«Vogliamo portare questa protesta in Italia», gli studenti partiti per la Francia. Cancelli bruciati e scuole chiuse: perché la mobilitazione continua
Sono ancora centinaia i licei coinvolti nelle proteste studentesche in Francia, dove la mobilitazione contro le carenze della scuola e le difficoltà economiche continua da settimane. Nell’ultima rilevazione disponibile, sono 141 le scuole che sono state chiuse o parzialmente chiuse a causa delle manifestazioni e il governo francese ha annunciato 3mila supplenti in più per coprire le assenze degli insegnanti denunciate in piazza. Ma le rivendicazioni vanno oltre la mancanza di docenti e le condizioni degli edifici scolastici, e chiamano in causa anche il costo della vita e le disuguaglianze tra centro e periferie. Tra coloro che sono scesi in piazza, ci sono anche tanti studenti italiani. Alcuni vivono o studiano già in Francia, altri sono partiti in questi giorni proprio per partecipare alle proteste e portare solidarietà ai coetanei francesi.
Il racconto di una studentessa italiana: «La violenza? È solo una parte»
Tra chi sta seguendo da vicino le proteste c’è Ana Julija, che ha studiato in Italia e oggi frequenta l’università in Francia proprio con l’intenzione di diventare docente. «Mi ha sconvolto positivamente la capillarità della mobilitazione, il fatto che si siano attivati centinaia di istituti secondari in tutto il territorio francese. E colpisce la continuità, ovvero il fatto che dopo il primo corteo la mobilitazione stia quasi diventando permanente», racconta a Open. «E colpisce il grado di conflittualità, quando passi davanti ai licei vedi i cancelli bruciati, sacchi di spazzatura incendiati, danni a vetrine, monitor e fermate degli autobus. Usano molto il fuoco per rappresentare la rabbia di cui è pregna questa battaglia», spiega. La studentessa ci tiene però a distinguere la conflittualità della protesta dai singoli atti violenti, che «non sono per niente rappresentativi dell’intero movimento ma vengono anzi strumentalizzati per neutralizzare le istanze portate avanti nelle proteste».

Perché ci sono le proteste in Francia
Le proteste in Francia stanno denunciando una serie di problemi che riguardano direttamente la scuola, ma che si intrecciano con il costo della vita e con le condizioni di lavoro. Gli studenti chiedono più insegnanti, giornate scolastiche meglio organizzate e investimenti per ristrutturare gli edifici, soprattutto quelli delle periferie. Tra le rivendicazioni c’è anche una revisione di Parcoursup, il sistema introdotto nel 2018 per l’accesso all’università in Francia e da tempo contestato dagli studenti perché accusato di alimentare le disuguaglianze sociali.
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«Professori e studenti uniti nella stessa lotta»
«I professori, gli studenti e tutto il personale scolastico sono alleati», riferisce. La mobilitazione degli studenti è diventata uno spazio per portare in piazza problemi che riguardano l’intera comunità scolastica. Gli studenti denunciano edifici inadeguati, orari difficili da sostenere e il costo dei pasti nelle mense. Gli insegnanti, invece, devono fare i conti anche con posti vacanti e precarietà e le famiglie subiscono le conseguenze delle difficoltà economiche. «Non è soltanto una battaglia per la scuola, ma riguarda anche il contesto sociale ed economico che le sta attorno», osserva la studentessa.

Gli studenti partiti dall’Italia per le proteste in Francia
Tra gli studenti italiani partiti proprio per le proteste, c’è una studentessa della Rete degli studenti medi del Lazio, partita martedì insieme a un compagno per partecipare alle manifestazioni. I due hanno preso parte alle proteste parigine, dopo aver assistito in mattinata ai cosiddetti blocage, le proteste con cui gli studenti impediscono l’accesso alle scuole. «Siamo venuti qui anche per apprendere come funziona l’organizzazione delle piazze e dei blocage», racconta a Open Sophie Official-Deguy Bardina dell’associazione studentesca. «Vogliamo capire cosa possiamo portare in Italia», spiega. «Anche nel nostro Paese sono in corso occupazioni e iniziative studentesche. Il confronto con i coetanei francesi arriva infatti mentre noi ci stiamo preparando alla mobilitazione nazionale del 17 ottobre a Roma e allo sciopero studentesco internazionale del 20 novembre», aggiunge. «Le rivendicazioni degli studenti francesi sono le nostre», chiosa Simone Montori, coordinatore Regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio. «A Roma come a Parigi affrontiamo governi che rispondono ai giovani con tagli e precarietà. La lotta per l’istruzione pubblica non ha confini».
Dalle banlieue al centro di Parigi, così la mobilitazione si allarga

La protesta ha trovato uno dei suoi principali punti di partenza nelle banlieue parigine, le periferie segnate da maggiori difficoltà economiche e sociali, dove vive una parte consistente della popolazione di origine immigrata o francesi di terza o quarta generazione. È da lì che, spiega la studentessa, «è partito uno dei primi impulsi alla mobilitazione», in particolare al liceo Saint-Exupéry di Créteil, a sud-est di Parigi. Gli studenti delle periferie denunciano condizioni diverse rispetto ai licei del centro della capitale, considerati più privilegiati. Distanza che ha portato anche gli istituti del centro a mobilitarsi in solidarietà con quelli delle banlieue. «La protesta non riguarda soltanto gli studenti. Quello che noto anche io con più evidenza è che in piazza ci sono insegnanti, genitori, lavoratori di diversi settori e famiglie. E migliaia e migliaia di studenti. È un corteo molto intergenerazionale», riporta la ragazza. «La mobilitazione studentesca, infatti, si è saldata con una più ampia protesta contro il caro vita, i salari bassi e la scarsità di risorse destinate ai servizi pubblici», aggiunge.
Il governo francese annuncia 3mila supplenti in più
Il governo francese sta provando a rispondere almeno a una delle questioni sollevate dagli studenti. Il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha annunciato 3mila supplenti in più per far fronte alle carenze di docenti, una delle principali criticità denunciate nelle piazze. La misura, però, non basta a soddisfare tutte le richieste. Marylise Léon, segretaria del sindacato CFDT, ha ricordato che i liceali chiedono risposte anche sui problemi materiali degli istituti, alcuni dei quali non riescono ad accogliere adeguatamente gli studenti e, in certi casi, non dispongono neanche di sedie sufficienti.
L’Onu «preoccupata» per le violenze in Francia

La protesta si accompagna anche a un crescente allarme per la gestione dell’ordine pubblico e il trattamento riservato ai manifestanti più giovani. Dopo l’appello dell’Unicef a un uso proporzionato della forza da parte delle forze dell’ordine, anche le Nazioni Unite hanno espresso «preoccupazione» per gli episodi di violenza registrati durante le mobilitazioni. Nei giorni scorsi, la Ligue des droits de l’Homme aveva denunciato all’Onu una «repressione senza precedenti» contro i liceali francesi. I numeri restituiscono la portata dell’intervento giudiziario. Secondo il bilancio del ministero della Giustizia francese, dall’inizio delle proteste, a metà settembre, oltre 6.800 persone sono state poste in stato di fermo, l’86% delle quali minorenni. Per 2.376 persone sono stati avviati procedimenti giudiziari e 21 sono finite in custodia cautelare in carcere, tra cui sei minorenni. E, stando ai dati del ministero dell’Interno di Parigi, oggi sono salite a 24 le inchieste aperte dall’Ispettorato generale della polizia (IGPN) per presunte violenze della polizia messe in atto dall’inizio del movimento studentesco.

