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Il guru e le schiave: così Bruno Malatesta ha sequestrato e violentato donne nella sua setta di Almese

02 Ottobre 2026 - 05:43 Alessandro D’Amato
bruno malatesta guru almese
Dal 2008 schiavizzava e maltrattava gli adepti. Tra le vittime alcune minorenni. E truffava lo Stato facendosi passare per malato di diabete
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Bruno Antonio Malatesta, 59 anni, ha gestito dal 2008 la sua setta di Almese in provincia di Torino. Sfruttando «le difficoltà, le debolezze e le malattie di chi si affidava a lui», con l’obiettivo di «soddisfare i suoi appetiti sessuali, di guadagno e di sterile dominazione del prossimo, soprattutto se di sesso femminile». A dirlo è il giudice delle indagini preliminari Andrea Bonato, che ha mandato in carcere Malatesta con l’accusa di schiavitù, maltrattamenti, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato. Con lui, scrive Repubblica, ci sono tre presunti complici: il “monaco” Giulio Gibello, Paola Vit e Chiara Lisa, presidente e vice della fondazione Fiore della Pace.

Chi è Bruno Malatesta

La comunità è stata sequestrata. Gli ospiti sono finiti in strutture protette. Bruno Malatesta aveva ottenuto «soggezione continuativa e supina accondiscendenza» dai suoi adepti. Fino al 2018. Il primo esposto archiviato ha portato comunque all’apertura di un’inchiesta dei carabinieri a Torino con il pm Davide Pretti. Ed è partita l’operazione Asmodeo, dal nome del demone della cupidigia, dell’ira e della vendetta. Malatesta inculcava ai suoi adepti «la convinzione di essere dotato di poteri soprannaturali provenienti da entità superiori, come la “Madre Divina” o il “Guru Paramahansa Yogananda”». E sosteneva di poter guarire da «malattie gravissime e altri eventi nefasti».

La comunità di Almese

Malatesta puntava sempre ad aumentare le adepte. Che erano i suoi oggetti del piacere. E diventavano «lavoratrici indefesse al servizio esclusivo della comunità di Almese, oltre che le principali finanziatrici. Anche a costo di spogliarsi della maggior parte dei propri beni personali». Consegnando soldi e gioielli per i «riti esoterici ingannatori» fatti di sali, cristalli e incensi. Che potevano costare 10 euro come migliaia. Poi c’è la truffa aggravata ai danni dello Stato: Malatesta aveva una pensione di invalidità per diabete. Alle visite dell’Inps si presentava in carrozzina e stampelle. Ma i carabinieri lo hanno videoregistrato mentre camminava senza problemi.

La monaca

«Ero una monaca e la mia vita era finita: avevo 15 anni e dovevo chiedere a Bruno il permesso per fare qualsiasi cosa. In cuor mio mi faceva venire un senso di ribrezzo ma era più forte il sollievo: ero salva da malattie mortali e incidenti tragici. La mia vita era affidata a un uomo di cui mi fidavo ciecamente», spiega una delle vittime in un memoriale. Le donne si consegnavano dopo una diagnosi di tumore o sclerosi multipla o dopo un lutto e un divorzio. All’inizio, nel 2008, «Bruno era una persona meravigliosa, sensibile, brillante. Poi divenne irriconoscibile: borioso, perverso, sadico, presuntuoso, rabbioso e manipolatore fino al midollo».

Il guru e le schiave

«Ha costretto una di noi a mangiare un pomodoro marcio fino al vomito “per darle una lezione”» racconta un’altra “monaca”. «Mentre tutte noi ci spaccavamo la schiena, Bruno se ne stava comodamente seduto o sdraiato a criticare il nostro lavoro». Nel suo ashram c’era lo yoga il venerdì e le lezioni di “tantra” il lunedì. Qui il guru si «mostrava forte, aggressivo e con capacità ultraterrene, come quella di liberare dal demonio. Le persone urlavano e piangevano». Si trattava di violenze sessuali di gruppo.

