«Rifiuto l’etichetta di comico disabile, il palco è spietato e meritocratico»: la rabbia e il tabù della satira nello show di Francesco Fanucchi – L’intervista
È partito da pochi giorni il nuovo tour di Francesco Fanucchi, uno dei protagonisti della stand-up comedy italiana. Si intitola Tutto sbagliato e si propone di offrire una visuale sul mondo finora piuttosto inedita e che mette al centro la disabilità, della quale lo stesso Fanucchi soffre e che viene però trasformata in materia comica, con quella verve spietata che caratterizza i monologhi del comico toscano, vincitore tra l’altro dell’ultima edizione del Premio Satira di Forte dei Marmi, uno dei più importanti del circuito italiano.
Il titolo apre un link molto interessante, Tutto sbagliato, in che senso?
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«In realtà, una volta scritto, non avevo ancora il titolo dello spettacolo, però ad un certo punto arrivammo al momento in cui bisognava averlo, anche per lanciare tutta la comunicazione. Così, nel provare a spiegare di che cosa parlasse questo spettacolo, è venuto il titolo».
Ma esattamente cosa trovi sbagliato?
«Uno può pensare che io mi riferisca a me, al sentirsi sbagliato, ma in realtà è il contrario, noi riconosciamo nel mondo delle strutture molto importanti, quindi i punti sono due: o vivi incazzato, oppure impari a confrontarti anche con questa rabbia e quindi con questo mondo».
La rabbia è un elemento stimolante per la scrittura di un comico?
«Dipende da persona a persona, da comico a comico, perché ognuno ha una sensibilità diversa e quindi anche ha dei motori emotivi che lo spingono a scrivere, che sono differenti. Nel mio caso, senza dubbio, è rilevante, perché comunque alcuni elementi, magari del vivere quotidiano, oppure anche del modo in cui capisco di vedere il mondo, mi procurano un senso di fastidio e anche un desiderio di conflitto. E il conflitto, ho scoperto negli anni con la terapia, alle volte è sano, può essere costruttivo. La rabbia prima di portarla sul palco deve essere lavorata bene, a livello personale, altrimenti rischia di allontanare il pubblico. Cioè, non devi essere arrabbiato sul palco, la rabbia come motore iniziale per scrivere è importante, è utile, sul palco no, altrimenti..».
…altrimenti diventi Beppe Grillo e poi fondi un partito. L’altra strada è quella…
«..e i toscani in politica hanno già fatto abbastanza danni!»
Ci sono dei macrotemi che affronti in questo spettacolo e che passano proprio da questo fastidio?
«Sì, c’è un macro tema che ho voluto affrontare in questo spettacolo in maniera un po’ più aperta ed evidente, ed è quello relativo alla diversità e alla malattia; che è qualcosa che non ho mai affrontato in maniera così esplicita e dichiarata. Non è uno spettacolo unicamente su quell’argomento lì, ma è uno degli argomenti cardine. Ora, al terzo spettacolo della mia carriera, ho interesse a parlarne perché inizialmente, quando ho iniziato a fare stand-up, ho avvertito subito che provavano ad appiopparmi l’etichetta del comico disabile e la cosa mi faceva molta rabbia, perché mi dico: “Cavolo, io faccio il comico e voglio essere riconosciuto come abile sul palco”, infatti mi auguro che le persone, quando vedono il mio spettacolo, che sia dal vivo o sui social, è perché riconoscono un merito professionale. Quindi all’inizio ero quasi ostile nel parlare di questo argomento, l’ho quasi evitato, ora però un po’ ci ho fatto più pace, ma c’è una questione che va al di là dell’ego artistico o della sensibilità mia personale, ed è una questione politica: secondo me oggi la malattia, la disabilità e la diversità in genere, non è parte del dibattito culturale italiano; e deve diventarlo perché è una questione che riguarda tantissime persone e può riguardare davvero chiunque. Io poi non vado lì sul palco per fare ironia sulle persone disabili; cioè, in realtà anche, non sopporto neanche quel paternalismo della serie che soltanto i potentissimi possono essere attaccati e non i deboli o i pari grado, non lo sopporto, si può fare ironia su tutto e su tutti. L’idea è di raccontare la disabilità anche per raccontare il cortocircuito sociale che genera nelle persone, che è ancora enorme ed è ancora un tabù».
