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«La ricina? Di solito sono le donne ad avvelenare. Ma per usarla ci vuole competenza»

05 Ottobre 2026 - 07:22 Ettore Ambrosi
antonella di ielsi sara di vita
Carlo Locatelli del centro antiveleno di Pavia spiega cosa sta succedendo nell'indagine di Pietracatella
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Carlo Locatelli è il direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Lui ha coordinato il team che ha scoperto la ricina nel sangue di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita di Pietracatella, morte tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale di Campobasso. E oggi al Messaggero spiega che l’avvelenamento è il primo caso al mondo: «Non ci sono precedenti analoghi nella letteratura scientifica. Quando si ha il sospetto di intossicazione da ricino, o si vuole escludere la contaminazione di un alimento per errore, si cerca un’altra sostanza che si chiama ricinina, che non è la ricina, ma un’alcaloide più semplice da analizzare».

La ricina a Pietracatella

«Noi invece abbiamo lavorato sulla ricina, che è una proteina estremamente difficile da dosare, ricercare, confermare. I 7 casi che abbiamo pubblicato nel 2025 di intossicazione da ricino in Italia sono avvenuti per errore e c’è stata un’anamnesi: le vittime hanno riferito di aver mangiato i semi e noi abbiamo potuto decontaminarli, a evitare l’assorbimento. Sono sopravvissuti sia perché sono stati trattati dai medici, sia perché spesso la dose non era letale», conclude.

Secondo Locatelli anche in caso di giusta diagnosi madre e figlia non si potevano salvare: «È ovvio che l’anamnesi è una delle cose fondamentali per poter scegliere i trattamenti. Ma io penso che la concentrazione di ricina che abbiamo trovato nelle vittime sia così alta che a questi livelli non si sarebbero potute salvare. Poi però non entro nel merito di quelli che sono i principi che applica la legge sull’intervento medico, le tempistiche, la tipologia di cure somministrate».

Gianni Di Vita

Locatelli dice anche che a oggi non si può escludere che anche il marito Gianni Di Vita, oggi non indagato ma sottoposto a interrogatori e perquisizioni da parte della procura, sia stato avvelenato: «Il campione di sangue da noi analizzato era stato precedentemente mantenuto a 4 gradi, invalidandone l’attendibilità. Anche se avesse ingerito il veleno, potrebbe essere sopravvissuto perché l’assorbimento gastrico varia da individuo a individuo, in base allo stato di salute, alla quantità di sostanza assunta, al peso corporeo: l’effetto della stessa dose cambia da una persona che pesa 50 chili a una che ne pesa 100».

La ricina ingerita

Il professore spiega anche perché sostiene che la ricina sia stata ingerita, ovvero mangiata insieme ad acqua e/o cibo: «Escludo sia l’inalazione, perché dà altri sintomi respiratori, sia l’iniezione, perché avremmo trovato delle zone di lesione, senza contare che le vittime si sarebbero accorte della puntura. E non potendo la sostanza essere assorbita per contatto cutaneo, l’unica cosa logica rimane l’ingestione». E aggiunge: «Nei nostri laboratori la diluiamo nei liquidi. Penso che, come qualunque veleno, si possa mischiare a bevande e alimenti senza che uno se ne accorga, come il cianuro».

Il Robert Kock

Locatelli spiega anche che agli esperti tedeschi dell’Istituto Robert Koch « è stata affidata questa parte analitica che non è di nostra competenza: tutto ciò che c’era in casa e che poteva essere un veicolo per il veleno, è stato portato da loro per le analisi. Hanno fatto anche dei campionamenti, dei patch, sul tavolo, le sedie, eccetera. Chiederanno una proroga della loro consulenza, immagino. Si sono innamorati di questo caso, visto che si interessano di ricina per ragioni di contrasto al terrorismo. Noi siamo stati ben lieti di accettare un confronto scientifico».

«Abbiamo già fatto una cosa che non ha mai fatto nessuno al mondo. Cercare la ricina non è come cercare il paracetamolo: i farmaci che si prendono normalmente sono molecole semplici, facili da analizzare. Noi abbiamo dovuto ripetere le analisi “n” volte. Perché in questi casi non devi solo identificare una molecola, devi anche escludere tutte quelle che potrebbero essere simili. È stato un lavoro estremamente complicato, costoso e che ha richiesto tanto tempo. Non ci siamo fermati finché non abbiamo trovato una risposta certa».

Chi usa il veleno

Infine, Locatelli dice chi usa il veleno: «Sono prevalentemente le donne, perché gli uomini utilizzano più la violenza: accoltellano, sparano, strozzano. Il veleno invece non richiede forza fisica, è un’arma più subdola. Ma non è una regola, basti pensare all’avvelenamento da tallio di una famiglia di Desio nel 2017, di cui si era detto responsabile il figlio di 27 anni. Sui veleni c’è un’ampia letteratura, non solo scientifica. Agatha Christie si faceva suggerire le storie da un mio collega dell’epoca del Centro antiveleni inglese. Se dovessi scrivere un libro, avrei parecchio materiale». E conclude: «Di certo la ricina non si compra al supermercato o su in internet, perché è una sostanza proibita. Si estrae dalla pianta di ricino, ma bisogna avere le competenze e gli strumenti per poterlo fare, per purificarla, per arrivare a una dose letale. Non è una cosa alla portata di tutti».

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