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La moneta non basta più: il monito di Draghi all’Europa che non cresce

01 Ottobre 2026 - 17:33 Stefania Carboni
mario draghi
L'intervento all'ETH di Zurigo: i limiti della Bce. E in soldoni un avviso: se la crescita si ferma, crolla l’architettura dell’Euro
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Parte citando l’economista Karl Brunner Mario Draghi per lanciare un allarme verso le istituzioni europee e gli Stati membri. Da sola la Bce non basta. E lo fa parlando dal Politecnico federale di Zurigo (noto ufficialmente come ETH Zürich), una delle università più prestigiose al mondo nei campi della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica. Ricorda Brunner e il principio secondo cui la stabilità dei prezzi è responsabilità della banca centrale, ma non può reggere senza la disciplina fiscale degli Stati. Se i debiti crescono più della produzione, la pressione per stampare moneta travolge l’indipendenza della moneta stessa.

Nei primi anni dell’euro, sottolinea l’ex numero uno della Bce ed ex presidente del Consiglio, l’architettura ha funzionato perché il tasso di interesse sul debito e il tasso di crescita dell’economia si sono mantenuti vicini. Tuttavia, la crescita iniziale derivava più dal credito che dalle riforme del mercato unico, lasciando il sistema vulnerabile a futuri shock.

Gli anni 2010: la BCE salva l’Europa, ma la dominanza monetaria non basta

Durante la crisi del debito sovrano, i governi europei hanno applicato un’eccessiva austerità fiscale, penalizzando la crescita più che i tassi. In assenza di sostegno fiscale, la BCE ha dovuto assumersi l’onere di sostenere la domanda per evitare la deflazione, tagliando i tassi sotto lo zero e avviando il Quantitative Easing. Draghi respinge le accuse di aver ceduto alla politica: «Con un’inflazione sotto target e in calo, gli acquisti di titoli erano essenziali per adempiere al mandato. Questo è stato un esercizio di dominanza monetaria. Se l’inflazione è un fenomeno monetario, allora la responsabilità spetta alla banca centrale, sia che risulti troppo alta sia che risulti troppo bassa. La BCE si è assunta tale responsabilità in pieno, esattamente come intendevano i fondatori». I tassi bassi e gli acquisti di titoli hanno protetto l’Unione: «Le misure hanno raggiunto i loro obiettivi. Al loro apice, hanno ridotto i tassi a lungo termine di circa 140-150 punti base. Le stime della BCE indicano che esse hanno generato oltre un quarto della crescita dell’area dell’euro tra il 2015 e il 2019. Senza di esse, circa due milioni e mezzo di persone in meno avrebbero avuto un lavoro e l’inflazione sarebbe scesa sotto lo zero nel 2016». «Tuttavia – sottolinea – un assetto in cui è la banca centrale a farsi carico della crescita non è sostenibile, e oggi quell’equilibrio non regge più».

Lo scenario attuale: tassi globali e produttività al palo

Oggi la BCE non può più compensare le debolezze strutturali dell’Unione secondo l’analisi di Draghi. I tassi a lungo termine nell’area euro sono guidati da dinamiche globali fuori dal controllo europeo (come i deficit record degli USA e i massicci investimenti privati nell’Intelligenza Artificiale). Nel frattempo, la crescita europea è stagnante e la produttività arretra: dal 2019 ad oggi, la produttività USA è cresciuta dell’1,8% all’anno contro lo 0,3% dell’area euro. All’inizio del prossimo decennio, il costo medio del debito rischia di superare il tasso di crescita nominale.

L’unica soluzione: riforme sovranazionali e scala europea

Per evitare che i debiti pubblici diventino insostenibili costringendo le banche centrali a monetizzarli, l’Europa non può limitarsi a tagli di spesa o aumenti delle tasse. Serve riattivare il motore della crescita, ed è impossibile farlo agendo Paese per Paese. «La risposta abituale dell’Europa, con ciascun Paese che agisce per conto proprio, non sarà sufficiente nel mondo che ci troviamo ad affrontare. Le riforme nazionali contano ancora, ma non possono fornire la scala da cui ormai dipendono la tecnologia e, di conseguenza, la crescita. Solo l’integrazione può farlo», dichiara l’ex presidente della Bce. Draghi sottolinea il costo enorme della frammentazione europea ricordando che tra il 2008 e il 2023 il divario di capitalizzazione di mercato tra le imprese americane ed europee è passato da 3.000 a 34.000 miliardi di dollari.

Per Draghi serve un altro passo e una nuova responsabilità per la crescita

Completare il mercato unico dei servizi e l’Unione dei mercati dei capitali permetterebbe di attrarre investimenti privati e finanziare le transizioni strategiche (come la capacità di calcolo per l’IA, per cui servono 1.300 miliardi di investimenti entro il 2030). Draghi conclude il suo intervento richiamando i governi alla loro responsabilità storica: «La condizione di Brunner rimane valida: una banca centrale può mantenere la moneta stabile solo se i governi tengono sotto controllo il loro debito. Ciò che è cambiato è il modo in cui tale condizione può essere soddisfatta. […] Affinché la costituzione monetaria duri nel tempo, i legislatori a livello nazionale ed europeo devono ora assumersi la piena responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione».

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