Questo, d’altra parte, è anche il privilegio, se vogliamo, della stand-up, quello di poter toccare, forse anche dover toccare, i temi più delicati che esistono. Forse è l’unica disciplina artistica che se lo può permettere in maniera così diretta…
«Non lo so se è l’unica disciplina, perché secondo me qualunque disciplina artistica ha la capacità di toccare i nostri tasti sensibili. Può farlo il cinema, può farlo la letteratura, può farlo la televisione, la pittura, qualunque disciplina artistica. Secondo me, nel corso del tempo, tutti sono riusciti a parlare delle tematiche più scottanti della società o del tempo presente. Il punto, credo, è che oggi la stand-up comedy tocca in maniera più esatta e più, come dire, precisa queste tematiche. Secondo me è la dimensione artistica oggi contemporanea più precisa, più attenta nel raccontare il reale. E questo è il vantaggio che abbiamo».
È un po’ strano sentirti dire che potevano appiopparti l’etichetta di comico disabile perché in realtà, rispetto altre discipline, la stand-up ha un confronto che definirei matematico con il pubblico: se ride va bene, se non ride non va bene.
«Assolutamente, il palco è spietato e meritocratico, in maniera fortissima: il pezzo funziona o non funziona, al di là di chi lo dice, tutta la questione della politica identitaria, secondo me, scade di fronte a una risata ben generata. Io so che sul palco vengo percepito come la persona che sono e per il comico che sono, il punto è che poi, quando c’è la narrazione del lavoro, spesso si riduce a metterti nella casellina che fa comodo a chi ti deve raccontare. Perché è il racconto più facile per disinnescarti, perché se io vengo semplicemente percepito per quello che sono, cioè un comico che racconta il suo mondo, il suo vissuto, e quindi anche questa tematica qui, in qualche modo divento più incendiario rispetto alla figurina rassicurante, bidimensionale, del comichetto in carrozzina, che viene per dimostrare che si può ridere di questi argomenti liberamente. Non è così semplice, secondo me».
In America uno dei comici più in hype è Matt Rife, che ha messo quasi al centro dei suoi spettacoli la comicità su e con i disabili…
«A me non fa impazzire, perché non mi pare che si sporchi molto, nella mia testa il comico deve “sputtanarsi” sul palco. Cioè, per poter essere spigliato con gli altri, devi farti a pezzi prima tu e questo passaggio, secondo me, viene un pochino saltato, e quindi non mi fa impazzire. Trovo sia un’ironia anche un po’ facile, mi verrebbe da dire. Cioè, fare ironia sul fatto che uno è, non so, senza un braccio o ha una gamba sola a me non è che faccia volare. Per quanto riconosco che è bravissimo a fare l’improvvisazione, nel dialogo con il pubblico è forte, è proprio forte. Ma non è la mia tazza di te».
Effettivamente è una comicità che vive di guizzi, non c’è costruzione della battuta…
«Oggi esiste la comicità conversativa, ovvero il comico o la comica che conversa con il pubblico e costruisce divertimento con la conversazione.Non lo percepisco come un crimine o un attentato alla comicità, anche ieri veniva fatta questa cosa qui, veniva fatta domani. Semplicemente, ora va particolarmente di moda, perché i social spingono a produrre tantissimi contenuti, i comici non riescono a star dietro, non riescono a scrivere abbastanza bene e abbastanza velocemente per poter pubblicare abbastanza frequentemente sui social, quindi nascono le improv, quindi i momenti sul palco che succedono una volta ogni tot, per i quali non devi scrivere niente e poi pubblichi una risposta. Quindi il fenomeno della conversazione con il pubblico nasce dall’esigenza, in realtà, di voler essere presenti sempre sul mercato, quindi da ragioni economiche, non da ragioni artistiche. Quindi credo che sia più che altro una moda, ma alla base, come la vedo io, il cuore della comicità rimane non soltanto la conversazione, ma appunto il racconto, il racconto di una storia, il racconto di un punto di vista, della propria sensibilità sul mondo, perché comunque alla fine vogliamo anche sentirci raccontare delle cose valide».
