva l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta.
La svolta giudiziaria: il nodo dell’assenza degli imputati
La svolta giudiziaria arriva il 25 maggio 2021, quando il gup Pierluigi Balestrieri dispone il rinvio a giudizio di quattro funzionari egiziani: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Ather Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Il procedimento, però, si scontra subito con un ostacolo, ovvero l’assenza degli imputati e l’impossibilità di dimostrare che avessero avuto effettiva conoscenza del procedimento a loro carico.
Il 14 ottobre 2021 il processo davanti alla Corte d’Assise di Roma viene quindi fermato. Nell’aprile 2022 il gup sospende il procedimento e la Procura ricorre in Cassazione contro lo stop. Il ricorso viene respinto. A maggio gli atti vengono trasmessi alla Corte costituzionale. Bisogna aspettare il 27 settembre 2023 per una nuova svolta. La Consulta sblocca il processo e stabilisce che l’assenza degli imputati non può determinare la paralisi del procedimento in un caso segnato da gravi violazioni dei diritti fondamentali. Il processo può così ripartire.

Le richieste di condanna e il ruolo del governo italiano
Si arriva quindi al 23 giugno 2026, quando il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco formula le richieste della Procura: l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l’uomo che avrebbe materialmente ucciso Regeni, e 17 anni e sei mesi di carcere per ciascuno degli altri tre imputati. Il governo italiano si è costituito parte civile nel processo. L’Avvocatura dello Stato ha chiesto agli imputati un risarcimento di due milioni di euro, sostenendo che il sequestro, le torture e l’uccisione di Regeni abbiano violato anche il diritto dello Stato italiano di tutelare i propri cittadini, compresi quelli che si trovano all’estero.
Un’eventuale condanna potrebbe quindi avere conseguenze anche sul piano dei rapporti tra Roma e Il Cairo. Gli imputati sono infatti funzionari pubblici egiziani e, qualora venisse accertata una loro responsabilità, si porrebbe anche il tema della possibile responsabilità dello Stato egiziano per i danni. Se la sentenza dovesse diventare definitiva, l’Italia sarebbe inoltre chiamata a chiederne l’esecuzione alle autorità egiziane. Un’ipotesi considerata difficilmente praticabile.
Ora, dopo oltre dieci anni dalla scomparsa del ricercatore, arriva il momento della sentenza. Un verdetto che rappresenta il punto d’arrivo di una lunga vicenda giudiziaria, ma anche un passaggio atteso da una famiglia, e da un intero Paese, l’Italia, che da dieci anni chiede di conoscere la verità sulla morte di Giulio Regeni.

Foto copertina: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI | Manifestanti con cartelli davanti al tribunale di piazzale Clodio prima della sentenza del processo per la morte di Giulio Regeni, Roma, 28 settembre 2026

