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Le banche fanno muro sui 5 miliardi inseriti nella Manovra: «Nessuno ci ha avvertiti. Il governo ora rispetti i patti»

20 Ottobre 2026 - 14:12 Gianluca Brambilla
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Gli istituti di credito avrebbero votato all’unanimità contro l’ipotesi di un nuovo accordo con l’esecutivo. Sul tavolo l’ipotesi di anticipare il pagamento delle tasse sui dividendi
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Al braccio di ferro tra governo e banche in vista della manovra ormai siamo abituati. Questa volta, però, gli istituti di credito sono più arrabbiati del solito. Non tanto per chi all’interno della maggioranza continua a chiede un contributo maggiore alla prossima legge di bilancio, quanto per quei 5 miliardi di euro di «risorse» provenienti dal settore finanziario e messi nero su bianco nel Documento programmatico di bilancio (Dpb). «Quella cifra è stata scritta senza che nessuno ci abbia mai chiamato. Questa volta l’incazzatura è reale», spiega una fonte del fronte bancario a Open. Il malumore è emerso in tutta la sua forza proprio nei giorni scorsi, quando le banche hanno votato all’unanimità contro l’ipotesi di un accordo con il governo di Giorgia Meloni. «C’è già un accordo, siglato lo scorso anno e valido per tre anni. I patti vanno rispettati», è la linea degli istituti di credito.

I 5 miliardi nel Dpb e lo scontro nella maggioranza

A far esplodere i malumori è stato il Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles, che prevede un contributo del settore finanziario alla manovra con circa 5 miliardi di euro nel 2027. Nel documento non vengono definiti nel dettaglio gli strumenti con cui l’esecutivo intende raccogliere queste risorse, né come ripartire l’onere tra banche, assicurazioni e gli altri soggetti interessati. Per Matteo Salvini «chiedere un contributo di almeno 5 miliardi di euro a uno dei settori più ricchi e tutelati d’Italia sarà un intervento di assoluto buonsenso». Non la vede allo stesso modo Antonio Tajani, da sempre ostile a un intervento sugli extraprofitti, che cerca di smorzare le richieste della Lega e finora ha ottenuto l’avvio di un confronto – seppur tardivo – con gli istituti di credito, sempre ammesso che le banche siano disponibile a parlarne. «C’è già un accordo triennale, gli accordi si mantengono», ha tuonato nei giorni scorsi il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli.

ANSA/Ciro Fusco | Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli

L’accordo del 2025: circa 10 miliardi in tre anni

Il riferimento di Patuelli è all’intesa raggiunta con il governo lo scorso anno, che ha previsto un contributo complessivo di circa 10 miliardi di euro distribuiti su tre anni. L’accordo era stato costruito attraverso una serie di misure fiscali e finanziarie, tra cui il rinvio della deducibilità di alcune componenti fiscali. È su questo precedente che si fonda la resistenza degli istituti. Le banche ritengono di aver già dato il proprio contributo e contestano che si torni a chiedere loro nuove risorse prima ancora di aver aperto una trattativa. A differenza di quanto avvenuto lo scorso anno, questa volta il governo non si sarebbe fatto sentire con i rappresentanti del settore. Le prime interlocuzioni, a quanto apprende Open, dovrebbero avvenire solo nei prossimi giorni, con la cifra di 5 miliardi già messa nero su bianco sul Dpb e inviata a Bruxelles.

Dopo il prossimo Consiglio dei ministri, le possibili mosse delle banche

Il prossimo passaggio sarà capire quali strumenti il governo metterà sul tavolo per arrivare alle risorse indicate nel Dpb. Una parte delle risorse potrebbe arrivare da un versamento anticipato sulle tasse legate ai dividendi già deliberati dalle società ma non ancora distribuiti ai soci. Una soluzione che ricalcherebbe quanto fatto nei mesi scorsi con Eni per finanziare le misure contro il caro carburante. «Se il governo prosegue in maniere unilaterale sull’imposizione di una tassa, le banche potrebbero rivolgersi alla Corte costituzionale», spiega ancora la fonte. Per il momento, si tratta solo di un’eventualità, non certo di una decisione già presa. L’impressione è che molto dipenderà dal contenuto delle norme e dal modo in cui il governo chiederà il contributo al settore. Ma su questo, al momento, la maggioranza non sembra aver ancora raggiunto un accordo.

Foto copertina: ANSA/Fabio Frustaci | La premier Giorgia Meloni e il ministro Giancarlo Giorgetti

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