Il contatto diretto sui ricordi, depressione e malattie neurodegenerative: perché è importante sapere come funziona l’optogenetica del Nobel
Un topo corre all’interno di una gabbia trasparente. Non c’è cibo ad attenderlo, né una minaccia visibile. Sopra la sua testa, da un sottilissimo cavo a fibra ottica collegato al cranio, si accende un impulso di luce blu. All’istante l’animale si blocca, travolto dal ricordo di un pericolo che in quel momento non esiste, oppure comincia a camminare ossessivamente in cerchio. Non appena la sorgente luminosa viene disattivata, il topo riprende a esplorare l’ambiente con calma, come se nulla fosse accaduto. Nessun farmaco e nessuna scarica elettrica: soltanto un raggio di luce diretto con millimetrica precisione su un gruppo circoscritto di neuroni.
È la scena che, nei primi anni Duemila, ha segnato l’inizio di una rivoluzione nei laboratori di Stanford e del MIT. Fino a quel momento, le tecniche tradizionali come la risonanza magnetica o l’elettroencefalogramma permettevano di osservare l’attività complessiva di ampie regioni cerebrali. Con l’optogenetica, la ricerca ha ottenuto una precisione senza precedenti, arrivando a identificare e guidare i singoli circuiti responsabili di comportamenti e funzioni specifiche. Un salto tecnologico valso il Premio Nobel per la Medicina 2026 a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel e che non solo ridefinisce lo studio della mente ma apre la strada a nuove possibilità terapeutiche contro cecità, malattie neurodegenerative, depressione e dipendenze.
Da un’alga al cervello, tre momenti senza precedenti
Per capire come funziona l’optogenetica bisogna guardare a un problema che le neuroscienze non riuscivano a risolvere da un secolo: i neuroni comunicano attraverso impulsi elettrici rapidissimi, ma non esisteva un modo per attivare un solo circuito senza stimolare anche tutti quelli vicini. La risposta è arrivata unendo tre scoperte apparentemente slegate e realizzate proprio dai tre scienziati premiati con il Nobel 2026.
Ti potrebbe interessare
1. La scoperta nell’alga
Studiando la Chlamydomonas reinhardtii, un’alga verde microscopica che si sposta nell’acqua per cercare la luce del sole, il biofisico Peter Hegemann ha identificato la canalrodopsina. Questa proteina funziona come un canale ionico e cioè una sorta di “porta di servizio” posta sulla membrana esterna della cellula che normalmente rimane chiusa. Quando la luce del sole la colpisce, la porta si spalanca all’istante lasciando entrare particelle cariche elettricamente, gli ioni di sodio e di calcio. È proprio questo flusso di carica a generare il segnale elettrico che dice all’alga in che direzione nuotare. Come spiega lo stesso Hegemann parlando degli anni di ricerca: «Non stavamo cercando uno strumento per le neuroscienze. Volevamo solo capire come un micro-organismo privo di occhi riuscisse a percepire la luce del sole e a muoversi di conseguenza».
2. Il meccanismo altrove
Lavorando al Max Planck Institute di Francoforte e poi all’Università di Würzburg, il biofisico e saggista Georg Nagel ha compiuto insieme ad Hegemann il passaggio decisivo successivo: dimostrare cioè che quella “porta d’ingresso” scoperta nell’alga e sensibile alla luce poteva essere trasferita in cellule completamente diverse. Prelevando il gene della canalrodopsina dall’alga e inserendolo nelle cellule di mammifero, Nagel ha dimostrato che la proteina continuava a funzionare allo stesso modo. Bastava illuminarla perché la porta si aprisse e facesse passare la corrente elettrica, indipendentemente dal tipo di cellula ospitante. Riflettendo sulla struttura della canalrodopsina, Nagel ha evidenziato come la vera forza di questa proteina stesse nella sua autosufficienza: integrava in una sola molecola sia il sensore per la luce sia il canale per il passaggio della corrente, senza richiedere altri elementi per funzionare.