Quella diventa quasi la celebrazione dell’essere simpatico.
«Sì, a volte appunto è un po’ la celebrazione dell’essere simpatico o altrimenti è un tipo di comicità che nasce e muore lì, è una comicità fotografica, non c’è un lavoro tecnico dietro, si perde molto, secondo me. Ma ripeto, io per primo, che non è che vivo nel mondo delle fate, quando faccio improvvisazione, interagisco con il pubblico, trovo che sia divertente farlo, però mi rendo anche conto che tante volte la cosa più interessante che dico non è mai la prima. E quando faccio improvvisazione mi capita di dire la prima cosa divertente che mi viene, mentre secondo me per costruire uno spettacolo valido devi riflettere e ragionare un po’ prima, per proporre poi una comicità che non sia semplicemente un dialogo da bar, ma qualcosa di un po’ più, non dico intellettuale, perché mi piace ridere di gusto, di pancia e prenderci bene, però una comicità che ha un po’ più di lavoro e di riflessione».
Quanto è importante per un comico essere simpatico?
«Trovo che ci sia una grossa differenza tra essere simpatici e essere comici, non sono per forza due aspetti connessi, ci sono dei comici che umanamente risultano o proprio sono antipatici, a dei livelli proprio insopportabili, però sono maledettamente divertenti, perché magari essendo così antipatici risultano anche estremamente onesti e l’onestà paga molto in termini comici. Secondo me è anche molto importante risultare familiare alle persone, perché comunque la comicità si fonda su una connessione, non è quasi mai scontro. Quindi quando vai sul palco devi essere molto connesso con le persone, perché racconti te stesso, ma racconti anche gli altri e l’empatia che devi creare con le persone non credo che sia qualcosa che puoi costruire in maniera fittizia. O ce l’hai o non ce l’hai. E le persone credo che la sentano questa cosa. E quindi, dopo tutto questo discorso, considerando la premessa, spero di stare simpatico al pubblico».
Nel comunicato sul tuo spettacolo leggo: «Lo spettacolo promette di far ridere e forse scandalizzare il pubblico in ugual misura». Mi chiedevo quanto il pubblico italiano, che ingoia ormai qualsiasi nefandezza, sia ancora scandalizzabile…
«Nella comicità è particolarmente difficile perché la provocazione è quasi cercata. Poi dipende da comico a comico, però almeno mi pare che ci sia una sorta di trend in questo senso qui, c’è il desiderio di un tipo di comicità brutta, sporca e cattiva, quindi è molto complicato scandalizzare. Io credo che il modo migliore per provocare in maniera sensata sia raccontare la propria verità, non cercare la battuta a tutti i costi, quella sull’olocausto oppure quella sui bambini morti, queste cose qui così gratuite, secondo me, magari possono scandalizzare un po’, possono provocare, possono piacere, le persone possono anche cercare questo tipo di battute, però non è la mia cifra. Per me questo genere di battute devono essere inserite all’interno di un racconto che dica qualcosa di vero su di me o sul mondo in cui vivo, altrimenti è un’occasione sprecata».
Secondo te un comico quanto ci tiene a spingersi oltre la battuta, quanto sente di dover necessariamente essere pungente oltre che divertente?
«Allora, l’obiettivo è arrivare a far ridere, quindi arrivare alla risata. Il punto è riuscire a raccontare bene un argomento, una tematica, oppure un’esperienza vissuta, sempre però riuscendo a comunicare divertimento, risate, perché il rischio altrimenti è di risultare pedanti, si corre il rischio di andare sul palco e fare due minuti di pippone con due battute in due minuti (poche) e magari sono pure battute deboli, non significative. Invece la sfida veramente interessante, almeno per me, è riuscire a portare sul palco argomenti, tematiche complesse, e renderle davvero divertenti, che è una cosa più difficile da fare, perché tutti gli argomenti, tra virgolette, dolorosi o che ci recano disagio, paura, disgusto, rabbia, insofferenza, hanno in sé una radice comica fortissima, e quindi l’obiettivo, credo, di un comico è riuscire a tirar fuori l’aspetto divertente anche dalle situazioni più tragiche. E l’obiettivo mio personale è quello, cioè non voglio dire la cosa scottante, anche a corso di dimenticarmi di far ridere. Io voglio farvi ridere parlando della cosa scottante».
