Bertolucci, tre vite e una sola famiglia: il libro di Michele Guerra che unisce poesia, cinema e memoria
Ottantacinque voci, dalla A alla Z, per ricostruire gli intrecci, le influenze e i rimandi tra tre figure della famiglia Bertolucci. Non soltanto Bernardo, il regista di Novecento, Il conformista e L’ultimo imperatore, ma anche il padre Attilio, poeta, e il fratello Giuseppe, regista, autore teatrale e figura centrale nella conservazione della memoria cinematografica. «La sfida del libro era per la prima volta quella di tenere insieme tre persone, quindi non un solo personaggio come centro del libro, ma in questo caso tre e una famiglia», ha spiegato il curatore Michele Guerra. Così Bertolucci A-Z (Electa) è come una grande stanza con tre porte: una per Attilio, una per Bernardo e una per Giuseppe.
Le voci sono quelle di accademici e critici che hanno studiato a lungo Bertolucci, giovani studiosi, amici di lunga data, collaboratori, produttori, registi, attori e scrittori. Ognuno con il proprio punto di vista e una voce personale. Il volume è stato realizzato in collaborazione con la Fondazione Bernardo Bertolucci.

Guerra: «Tre esperienze artistiche che si possono leggere partendo da dove si vuole»
È proprio questa rete di rimandi che Michele Guerra, sindaco di Parma e docente di Teorie del cinema, Storia e critica del cinema e Teorie e tecniche del cinema e dell’audiovisivo all’Università di Parma, ha cercato di ricostruire nel libro. «Attilio, Bernardo e Giuseppe sono tre esperienze artistiche che si possono leggere partendo dove si vuole», ha spiegato. Se si parte da Giuseppe, si ritrovano Bernardo e Attilio; se si parte da Attilio, si ritrovano i figli. Il rapporto, ha sottolineato Guerra, non è stato soltanto quello tradizionale tra un padre artista e i suoi figli. Anche Bernardo e Giuseppe hanno modificato lo sguardo del padre e contribuito, con le loro esperienze, alla sua produzione poetica.
Ti potrebbe interessare
Al centro del racconto c’è anche Giuseppe Bertolucci, per anni rimasto nell’ombra del fratello maggiore. Guerra lo definisce il «Bertolucci minore» soltanto nel senso musicale del termine: non un artista di livello inferiore, ma una figura con una voce diversa. Regista cinematografico, autore teatrale e poi protagonista dell’esperienza della Cineteca di Bologna, Giuseppe costruì un percorso riconoscibile e autonomo. «Ha saputo lavorare al fianco di Bernardo su tanti film», ha ricordato Guerra, per poi ritagliarsi una propria strada. E proprio Giuseppe, ha sottolineato, è stato fondamentale per la conservazione della memoria del cinema italiano, contribuendo alle grandi iniziative della Cineteca di Bologna sul restauro e sul recupero dei film del passato.
Veltroni: «Un libro che aiuta a unire i puntini»
A raccontare il volume, insieme al curatore Michele Guerra, c’era anche Walter Veltroni, che ha sottolineato il carattere collettivo dell’esperienza artistica dell’intera famiglia. Il cinema, ha osservato, non nasce soltanto sul set: dentro un film confluiscono «suggestioni, influenze, amicizie, rapporti personali, rapporti lavorativi».
Tra i temi affrontati durante la presentazione c’è stato inevitabilmente Novecento, di cui quest’anno ricorrono i 50 anni. Veltroni ha ricordato la proiezione privata del film organizzata da Bernardo Bertolucci per alcuni dirigenti comunisti. La reazione, ha raccontato, fu complessa: Giancarlo Pajetta, che aveva vissuto direttamente la Resistenza, non si riconobbe nella rappresentazione della parte finale del film. «Bernardo ci rimase molto male», ha ricordato Veltroni, che difese invece il film insieme ad altri giovani presenti. Per Veltroni Novecento resta «un vero capolavoro», un grande racconto dell’identità italiana e della storia del Paese, capace di trasformare la realtà attraverso una dimensione poetica.
Parma, Casarola, Roma e Parigi: la geografia dei Bertolucci
Un altro filo del libro è quello dei luoghi. Per Guerra, più che una semplice storia del cinema e della poesia dei Bertolucci, si potrebbe parlare di una vera e propria «geografia» della loro arte. C’è Parma, la città di Attilio e il luogo con cui Bernardo mantiene per tutta la vita un rapporto complesso. C’è Casarola, piccolo paese dell’Appennino parmense dove la famiglia trascorre parte della propria storia e dove oggi sono sepolti Bernardo e Giuseppe. E poi ci sono Roma e Parigi, fino ai luoghi lontani attraversati dal cinema di Bernardo: la Cina, il Nepal, il Tibet, il Marocco.
Casarola, ha raccontato Guerra, rimane una presenza costante nell’immaginario di Bernardo. Anche quando il regista viaggia dall’altra parte del mondo, quel piccolo paese dell’Appennino continua a riaffiorare nella sua memoria. È la stessa capacità di trasformare i luoghi in materia poetica che attraversa il suo cinema internazionale. Durante l’incontro, Guerra e Veltroni hanno parlato anche del rapporto tra i Bertolucci e le nuove generazioni. Il timore espresso da entrambi è che una parte di quel cinema stia diventando più difficile da incontrare.
Il rischio della memoria perduta
«Il tempo della cornucopia, come doveva essere quello delle piattaforme e dello streaming, in realtà si sta rivelando molto più avaro», ha osservato Veltroni, parlando di una cultura cinematografica sempre più dominata dal frammento. I grandi classici sono film ormai difficili da trovare sulle piattaforme, DVD ormai irreperibili e sempre meno occasioni per vedere i grandi classici in sala. Ma sul punto, Guerra ha ricordato un episodio che vide Bernardo Bertolucci in anticipo sui tempi, nonostante la sua preoccupazione per l’arrivo di un tempo in cui i film non sarebbero più stati visti per intero, ma conosciuti attraverso alcune scene celebri.
Fu proprio lui, infatti, a realizzare un montaggio di 35 minuti tratto dalla propria filmografia, costruito attraverso rimandi di contenuto, stile e movimenti di macchina. «L’unico che può ridurre a frammenti la propria filmografia è l’autore stesso», disse allora il regista. Per Guerra è una contraddizione solo apparente: quel montaggio funzionava proprio perché ogni frammento rimandava all’intera opera di Bertolucci. Ma per comprenderlo, era necessario conoscere il cinema da cui quei frammenti provenivano.
«C’è tantissimo da conservare»
«La cinefilia è stato un tratto comune a tutti e tre i Bertolucci», ha ricordato Guerra. Una passione che in Attilio arrivava fino alla febbre per un film di Murnau, che in Bernardo diventava una visione radicale del cinema e in Giuseppe si traduceva anche nell’impegno per recuperare e conservare i film del passato. E alla fine, tornando al punto di partenza, resta proprio quella particolare eredità familiare: «La poesia era l’esperanto di casa Bertolucci». Una lingua comune che Attilio, Bernardo e Giuseppe hanno parlato ciascuno attraverso il proprio linguaggio, lasciando tracce diverse ma continuamente intrecciate nella cultura italiana del Novecento.

