La spinta dell’AI avvicina la fusione nucleare? L’esperto Lorenzo Zanisi: «Per noi questi strumenti sono un sogno» – L’intervista
L’intelligenza artificiale sta entrando in ogni ambito della nostra vita: dalla medicina all’industria, fino alla ricerca scientifica. Ma c’è un ambito in cui l’AI potrebbe dare un contributo prezioso in una delle sfide tecnologiche più ambiziose del nostro tempo: la fusione nucleare, da decenni considerata una rivoluzione nel modo in cui produciamo energia. Il principio alla base è quello che alimenta il Sole: unire nuclei atomici leggeri, come quelli dell’idrogeno, per formarne di più pesanti, liberando enormi quantità di energia. Finora, però, di passi in avanti ne sono stati fatti ben pochi e nemmeno è chiaro se mai davvero questa prospettiva si concretizzerà mai.
Certo, riuscire a costruire una centrale a fusione nucleare (e renderla commercialmente sostenibile) potrebbe offrire una fonte di energia a basse emissioni, con combustibili abbondanti e senza le annose problematiche legate alle scorie radioattive delle centrali a fissione. Ma la strada è ancora lunga, perché per innescare la reazione servono temperature estreme e occorre confinare il plasma. Oggi decine di esperimenti nel mondo studiano come superare questi ostacoli. E a differenza del passato ci sono anche ingenti investimenti privati, a dimostrazione del fatto che c’è già chi fiuta una potenziale opportunità di business. Ma a fare la differenza, più ancora dei fondi, è la rivoluzione portata dall’intelligenza artificiale. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Zanisi, lead data scientist presso la UK Atomic Energy Authority e tra i protagonisti di Orizzonti Digitali, il forum sull’intelligenza artificiale che si svolge a Perugia dal 21 al 24 ottobre.
A che punto è la ricerca sulla fusione?
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«La battuta che si è sempre fatta dagli anni Cinquanta è che ci vorranno circa vent’anni per produrre energia con la fusione. Ogni volta che si chiede a qualcuno, ci vogliono sempre vent’anni, indipendentemente dal periodo storico».
Quindi anche oggi possiamo dire che mancano vent’anni?
«Questa volta io ci credo molto di più, perché c’è un investimento di tipo diverso nel settore. Ci sono una decina di esperimenti da fusione attivi nel mondo che producono risultati interessanti. Per fare una centrale elettrica da fusione ci vogliono macchine molto grandi, sofisticate e costose. Oggi il mondo della ricerca si occupa soprattutto di simulare come queste centrali elettriche funzioneranno e per farlo oggi possiamo contare su computer molto più grandi e potenti di quelli che erano disponibili in passato. E in questo l’intelligenza artificiale ci può dare una grande mano».
In che modo?
«Nel mondo ci sono pochi ricercatori che si occupano di fusione nucleare. Quindi per noi avere un aiuto dall’intelligenza artificiale è un sogno. Oggi abbiamo computer molto più potenti e possiamo avere dei modelli numerici che simulano il plasma. Gli Llm (Large language models – ndr), ma anche il deep learning, ci aiutano a capire cosa succede in quei milioni di linee di codice che altrimenti richiederebbero ore di lavoro da parte di un esperto per essere analizzate. Grazie a questi strumenti, abbiamo accesso a una conoscenza che pensavamo perduta o quasi inaccessibile. In un campo come la fusione, con poche risorse e pochi esperti, avere questo tipo di agenti digitali è veramente importantissimo e ci aiuta a ottenere una visione più di insieme di come queste centrali elettriche a fusione potrebbero funzionare».
Quali sono invece i limiti di questi strumenti?
«I limiti tecnici esistono, quindi bisogna tenere un po’ per mano questi agenti di AI. A volte trovano cose che io non conosco, ma con l’esperienza che ho posso fare domande e capire se mi stanno prendendo per i fondelli o se invece hanno trovato una cosa legittima. La conoscenza del settore da parte dell’umano è fondamentale».
Quali sono i progetti in fase più avanzata?
«Un tempo la ricerca sulla fusione era appannaggio di laboratori nazionali. Adesso invece c’è un appetito anche dal punto di vista finanziario, nel senso che ci sono tante startup private che hanno cominciato a occuparsi di fusione. Tutti gli occhi sono tutti puntati su questa start up che si chiama CFS (Commonwealth Fusion Systems), che è un progetto dell’MIT, in Massachusetts. Stanno lavorando a una macchina che è una sorta di pre-centrale elettrica, nel senso che ancora non immetterà energia nella rete elettrica, ma dovrebbero riuscire a ottenere più energia di quella usata per scaldare il plasma. Quello sarà un primo successo molto importante. In più, grazie all’integrazione dell’AI nei processi di design stanno raggiungendo obiettivi per cui prima era necessario molto più tempo».