La fondazione «Fiore della pace»

Il Corriere della Sera racconta che Malatesta nel 1989 ha incontrato gli insegnamenti del suo guru, Paramahansa Yogananda, e due anni più tardi ha ricevuto l’iniziazione al Kriya Yoga. Per anni ha viaggiato tra Italia, India e California. La sua fondazione si chiama «Fiore della pace». «Se non ti sottoponi alla terapia, ti imbatterai in un brutto male», avrebbe riferito ad alcuni clienti. E quando le problematiche non si risolvevano: «Se non è bastato quel trattamento, dobbiamo passare allo step successivo». Facedoli pagare sempre di più.

Monache e ancelle

Nella sette c’erano le monache, costrette a fare voto di obbedienza e povertà. E poi le ancelle, che vivevano assieme a lui nelle villette a schiera di Almese. Gli adepti avevano tutti tuniche arancioni e lavoravano per 12 ore al giorno oltre a dormire per terra. In caso di errori ricevevano percosse, divieto di lavarsi per una settimana o capelli rasati. Gli abusi sessuali venivano presentati come terapie purificatrici. Tra le vittime anche minorenni tra i 16 e i 17 anni. Aveva alcuni collaboratori, oggi denunciati a piede libero: una «maestra» e una psicologa professionista gestivano la setta, un massoterapista eseguiva invece terapie sessuali a pagamento.

Pandora

La Stampa invece intervista Pandora (nome finto), 27 anni. «Tutto è iniziato con un corso di yoga bimbi. Per due anni è andato tutto bene. Ci andavo una volta alla settimana. I problemi sono iniziati dopo, quando ne ho compiuti undici».

La madre decide di andare a vivere in comunità e la figlia va con lei. «Da quel momento ho avuto una doppia vita. Di mattina andavo a scuola. Ma era la mia unica finestra sul mondo. Per il resto, ero isolata. Tutte eravamo obbligate a lavorare la terra, a pulire e cucinare. Avevamo le teste rasate e le tuniche arancioni. Lo stile era monacale. Ma lui, che ci umiliava, ci divideva e mortificava ogni giorno, pensava che fossimo tutte streghe puttane. Mi sono vergognata a dire questa parola anche davanti ai carabinieri. Ma ci chiamava così. Diceva che nella nostra vita precedente eravamo streghe puttane. Che lo sono tutte. Lui ci avrebbe salvate portando via le energie negative. Per esempio mettendoci le mani sul seno. Se no il male sarebbe arrivato. Sotto forma di cataclismi, di un tumore. Non mi rendevo conto che fossero minacce».

I palpeggiamenti

Durante i riti il guru toccava le parti intime delle donne, su cui posizionava «cristalli» per «portare via le negatività». «Era bravissimo a dividerci. Diceva che non potevamo toccarci o abbracciarci tra di noi, per via della trasmissione delle negatività. Solo lui poteva. Ci isolava. Mi ha distaccata da mia madre da quando ero piccola. Mia madre era una di quelle che lui teneva segregate. Non la potevo vedere».

«Tutte eravamo in balia del suo umore. Quando era arrabbiato urlava in maniera assurda. Io tremo ancora oggi se qualcuno urla. Andava fuori per un nulla. Anche se chiudendo il rubinetto posizionavo la leva sul rosso anziché sul blu. Oggi ho un problema con i rubinetti». «Credo sia stata la scuola a salvarmi. Ho capito che dovevo aprire gli occhi durante i primi mesi di università. Lui mi aveva obbligata a farla così poi avrei potuto lavorare gratis per lui. C’erano delle ragazze sedute vicine a me in aula. Io avevo la bandana arancione come sempre. Non mi hanno chiesto perché la indossassi. Mi hanno solo invitata a sedermi vicino a loro. Da lì ho scoperto un mondo. Di uscite, di amiche. Non avevo mai vissuto prima di allora».

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