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Brasile, vince Lula. Bolsonaro contesta i risultati

26 Ottobre 2026 - 04:29 Alessandro D’Amato
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Il presidente uscente conquista il 51,8% dei voti. Quattro milioni in più alle urne, 3 di distacco con il figlio di Jair. Che se la prende con le urne rimaste aperte. È la prima vittoria in rimonta dall'istituzione del ballottaggio. Ora il governo con l'incognita Congresso
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Il presidente del Tribunale superiore elettorale del Brasile (Tse), Kassio Nunes Marques, ha confermato la vittoria di Luiz Inacio Lula da Silva alle elezioni presidenziali, affermando che sarà il quarantesimo presidente della Repubblica. Ma Flavio Bolsonaro contesta l’esito delle elezioni. Con il 99,99% delle schede scrutinate Lula ha ottenuto il 51,8% dei voti, contro il 48,2% del figlio maggiore dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che era arrivato primo al primo turno. Sotto accusa c’è Cristiano Zanin, giudice del Supremo tribunale federale (Stf) ed ex avvocato personale di Lula. Zanin ha accolto il ricorso della campagna presidenziale, secondo la quale alcuni sindaci dell’opposizione avevano sabotato i trasporti pubblici per impedire agli elettori di raggiungere i seggi nelle roccaforti del Partito dei lavoratori (Pt).

Brasile, la vittoria di Lula

Su richiesta di un suo ex collaboratore Zanin «ha cambiato le regole del gioco a partita in corso», ha accusato Bolsonaro. Secondo il senatore, il giudice ha anche «calpestato» il Tribunale superiore elettorale (Tse), che avrebbe dovuto pronunciarsi sul ricorso. La decisione è arrivata poco dopo la chiusura della maggior parte dei seggi, alle 17 locali (le 21 in Italia). I presidenti di seggio non erano stati avvisati in tempo e lo slittamento ha provocato grande confusione.

Diversi elettori non sono riusciti a votare perché le schede della loro urna erano già state conteggiate. «Una cosa del genere non era mai successa prima nella storia del Brasile. Si è trattato di una violazione totale del diritto all’uguaglianza per i brasiliani nelle diverse città», ha detto Bolsonaro. Il senatore ha denunciato anche l‘allontanamento dei rappresentanti di lista del suo partito dai seggi riaperti. «Ci sono molte cose che devono essere chiarite prima che il Brasile possa riconoscere questo inganno», ha concluso.

I risultati

Lula ha conquistato il 51,74% dei voti, contro il 48,2% di Flavio, uno scarto netto, ben superiore al testa a testa serratissimo previsto alla vigilia. Lula, che ha ammesso di non avere mai avuto uno smartphone, ha battuto anche Meta, accusato da più parti di aver interferito sulla campagna elettorale, tentando invano di frenare la diffusione dei suoi contenuti suoi social. Una buona notizia anche per la comunità Lgbt, per i difensori dei diritti delle minoranze, degli indigeni, degli ultimi che dipendono dalle politiche sociali pubbliche. E anche per le politiche ambientali a difesa dell’Amazzonia, il polmone del mondo. È anche la prima volta che in Brasile un candidato sconfitto al primo turno riesce a ribaltare il risultato. E mai un candidato ha conquistato tanti voti, oltre 64 milioni. Al voto sono andati tre milioni di brasiliani in più rispetto al primo turno.

Il quarto mandato

Nessun altro presidente eletto democraticamente ha governato così a lungo il più grande Paese dell’America Latina. Lula domani compirà 81 anni. La campagna, estenuante, ha lasciato il segno sul suo volto e sulla voce, roca la sera della vittoria. Negli ultimi mesi però il leader di sinistra ha diffuso video dei suoi allenamenti, assicurando di sentirsi in forma come mai prima. Dopo il secondo posto al primo turno ha anche cambiato strategia: lui che a lungo aveva snobbato il cellulare si è proclamato il re del selfie, per inseguire una destra che domina i social.

Nato il 27 ottobre 1945 in una famiglia contadina povera del Pernambuco, nel Nordest, emigrato da bambino con la famiglia nella zona industriale di San Paolo, Lula ha cominciato a lavorare in fabbrica a 14 anni, perdendo un dito. Da leader sindacale ha guidato i grandi scioperi della fine degli anni Settanta, durante la dittatura militare. Dopo tre sconfitte è arrivato al Planalto nel 2003. Nel 2006 è stato rieletto e ha lasciato l’incarico con una popolarità record, sostenuta dai programmi sociali come la Bolsa Famìlia.

Le sue affinità con governi autoritari di sinistra, come il Venezuela di Hugo Chavez, gli hanno attirato critiche. Nel 2018-2019 ha trascorso 580 giorni in carcere per corruzione, prima che la condanna fosse annullata per vizi procedurali e parzialità del giudice. «Lula ladrao» resta comunque uno slogan della destra. Nel 2022 ha battuto di misura Jair Bolsonaro, poi condannato per tentato golpe.

Il ricorso di Bolsonaro

Il senatore Bolsonaro, che era in testa dopo il primo turno ma ha perso il ballottaggio con uno scarto di oltre 4 milioni di voti, ha dichiarato che chiederà l’annullamento del risultato. Il rifiuto di Bolsonaro di riconoscere la sconfitta richiama la reazione di suo padre dopo la sconfitta contro Lula nel 2022. L’ex presidente Jair Bolsonaro non ha mai accettato l’esito del voto ed è stato in seguito condannato a 27 anni per aver complottato un colpo di Stato nel tentativo di restare al potere. Secondo gli analisti, un annullamento è altamente improbabile, sia per l’entità della sconfitta di Flavio Bolsonaro — che ha perso con un margine doppio rispetto a quello del padre — sia perché la sua stessa campagna elettorale aveva richiesto una proroga dell’orario di voto a causa delle piogge nel sud del paese.