3. L’arrivo al cervello
Nel 2005, nei laboratori della Stanford University, lo psichiatra e bioingegnere americano Karl Deisseroth ha applicato questo meccanismo ai neuroni dei mammiferi. Per introdurre il gene dell’alga all’interno del DNA delle cellule cerebrali, Deisseroth ha impiegato virus modificati e resi inoffensivi, cioè privati dei geni necessari a replicarsi e causare infezioni. Tali virus sono stati utilizzati esclusivamente come “trasportatori”: in genere per natura sono specializzati nell’entrare nelle cellule e consegnare il proprio materiale genetico, ma privandoli della capacità di replicarsi e di causare malattie i ricercatori li hanno utilizzati come veri e propri taxi biologici per recapitare le istruzioni della proteina fotosensibile solo nei neuroni desiderati.
La riscrittura dei ricordi
È proprio questa capacità di “accendere e spegnere” i singoli comportamenti a comando che ha permesso di capire che malattie come la depressione, le dipendenze o il Parkinson non sono generici problemi chimici di tutto il cervello, ma interruttori difettosi in circuiti elettrici ben precisi.
Concretamente, dentro un laboratorio di ricerca il processo è lineare. I biologi selezionano un circuito cerebrale specifico e vi installano sopra un “interruttore” molecolare sensibile alla luce, per poi posizionare una fibra ottica sottilissima a ridosso dell’area interessata. Quando l’esperimento ha inizio, il modello animale è libero di muoversi, mangiare ed esplorare l’ambiente. I ricercatori lo osservano da uno schermo e, premendo un tasto al computer, inviano un impulso luminoso. Premendo il comando per la luce blu, le porte molecolari sui neuroni si spalancano in un millisecondo lasciando entrare cariche elettriche; il circuito si attiva all’istante e l’animale manifesta immediatamente un comportamento specifico, come un attacco di fame improvviso o l’esplorazione compulsiva dello spazio. Inviando invece luce gialla o arancione, il flusso elettrico si blocca e quel comportamento si interrompe al microsecondo, riportando il soggetto allo stato iniziale di calma.
Questa straordinaria precisione ha permesso di manipolare direttamente la struttura stessa della mente e delle sue patologie. Nel laboratorio guidato dal Premio Nobel Susumu Tonegawa al MIT, gli scienziati hanno dimostrato che la memoria è tracciata in reti di neuroni ben definite, chiamate engrammi. Inviando impulsi di luce su questi specifici gruppi di cellule, sono riusciti a riattivare a comando un ricordo traumatico oppure a sostituire una sensazione di terrore con un’emozione positiva. Allo stesso modo, isolando i soli neuroni che collegano l’amigdala al centro della gratificazione, la ricerca ha mostrato come un raggio luminoso possa spegnere sul nascere un attacco di panico o azzerare il desiderio compulsivo di assumere una sostanza nell’esatto momento in cui si scatena.
L’utilizzo in medicina
Trasferire questa tecnologia dal laboratorio alle corsie d’ospedale richiede di superare il limite più evidente e cioè quello di non poter inserire cavi a fibra ottica nel cervello umano per curare una patologia quotidiana. Ma la medicina ha già individuato le vie d’accesso concrete. La prima reale applicazione clinica riguarda l’occhio, un organo dove la luce penetra già in modo naturale. Nella retinite pigmentosa, una malattia degenerativa che porta alla cecità, le cellule che catturano la luce si distruggono progressivamente. Con la terapia genica optogenetica, i medici iniettano le istruzioni per produrre le proteine fotosensibili nelle cellule della retina rimaste sane, trasformandole in nuovi sensori visivi. Abbinando l’intervento a speciali occhiali che proiettano immagini ad alta intensità, alcuni pazienti non vedenti hanno riacquistato la capacità di distinguere oggetti, sagome e ostacoli.
Per trattare invece il cervello umano senza chirurgia invasiva, la ricerca sta modificando in laboratorio le proteine dell’alga per cambiarne la reazione alla luce. Le proteine naturali dell’alga rispondono soltanto alla luce blu, che però ha un limite fisico: viene assorbita subito dai tessuti biologici e dalle ossa del cranio, senza riuscire a penetrare in profondità. Le nuove versioni prodotte in laboratorio sono modificate per attivarsi con la luce infrarossa, una frequenza invisibile che riesce invece ad attraversare la pelle e la scatola cranica in modo del tutto indolore. In questo modo, per bloccare ad esempio i tremori del Parkinson o interrompere una crisi epilettica, non servirà un intervento chirurgico al cervello: basterà indossare un caschetto che invia impulsi a infrarossi per disattivare all’istante il segnale elettrico sregolato dei neuroni, fermando il tremore e restituendo la fluidità ai movimenti.

