La Giustizia Usa riapre il caso Watergate: perché riabilitare Nixon è utile a Trump
Più di mezzo secolo dopo lo scandalo che costrinse Richard Nixon a lasciare la Casa Bianca, il Watergate torna sotto la lente del dipartimento di Giustizia americano. L’amministrazione di Donald Trump sta conducendo una verifica preliminare per stabilire se i procuratori che indagarono sull’allora presidente repubblicano abbiano commesso irregolarità o abusi. A rivelarlo è il Wall Street Journal, secondo cui il dossier è arrivato anche all’Office of Professional Responsibility, l’ufficio interno del dipartimento che si occupa della condotta dei magistrati federali. Il quotidiano precisa però che, per ora, non si tratta di una nuova indagine formale.
La tesi: Nixon fu una vittima
A spingere per una revisione del caso è Geoff Shepard, 81 anni, ex collaboratore della Casa Bianca di Nixon e sostenitore di una lettura revisionista del Watergate. Shepard ha recentemente tenuto una discussione di circa due ore al dipartimento di Giustizia, sostenendo che la squadra del procuratore speciale avrebbe avuto comportamenti impropri, tra cui incontri riservati con i giudici e la mancata consegna alla difesa di elementi potenzialmente favorevoli agli imputati.
La sua tesi è ancora più radicale: Nixon sarebbe stato vittima di quello che oggi una parte della destra americana definisce il “deep state”. Una ricostruzione che contrasta con quella consolidata dalle indagini, dagli atti del Congresso e dalle registrazioni della Casa Bianca. Nel 1974 la commissione Giustizia della Camera approvò tre articoli di impeachment contro Nixon per ostruzione della giustizia, abuso di potere e oltraggio al Congresso. Poco dopo emerse anche il cosiddetto smoking gun tape, la registrazione che documentava il suo coinvolgimento nei tentativi di ostacolare le indagini sullo scasso alla sede del Partito democratico. Nixon si dimise l’8 agosto 1974.
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L’inchiesta del Washington Post
A far esplodere il caso Watergate fu soprattutto l’inchiesta del Washington Post, condotta dai giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein dopo l’arresto, il 17 giugno 1972, di cinque uomini entrati negli uffici del Comitato nazionale democratico nel complesso del Watergate a Washington. Seguendo i collegamenti finanziari e politici degli autori dell’effrazione, i due reporter ricostruirono i legami con il comitato per la rielezione di Nixon e portarono alla luce un sistema più ampio di operazioni clandestine e tentativi di insabbiamento. Le successive indagini del Congresso e della magistratura confermarono molti degli elementi emersi sulla stampa e portarono alla scoperta delle registrazioni segrete effettuate dallo stesso Nixon alla Casa Bianca. Proprio quei nastri fornirono alcune delle prove più pesanti sul coinvolgimento del presidente nel tentativo di ostacolare l’inchiesta.

Cosa c’entra Trump con il Watergate
Il nuovo interesse per il caso ha anche una forte valenza politica. Negli ultimi mesi Nixon è diventato un riferimento per una parte dell’area trumpiana, che vede nella sua vicenda un precedente delle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto Donald Trump.
A giugno il vicepresidente JD Vance, parlando alla Richard Nixon Presidential Library in California, aveva minimizzato la portata del Watergate sostenendo che, se accadesse oggi, «sarebbe una notizia da 12 ore». Poi aveva tracciato esplicitamente il parallelo con Trump: «Se guardate a come il deep state ha abbattuto Richard Nixon, non è poi così diverso da ciò che gli stessi gruppi di persone, le stesse istituzioni, hanno cercato di fare a Donald Trump durante la sua prima amministrazione».
È in questo clima che le tesi di Shepard hanno trovato nuovo ascolto a Washington. Per ora, però, non emerge alcuna revisione ufficiale delle conclusioni sul Watergate né una vera “riabilitazione” di Nixon: c’è soltanto una verifica preliminare sulle accuse mosse contro i procuratori dell’epoca.