Tu hai vinto da poco il Premio Satira Forte dei Marmi, un premio molto importante. Ma quanto è cambiata la satira dalla fine dell’era Berlusconi? È come se avesse perso appeal, molti comici dicono che dipende dal livello del dibattito politico che si è abbassato…
«Un po’ è quello, è vero che oggi il dibattito politico è ridotto ai minimi termini, ma forse, avessimo avuto questa conversazione 15 anni fa, avremmo detto la stessa cosa. Io credo, invece, fondamentalmente, che la comicità politica in senso stretto, cioè che prende di mira i leader politici di turno, sia un argomento che in Italia è stato ampiamente esplorato e visto, quindi è un argomento saturo. Se n’è parlato, abbiamo fatto imitazioni, sketch, film, dibattiti, spettacoli comici, qualunque cosa riguardo i politici. Credo che la mia generazione, e anche in generale oggi, si cerchi un tipo di comicità diversa, un angolo di racconto differente, anche per parlare di politica. Quindi mi sembra che ci sia più che altro proprio non tanto un esaurimento di interesse, ma la necessità di un racconto altro, che magari può sempre essere anche politico. Basti pensare ai pittori del Rinascimento, che dipingevano sempre Madonne e santi, poi nell’Ottocento dipingevano paesaggi o persone nei bar; non penso che i pittori dell’Ottocento avessero perso completamente la fede, semplicemente volevano raccontare altro. Ecco, io credo che oggi i comici italiani non è che non abbiano interesse per la politica o non siano interessati ai personaggi politici, semplicemente c’è un desiderio di parlare di altro».
Qual è la giornata tipo di uno stand-up comedian?
«Un tempo era: parto la notte, faccio spettacolo, faccio un po’ serata, la mattina mi sveglio molto tardi e poi mi metto a scrivere qualcosa, sennò parto perché c’è il tour, e si ripete sempre. Ahimè però, avendo superato i 30 da un po’, adesso mi sveglio la mattina presto, perché purtroppo mi sveglio sempre la mattina presto, con l’ansia e piano piano, perché comincio ad avere mal di schiena e la lordosi. Mi faccio il caffè e poi comincio a scrivere cose che non mi soddisfano minimamente e poi facciamo un’intervista per Open e poi ritorniamo a lavorare e a scrivere. Si scrive molto. Ci si prova».
Ci sono delle volte che quello che fai lo vedi proprio come un lavoro, come qualsiasi altro?
«Sì, e mi consola molto. Perché se pensassi che il mio lavoro è semplicemente un’esigenza artistica, una vocazione, mi sentirei fregato quando non ho voglia di lavorare, e cioè molto spesso. Mentre pensare che questo è un lavoro e che quindi mi devo applicare per farlo, e che la scrittura non viene sempre in maniera spontanea ma spesso richiede sforzo, impegno, mi consola, mi tiene ancorato a terra e so che comunque è un mestiere che si fa e che si impara a fare facendolo. Ripeto, non sono un grande fan del lavoro e un grande detrattore dell’ispirazione. L’ispirazione è per i dilettanti, invece il lavoro è per chi vuole lavorare».
Ci sono degli obiettivi che ti piacerebbe raggiungere come comico?
«Mi piacerebbe molto fare qualcosa di cinematografico/televisivo, tanto, perché comunque è un mondo che ho esplorato pochissimo ancora e che vorrei vedere. A livello televisivo io mi diverto molto a fare sketch e imitazioni, sul palco li faccio magari, ma magari più a spot, però mi divertirei molto a fare degli sketch dove interpreto personaggi, tanto, perché è una cosa che non ho ancora sperimentato e vorrei farlo, è un elemento che vorrei mostrare».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse del tuo spettacolo in chi lo guarda?
«La consapevolezza di aver riso tanto e di sentirsi più vicino agli altri. Ho riso e sono stato vicino ad un’altra persona. Ho compreso qualcosa di bello per me e per gli altri. Sono stato bene. È stato un bel momento. Una cosa così».