Il ribaltamento improbabile

Mario Braga, analista per l’America Latina presso la società di consulenza sui rischi Rane, ha detto all’agenzia di stampa Reuters che nei prossimi giorni potrebbero verificarsi proteste da parte della destra, ma ha aggiunto che «è molto improbabile che ciò porti a un ribaltamento del risultato». Per Lula, questa vittoria segna l’ennesimo ritorno in una carriera che ne è costellata. L’ottantenne è stato detenuto tra il 2018 e il 2019 con accuse di corruzione, poi annullate. «È uno statista, un gigante», ha dichiarato a Reuters la deputata federale di sinistra Usa Erika Hilton, che si trovava con Lula a San Paolo durante lo scrutinio.

L’impresa impossibile

A un certo punto, la rielezione di Lula è apparsa un’impresa quasi impossibile: gli elettori avevano maturato insoddisfazione nei suoi confronti e verso il suo Partito dei Lavoratori, dopo anni di scandali di corruzione e rincari dei prezzi. Inoltre, i profondi cambiamenti sociali hanno fatto apparire l’ex metalmeccanico e leader sindacale come una figura ormai distante da un’economia sempre più basata sulle piattaforme digitali e dal crescente numero di lavoratori informali. Un fondo negoziato in borsa (ETF) quotato a Tokyo, che replica l’indice brasiliano Bovespa, ha registrato un calo di quasi il 15% durante le contrattazioni in Asia, in seguito alla notizia della vittoria di Lula.

Secondo gli esperti di sondaggi un’affluenza alle urne superiore alle attese ha favorito la vittoria di Lula. Leonardo Barreto, co-fondatore della società di consulenza Think Policy, ha spiegato che gli elettori hanno preferito l’abbraccio rassicurante di Lula alla novità rappresentata da Bolsonaro. «Oggi le persone si trovano a scegliere tra il cambiamento, vissuto con una certa apprensione, e un percorso già noto, che garantisce determinati diritti», ha affermato.

La campagna elettorale

Durante la campagna elettorale, Lula ha fatto leva sui risultati ottenuti in passato, quando povertà e disuguaglianza diminuirono, mentre la disoccupazione, l’analfabetismo e la deforestazione toccarono i minimi storici. Ha inoltre avvertito che Bolsonaro avrebbe tagliato la spesa per il welfare, annullato i progressi sociali e ceduto la sovranità del Brasile al presidente statunitense Donald Trump, il cui Dipartimento di Stato ha sostenuto una campagna volta a mantenere Bolsonaro al potere. E l’effetto Trump, già visto in Canada e in Groenlandia, è tornato. La vittoria di Lula priva il presidente Usa di un alleato chiave all’interno di un blocco, in costante crescita, di governi latinoamericani di destra che hanno sposato l’agenda di Washington in materia di sicurezza e migrazione.

L’equilibrio dell’America Latina

Celso Amorim, già ministro degli Esteri durante i mandati di Lula, ha dichiarato a Reuters che il leader di sinistra «sarà fondamentale per creare un punto di equilibrio in America Latina. Lula rappresenta proprio questo equilibrio». Lula è il primo candidato, dal ritorno del Brasile alla democrazia negli anni ’80, a essere eletto dopo essersi piazzato al secondo posto al primo turno. Già presidente dal 2003 al 2011, quest’anno Lula ha condotto la sua campagna elettorale puntando su un efficace mix di pragmatismo e populismo – cifra distintiva della sua carriera politica nazionale durata mezzo secolo – e proponendo una serie di riforme volte a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle fasce più povere della popolazione brasiliana.

Le proposte hanno acquisito slancio grazie ad alcuni impegni presi nell’ultima fase della campagna elettorale: dall’introduzione del trasporto pubblico gratuito nei fine settimana su scala nazionale (misura che dovrà essere formalmente presentata al Congresso) a un incremento del 15% del suo storico programma di welfare, già in fase di attuazione. Lula si è inoltre fatto promotore di un emendamento costituzionale che ha dato vita alla più importante riforma del lavoro in Brasile degli ultimi decenni, approvata con ampio sostegno in Parlamento.

Il Congresso conservatore

Ma il quarto mandato di Lula potrebbe rivelarsi il più complesso, dato che il Brasile ha eletto il Congresso più conservatore dai tempi del ritorno alla democrazia, negli anni ’80. Il Partito Liberale (PL) di Bolsonaro e le forze politiche alleate potrebbero arrivare a controllare oltre 280 seggi alla Camera dei Deputati e fino a 50 al Senato: numeri sufficienti a garantire un’opposizione solida e maggioritaria in entrambi i rami del Parlamento. Ciò rischia di accentuare una tendenza recente, che vede i presidenti cedere sempre più potere al Congresso in ambiti cruciali come il bilancio, l’approvazione di leggi fondamentali e le nomine di rilievo.

Lula si trova a dover gestire un’economia che, secondo le previsioni del suo stesso governo, crescerà di un modesto 2,3% il prossimo anno. A ciò si aggiungono preoccupazioni di natura fiscale, legate agli elevati tassi di interesse e a un debito pubblico che ha superato l’82% del PIL, il livello più alto registrato dall’inizio della pandemia. I critici del presidente puntano il dito contro la spesa pubblica, sebbene gran parte dell’aumento del debito sia in realtà riconducibile ai costi del ricorso al credito.

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